Un lavoratore in nero abbandonato per strada a Bassano del Grappa.

Un agricoltore indiano di 56 anni, impiegato irregolarmente in un’azienda agricola del vicentino, è stato lasciato in strada a Bassano del Grappa dopo aver subito un incidente sul lavoro. Questo episodio riporta alla mente il caso di Satnam Singh e pone nuovamente l’attenzione sul caporalato, sullo sfruttamento dei lavoratori migranti e sulle responsabilità di un sistema che continua a generare invisibilità e sofferenza.

Ci sono meno di tre settimane fino al 19 giugno. Due anni dalla morte di Satnam Singh, l’uomo lasciato sul bordo di una strada nelle campagne di Latina con il braccio amputato da un macchinario utilizzato per la posa di pellicole plastiche sulle coltivazioni. Accanto a lui, la moglie, presente e incapace di fare qualsiasi cosa. Il datore di lavoro aveva deciso di abbandonarlo lì. Dopo poco tempo, Satnam Singh è deceduto.

In determinati casi la fine arriva molto prima dell’ultimo respiro. La sua lunga ombra si fa sentire nel momento in cui una persona ferita diventa un problema da nascondere sotto un velo di dolore. Quando il sangue vale meno della paura e la vita di un uomo viene lasciata accanto a un fossato, tra l’asfalto e la polvere.

Quella narrazione descrive qualcosa che è difficile definire senza farlo sembrare più ridotto di quanto sia, ossia un sistema di schiavitù che evoca i campi di cotone degli Stati Uniti meridionali del XIX secolo, in cui esistevano individui che acquistavano letteralmente la vita di altri esseri umani.

Oggi quell’episodio richiama un’altra storia. Un agricoltore indiano di 56 anni, regolare in Italia ma lavorante senza contratto, è precipitato da un’altezza di circa tre metri all’interno di un’azienda agricola di Schiavon, nel vicentino. Invece di allertare i soccorsi, il proprietario e la sua compagna lo hanno caricato in auto e abbandonato in via Ca’ Dolfin a Bassano del Grappa, a pochi passi dall’ospedale. La donna ha poi contattato il 118 dal suo cellulare, fingendo di essere una passante che aveva trovato l’uomo ferito per strada. Poco dopo, i due si sono allontanati.

Abbandonare un uomo ferito a pochi metri da un luogo di cura mette in evidenza senza filtri una scelta morale. Nella breve distanza tra un’auto e l’ingresso di un ospedale si concentra una distanza molto più ampia, quella che separa la paura dalla responsabilità.

I carabinieri della Compagnia di Bassano del Grappa li hanno identificati e denunciati per omissione di soccorso e lesioni colpose. Nell’auto, i militari hanno rinvenuto tracce di sangue sul sedile anteriore destro. I fatti risalgono alla notte tra giovedì e venerdì 29 maggio 2026. I due denunciati, lui di 56 anni e lei di 48, residenti entrambi a Schiavon. Il lavoratore, originario della Campania, era alle loro dipendenze da alcuni giorni, senza alcun contratto di lavoro. È stato ricoverato in chirurgia con una prognosi di sessanta giorni.

Nelle stesse ore in cui quell’uomo veniva assistito a Bassano, la procura di Milano notificava gli avvisi di garanzia alla divisione italiana di Caddel Construction e a un caposquadra del distaccamento milanese, indagati per caporalato. L’inchiesta si riferisce al cantiere del nuovo consolato americano di piazzale Accursio. Trentacinque operai edili di origine indiana hanno denunciato di lavorare sei giorni su sette, fino a dieci ore al giorno, per salari tra un euro e cinquanta e due euro all’ora. Per quella ristrutturazione, Caddel ha incassato oltre duecento milioni di dollari, impiegando fino a cinquecento lavoratori. A rompere il silenzio sono stati gli stessi operai.

Ecco il caporalato. In ogni settore fiorisce dove la solitudine diventa una condizione permanente. Un lavoratore isolato parla poco, richiede poco, denuncia poco. Finisce per convincersi che la sofferenza sia il prezzo inevitabile della sopravvivenza. Per comprenderlo è necessario ampliare la visione e riconoscere che si tratta dell’espressione più naturale di un sistema economico basato sull’esternalizzazione dei rischi e sulla privatizzazione dei profitti. Non c’è nulla di anomalo nella sua esistenza, né nella sua diffusione. È esattamente ciò che ci si dovrebbe aspettare da un mondo che implode dall’interno.

Lo squilibrio che lo sostiene è chiaro e agisce su più livelli. Il livello economico riguarda il sistema dei subappalti a cascata e la pressione della grande distribuzione che concentra i profitti in alto e trasferisce i rischi in basso. Il livello giuridico vede i lavoratori irregolari raramente denunciare, per paura di ritorsioni, per timore di essere segnalati per irregolarità di soggiorno, o perché non sono consapevoli di avere diritti da rivendicare. L’ignoranza dei propri diritti è un elemento cruciale, una risorsa per coloro che intendono sfruttare il lavoro altrui.

Per limitare lo spazio in cui questo sistema prospera, è necessario adottare misure su più fronti. È fondamentale aggiornare le normative sull’ingresso dei migranti, costruire canali che mettano in contatto domanda e offerta di lavoro con strumenti adeguati, garantire trasporti locali verso i luoghi di impiego, creare alloggi per i lavoratori stagionali, aumentare la presenza di mediatori culturali nei luoghi di lavoro e non solo, capaci di spiegare cosa prevede la legge italiana ed europea. In agricoltura, nell’edilizia, nella logistica, nell’industria manifatturiera, nei servizi di pulizia e nella ristorazione. Ovunque il lavoro duro non abbia nome né voce.

I campi raccontano da sempre la verità di una nazione. Raccontano chi raccoglie, chi guadagna, chi distoglie lo sguardo. Raccontano soprattutto il valore che attribuiamo a una vita quando quella vita appartiene a qualcuno che trova spazio nelle prime pagine dei giornali solo dopo essere morto nell’abbandono più totale.

Esistono esperienze positive di contrasto. Il fenomeno non è immutabile né senza soluzione. Ma per ottenere risultati è necessario che tutti facciano la propria parte.

MigrantiMilano