Big Town. Le richieste degli avvocati: “Processo frettoloso e superficiale”

Un procedimento che, secondo le difese, avrebbe ignorato il contesto in cui si verificò lamattanza‘ del Big Town di via Bologna. Questo è il tema centrale degli appelli presentati nelle ultime ore dagli avvocati Michele Ciaccia, Gabriele Bordoni, Stefano Scafidi e Giulia Zerpelloni, legali di Vito Mauro e Giuseppe Di Gaetano contro la sentenza della Corte d’Assise del tribunale di Ferrara, che in primo grado aveva condannato padre e figlio a 28 anni di reclusione per l’omicidio di Davide Buzzi e il tentato omicidio di Lorenzo Piccinini.

I difensori sostengono che la sentenza di primo grado abbia ricostruito i fatti accaduti nella notte tra l’1 e il 2 settembre 2023 senza considerare in modo adeguato gli eventi delle settimane precedenti. Negli atti, gli avvocati affermano che la Corte abbia “sistematicamente” escluso dall’istruttoria elementi considerati fondamentali per comprendere lo stato d’animo degli imputati e il livello di minaccia percepito da loro. Pertanto, la sentenza impugnata rappresenterebbe “la prova documentale” di “una grave sottovalutazione di questi elementi e un conseguente gravissimo errore di giudizio“.

“Il risultato di tale operazione è un provvedimento illegittimo che ha colpevolmente e ingiustamente selezionato gli elementi a carico degli imputati, poiché evidentemente non in grado di confrontarsi con le prove a favore della tesi difensiva” scrivono i legali in oltre duecento pagine di documenti.

Così, le difese di padre e figlio, entrambi condannati alla medesima pena, segnalano di aver dovuto affrontare quello che definiscono “un destino comune nel giudizio” perché – spiegano – “sia l’ufficio del pubblico ministero, ma ancor più colpevolmente l’organo giudicante, non hanno saputo effettuare alcuna necessaria distinzione tra le rispettive posizioni – nonostante le evidenti differenze – e hanno voluto affrettatamente giungere a una affermazione di responsabilità che appare oggi il risultato di un giudizio sommario“.

L’appello ripercorre quindi gli eventi successivi alla morte di Edoardo Bovini avvenuta il 13 agosto 2023, evidenziando una “crescente” escalation di tensioni in cui Davide Buzzi sarebbe stato protagonista di aggressioni, minacce e richieste estorsive. La difesa richiama numerosi episodi risalenti ai giorni antecedenti ai fatti di sangue, sostenendo che tali circostanze avrebbero contribuito a creare un clima di forte allerta per i due imputati e le loro famiglie, tra cui l’aggressione del bar Condor e il primo blitz dello stesso Buzzi al Big Town nella serata del 25 agosto 2023.

Uno dei punti cruciali riguarda la decisione della Corte d’Assise di non ammettere numerosi testimoni indicati dalla difesa, se non quelli condivisi con la lista del pm. Un provvedimento definito “illegittimo” già solo “per l’incredibile dato quantitativo”. Per i difensori, escludere quelle prove avrebbe impedito di ricostruire integralmente il contesto nel quale si svilupparono gli eventi, partendo da ciò che realmente ha spinto Buzzi e Piccinini a compiere “un gesto così folle” che poi ha “sciaguratamente” provocato la reazione degli imputati.

La sentenza di primo grado quindi, viene evidenziato negli atti d’appello, ha principalmente fondato la ricostruzione “sull’essenzialità” delle immagini della telecamera interna del Big Town, sui reperti sequestrati dai carabinieri e sulle consulenze medico-legali.

Le difese però contestano questa interpretazione sotto vari aspetti. Negli appelli si sostiene che le immagini video e le consulenze tecniche siano state trattate “superficialmente” e in modo tale da “offrire conforto probatorio e giuridico esclusivamente all’interpretazione fornita dalla Corte alle immagini stesse”. I giudici infatti, secondo gli appellanti, avrebbero attribuito alle immagini un valore dimostrativo superiore a quello realmente consentito, soprattutto per le fasi avvenute al di fuori del campo visivo della telecamera.

Per gli avvocati, come sostenuto durante l’intera istruttoria dibattimentale, l’importanza dei fatti precedenti alla ‘mattanza’ e il rischio di operare una “troppo sbrigativa interpretazione del video” di sorveglianza, risultano essere “imprescindibili per dare una corretta interpretazione (sia in senso difensivo che afflittivo) alle motivazioni e ai ruoli di tutti e quattro gli attori sulla scena dei fatti“. “La Corte di Assise, invece, sin dall’inizio del giudizio – proseguono – ha manifestato una vera e propria avversione al tema e ha clamorosamente tradito il suo dovere di effettuare una disamina completa, esaustiva, degli accadimenti. Pervenendo anche per questo – inoltre aggiungono – a una decisione ingiusta in pieno contrasto con il compendio probatorio“.

Altro aspetto dell’appello riguarda la qualificazione giuridica dei fatti. I difensori dei Di Gaetano contestano il rigetto della tesi della legittima difesa, anche nella forma putativa, l’esclusione dell’eccesso colposo e la configurazione del dolo omicidiario. Vengono inoltre criticate l’aggravante della crudeltà, il mancato riconoscimento della provocazione e la mancata valutazione dell’ipotesi di omicidio preterintenzionale. Le difese respingono anche la tesi dell’agguato organizzato, così come definito nelle motivazioni della sentenza.

Particolare rilievo assume anche il tema del tentato omicidio di Lorenzo Piccinini. La Corte aveva ritenuto che i colpi inferti fossero diretti a zone vitali del corpo e che gli imputati avessero agito con reciproca cooperazione, configurando un concorso nel reato. Gli appelli contestano questa ricostruzione sia sotto il profilo fattuale sia sotto quello giuridico, sostenendo che la valutazione delle consulenze medico-legali e delle immagini sarebbe stata erronea.

Per questo motivo le difese hanno avanzato richiesta di rinnovare l’istruttoria dibattimentale, con l’audizione di testimoni esclusi nel processo di primo grado e di consulenti tecnici che, secondo la difesa, avrebbero potuto offrire una diversa lettura dello stato emotivo degli imputati e delle circostanze antecedenti ai fatti.

Sarà ora la Corte d’Assise d’Appello di Bologna a valutare le numerose richieste formulate nei tre appelli dalle difese. Difese che chiedono una riforma della sentenza sostenendo che il processo di primo grado abbia ricostruito la vicenda senza conoscere tutto quello che era accaduto nelle settimane successive alla morte di Bovini fino all’omicidio di Buzzi. Un elemento che, secondo gli appellanti, sarebbe stato decisivo per comprendere la dinamica e le responsabilità di quella violenta notte di fine estate.

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