Altan: “È difficile ritrarre i politici al giorno d’oggi”

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Con il suo ciuffo dorato, il naso prominente e le inconfondibili dita artigliate, è uno dei personaggi «più ingombranti» del momento. Non può che partire da questa conversazione con Altan, che segna l’inizio della collana di satira in regalo da domani con . Un percorso che, attraverso le vignette che in cinquant’anni hanno segnato la storia del giornale, ripercorre anche le vicende del nostro Paese.

Altan, per i lettori lei è ormai un’icona: ma quando ha iniziato a disegnare per “Repubblica”?

«In effetti ho cominciato nei primi anni Ottanta con Satyricon di Forattini, l’inserto settimanale che ha avuto una lunga vita, e poi all’inizio degli anni Duemila ho continuato la mia collaborazione anche per le pagine del quotidiano».

Erano i tempi della prima Repubblica: nelle sue vignette si riconoscono immediatamente Andreotti, Craxi…

«Sì, erano quegli anni: Forattini ci contattava e forniva il tema della settimana, per cui ogni numero presentava molte versioni dello stesso argomento».

E Cipputi invece quando è nato?

«Cipputi è del 1975, lo stesso anno della Pimpa».

Da allora, nessuno come lui ha saputo descrivere lo stato d’animo degli italiani. Negli ultimi cinquant’anni il mondo è cambiato: come è mutato di conseguenza il modo di fare satira?

«I tempi, i personaggi, il modo di fare politica sono cambiati, e la satira ha dovuto adattarsi. All’inizio c’erano ancora delle regole nella politica, quindi sapevi come muoverti. Ora la confusione regna sovrana e tutto è diventato più complesso».

Ritiene che sia più difficile fare satira sui politici attuali?

«Penso che non siano molto interessanti, alcuni sono ingombranti e quindi bisogna occuparsene in ogni modo, ma interessanti, proprio non lo sono».

E Trump? A lui è dedicata una delle ultime vignette di questo libro, in cui si vanta di aver chiuso sette guerre, a partire da quella di Troia e dalle guerre puniche.

«Trump è il più ingombrante di tutti. E naturalmente è dedicata a lui anche la vignetta che ho appena inviato al giornale. Ora dice che sta chiudendo la decima guerra, con la tregua in Libano. Lo afferma lui, ovviamente. Perché dice e poi smentisce qualsiasi cosa».

Ma non è più semplice fare satira su un personaggio come Trump, che con certe affermazioni si comporta già come una caricatura di se stesso?

«È più facile in quanto offre davvero qualsiasi spunto possibile. Tuttavia, se la satira ha, come dovrebbe, anche l’intento di far sorgere qualche interrogativo, con lui questo non è possibile».

Invece, come influisce la presenza invadente dei social sulla satira?

«In questo caso per me il problema non si pone, perché semplicemente non li seguo, quindi continuo a lavorare alla vecchia maniera».

Nell’introduzione a questo libro, Filippo Ceccarelli scrive che si potrebbe addirittura istituire una cattedra di “altanologia”, tanto devono a un artista della satira come lei più generazioni di lettori. Ma, se davvero questa cattedra venisse creata, cosa insegnerebbe?

«Non ho nulla da insegnare, faccio quello che riesco a fare, ma insegnare no, non è un mestiere che mi si addice».

Nelle sue tavole si è detto che è possibile rintracciare un po’ di espressionismo tedesco, unito alla perfidia francese e al gusto per l’esotico che richiama Gauguin. Si riconosce in questa definizione?

«Abbastanza, dai, la trovo una cosa simpatica (ride, ndr)».

Come si sono evoluti in cinquant’anni i suoi personaggi più iconici, a partire da Cipputi che ha anticipato il declino della classe operaia?

«Sono cambiati perché il panorama è mutato. Di certi cambiamenti quasi non ti accorgi mentre li vivi, quindi è difficile fermarsi a riflettere su delle svolte. Ma, a parte Cipputi, c’è un altro personaggio a cui sono molto legato, che è Luisa. Quella signora che di solito cucina, con un marito che dice sempre sciocchezze».

Ogni tanto compaiono anche dei bambini.

«Sì, padri e figli sono sempre stati presenti, fin dai tempi di Linus. Perché è un buon modo per porsi delle domande se a formularle sono i bambini».

Nasi piegati, grandi occhi, ciuffi, dita artigliate: nei suoi personaggi ci sono sempre dei tratti ricorrenti, che li rendono immediatamente riconoscibili. Come le sono venuti in mente?

«Quelli sono tratti che emergono mentre disegno, non sai mai veramente come prendono forma. Poi certe caratteristiche si fissano e diventano il tuo marchio distintivo. Io, per esempio, inizio sempre i miei disegni dal naso. E, secondo me, negli esseri umani il naso è proprio così!».

L’universo di Altan è composto anche da simboli: per esempio l’ombrello o la banana. Ce ne sono altri?

«La banana è apparsa ai tempi di Berlusconi, che io chiamavo il Cavalier Banana. E l’ombrello è emerso per la prima volta proprio su Repubblica, credo subito dopo le elezioni del 2001. Era stato chiesto un commento a Walter Veltroni riguardo alla sconfitta della sinistra e allora ho disegnato questo tizio con l’ombrello che diceva: “È un risultato su cui riflettere”. Una di quelle frasi che si dicono in occasione di sconfitte elettorali».

A proposito di frasi fatte: possiamo affermare che è proprio nel fastidio per i luoghi comuni e gli slogan pubblicitari, unito a una buona dose di cinismo, che meglio si identifica la poetica altaniana?

«Sul cinismo non sono sicuro, perché non è che mi distacchi da queste cose, faccio parte di quella stessa tribù anch’io. Sui luoghi comuni, invece, sulle frasi fatte, sì sono d’accordo: sono spesso uno stimolo per trovare un’idea. Perché su quelle frasi che ci vengono ripetute continuamente, prima o poi il dubbio sorge: c’è sicuramente qualcosa dietro, qualcosa che si vuole nascondere».

Oltre alle sue, in questa collana sono raccolte anche le vignette di Bucchi, Forattini, Biani, Ellekappa: ha mai collaborato a qualche progetto con qualcuno di loro?

«No, a parte Forattini con cui ho lavorato a Satyricon, gli altri sono tutti autori che conosco e stimo, ma non abbiamo mai collaborato. Anche con Forattini, che è scomparso pochi mesi fa, abbiamo parlato molte volte per telefono, ma purtroppo non ci siamo mai incontrati».

Anche perché lei lavora sempre nella sua Aquileia.

«Eh già, io qui rimango».

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