Social network e “dipendenza”: la decisione di Los Angeles solleva più domande che chiarimenti.
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25 marzo 2026, Los Angeles. I querelanti che hanno intentato causa contro le società di social media mostrano le foto dei propri cari fuori dal Tribunale Superiore di Los Angeles.
La sentenza in primo grado emessa dalla Superior Court di Los Angeles nella causa intentata da “KGM” contro Meta e Google genera più complicazioni di quante ne risolva, poiché, a prescindere dalle eventuali responsabilità delle parti coinvolte, rafforza l’idea che gli utenti non siano responsabili delle proprie azioni.
La questione, in sintesi
In sintesi, la Corte ha stabilito che Meta e Google avessero intenzionalmente progettato i propri servizi per creare “dipendenza” negli utenti. Questo implica che le piattaforme avrebbero, da un lato, strutturato i sistemi di raccomandazione dei contenuti e le funzionalità disponibili in modo da favorire un uso compulsivo; dall’altro, avrebbero trascurato di informare gli utenti riguardo alle conseguenze dell’uso della piattaforma e implementato sistemi di verifica dell’età poco efficaci.
Neutralità e (non)responsabilità
Questa decisione, insieme ad altre recenti, mette in evidenza un cambiamento di prospettiva riguardo alle responsabilità delle piattaforme per i comportamenti degli utenti e per i danni che questi ultimi subiscono a causa del modo in cui le prime sono concepite.
La semplice offerta di un servizio online non implica automaticamente la responsabilità di chi lo fornisce per le azioni degli utenti. Affinché una piattaforma possa essere ritenuta coinvolta, è necessario che essa adotti un comportamento attivo nel determinare le scelte individuali.
Questa regola, stabilita ad esempio dalla storica direttiva e-commerce del 2000, ha spesso permesso a Big Tech di invocare la propria neutralità tecnologica e quindi la non responsabilità per quanto accadeva attraverso le loro piattaforme. All’epoca, infatti, le capacità di tracciamento e profilazione erano sicuramente meno incisive nel condizionare gli utenti. Di conseguenza, per un lungo periodo è stato possibile sostenere l’estraneità delle piattaforme alle conseguenze derivanti dal loro utilizzo. Tuttavia, il perfezionamento delle tecniche per fornire contenuti e prodotti personalizzati e la progressiva raccolta di enormi volumi di dati ha reso sempre più complesso delineare una distinzione netta tra ciò che costituisce una semplice “attività di marketing” e ciò che, al contrario, rappresenta una manipolazione attiva del comportamento individuale, dalla quale possono derivare specifiche responsabilità legali.
I dubbi sulla sentenza californiana
Nel caso specifico della sentenza emessa dalla Superior Court di Los Angeles, questo principio giuridico sembra essere stato applicato senza considerare adeguatamente alcuni aspetti che avrebbero richiesto maggiore attenzione.
In primo luogo, la sentenza sembra trascurare la responsabilità dei genitori di “KGM” che l’hanno lasciata sola davanti allo schermo per anni, senza prendersene cura e senza esercitare il controllo necessario. Questo, ovviamente, non esclude in linea teorica la responsabilità del fornitore dei servizi per il modo in cui sono stati progettati e resi accessibili; tuttavia, la presenza di difetti o di funzionalità intenzionalmente create per generare dipendenza non elimina la corresponsabilità genitoriale.
In secondo luogo, la sentenza non chiarisce come Meta avrebbe potuto essere a conoscenza dei problemi mentali della ragazza e, anche se ne fosse venuta a conoscenza, cosa avrebbe dovuto fare —un tema comune, questo, nella gestione delle piattaforme di intelligenza artificiale.
In terzo luogo, non sembra esserci evidenza diretta che colleghi il modo in cui è strutturata una piattaforma e le conseguenze di tali scelte su un singolo individuo. Sembra infatti che il ragionamento sia stato il seguente: i social media sono progettati per creare dipendenza, la ragazza era dipendente dai social media, quindi i social media sono responsabili. Ma anche se si dimostrasse che una piattaforma fosse effettivamente stata concepita per generare dipendenza, esiste qualche prova che in questo caso SPECIFICO le scelte progettuali di Meta e Alphabet abbiano realmente influenzato la capacità di autodeterminazione di KGM?
La responsabilità statistica è il nodo da sciogliere
A prescindere dal merito specifico della sentenza, l’aspetto più generale che meriterebbe di essere affrontato è l’attribuzione o meno di una responsabilità generale per il modo in cui è concepito un prodotto a prescindere dalla possibilità di dimostrare il danno specificamente subito da un individuo.
Il tema non è nuovo nella giurisprudenza (si discute da decenni di “causalità probabilistica”) e nell’ambito della responsabilità sociale d’impresa. Nonostante, infatti, la decisione sia stata presentata come “rivoluzionaria”, in realtà si inserisce nell’ultradecennale dibattito che ha coinvolto le industrie dello zucchero, dell’alcool e del tabacco. Anche in questi settori è stata messa in discussione la modalità con cui l’ingegneria di prodotto e le strategie di comunicazione fossero o meno orientate a generare dipendenza nei consumatori.
Ad oggi la questione è ancora oggetto di dibattito, ma è certo che se l’orientamento californiano dovesse consolidarsi nei gradi successivi di giudizio, l’effetto non sarebbe soltanto quello di ridefinire i confini della responsabilità delle piattaforme digitali, ma di modificare in modo più profondo l’equilibrio tra autonomia individuale e doveri di protezione da parte dell’industria.
È necessario stabilire che il software è un prodotto, non un’opera letteraria
Per quanto possa sembrare controintuitivo, nella UE —e quindi anche in Italia— il software non è considerato un prodotto ma un’opera creativa, non dissimile, in altri termini, da un romanzo, un dipinto, una fotografia o una canzone. Il risultato di questo inquadramento giuridico è che, a differenza di quanto avviene nel settore industriale, al software non si applicano le norme sulla responsabilità del produttore, in particolare per quanto riguarda gli obblighi di garantire un certo livello di sicurezza.
Se, ricorrendo a una storica e abusatissima comparazione, il software fosse un’automobile, prima di poter essere immessa sul mercato dovrebbe essere omologata dimostrando di essere stata progettata e costruita nel rispetto di tutte le normative sulla sicurezza e sulla incolumità di chi la deve utilizzare. Questo risolverebbe alla radice i problemi su cui giuristi, esperti di etica e tecnici si interrogano da tempo. Eppure, mentre nella pratica e nelle aule di giustizia si sta progressivamente andando in questa direzione, i parlamenti sembrano poco interessati ad affrontare la questione.
È piuttosto paradossale che mentre la UE elabora regolamenti complessi sulla sicurezza dei dati e dei sistemi, rimanga sostanzialmente indifferente verso la sicurezza delle persone che devono utilizzare o, meglio, subire, questi dati e sistemi.
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