Il primo intervento di Trentini dopo quattro mesi dalla liberazione: “Gli operatori umanitari non devono essere colpiti”

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“Gli operatori umanitari non devono essere considerati un obiettivo”. A quattro mesi esatti dalla sua liberazione, attraverso un messaggio su Linkedin, rompe il silenzio Alberto Trentini, il cooperante italiano che ha trascorso 423 giorni in cattività in Venezuela. Il suo primo pensiero, in questo giorno che sembra rappresentare un nuovo inizio ma anche un ritorno alla “vita normale” interrotta dalla lunga detenzione ingiustificata, è per coloro che, come lui, operano nel settore umanitario e sono diventati bersagli in contesti diversi: “Siamo attori neutrali in un mondo complesso, prenderci di mira non fa altro che aumentare la sofferenza di chi assistiamo”.

Per lui, che ha subito una sparizione forzata prima e una detenzione arbitraria poi, essere un obiettivo ha significato trascorrere oltre un anno nel supercarcere venezuelano del Rodeo. “Una situazione dolorosa e paradossale”, evidenzia. “Come laureato all’Università di Leeds con un master in Ingegneria Idrica, Sanitaria e delle Risorse Idriche, mi sono trovato a vivere le stesse condizioni igieniche precarie che ho dedicato gran parte della mia carriera professionale a combattere”. Tuttavia, quel carcere “ideato per spezzare lo spirito”, spiega, è diventato una sorta di scuola di resilienza “che non è l’assenza di difficoltà, ma il rifiuto di essere definiti da esse”.

Per questo motivo, fa capire, non ha intenzione di abbandonare il suo impegno come cooperante. “Ritorno alla mia vita non con rancore, ma con una determinazione incrollabile al servizio di chi ha più bisogno”.

Ma in questa data che sembra segnare un nuovo inizio, non dimentica di menzionare “individui e molte organizzazioni della società civile” che hanno combattuto per la sua liberazione, a partire da Protect Humanitarians. “Voi – sottolinea, rivolgendosi all’ong – incarnate l’essenza della nostra comunità”. Un ultimo pensiero va a chi è ancora detenuto. “Mentre oggi festeggio la mia libertà, porto nel cuore un profondo dolore per coloro che sono ancora prigionieri. Ricordo i loro volti e i loro nomi, e il calvario che loro e le loro famiglie continuano a vivere ogni giorno”.