Il 5 luglio 1830 segna l’ingresso dell’esercito francese ad Algeri, dando avvio all’occupazione francese in Algeria. Oggi, questa data è celebrata come festa nazionale in Algeria, istituita per commemorare l’indipendenza ottenuta nel 1962. In pochi anni, milioni di europei si trasferirono nel paese, e già in quel periodo si formarono i primi movimenti per l’indipendenza. Tuttavia, sarà necessario attendere la seconda metà del Novecento per vedere l’emergere di questi gruppi all’interno del più ampio fenomeno della decolonizzazione, che porterà alla guerra d’indipendenza algerina (1954-1962).
La società algerina sotto il dominio francese
Da quel 5 luglio, la società algerina venne organizzata in classi: ai coloni francesi venivano concessi pieni diritti, con privilegi sia economici che politici. Gli algerini, spesso privati delle loro terre, erano considerati sudditi dell’Impero francese, con gravi limitazioni in termini di partecipazione politica e diritti civili.
In ambito culturale e infrastrutturale, l’intento era quello di realizzare “la francesizzazione forzata dell’Algeria”. La sostituzione del sistema educativo con scuole francesi mirava a estirpare la cultura araba, mentre i centri abitati a maggioranza algerina venivano sistematicamente trascurati.
La religione islamica fu sottoposta a controllo statale, con diverse amministrazioni che si susseguivano, tutte caratterizzate da violenza strutturale. Già nell’Ottocento e fino alla conclusione del colonialismo francese, queste forme di discriminazione vennero formalizzate attraverso l’emanazione di numerose leggi che regolavano l’amministrazione dei territori sotto il dominio francese: il cosiddetto “indigénat”.
Primi moti insurrezionali: inizia la guerra d’indipendenza algerina
I primi moti insurrezionali si manifestarono nel 1954, organizzati dal Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), fondato dall’algerino Ahmed Ben Bella. Numerosi furono gli attacchi contro strutture militari e mezzi di comunicazione, segnando l’inizio delle ostilità, ispirandosi anche ai movimenti dei paesi vicini, come Marocco e Tunisia.
Le manifestazioni del popolo algerino si susseguirono negli anni successivi: in particolare, gli attacchi del 20 agosto 1955, ampiamente realizzati in tutto il paese, portarono a una reazione del governo francese guidato da Robert Lacoste. Questi conferì ampi poteri di polizia all’esercito e sciolse l’assemblea algerina, considerata dominata dai pieds-noirs, comunità di coloni europei ritenuta un ostacolo alla sua amministrazione.
La determinazione delle azioni algerine suscitò una reazione anche in Europa, dove l’allora ministro degli Interni e futuro presidente francese François Mitterrand dichiarò:
“La ribellione algerina può trovare un’unica forma terminale: la guerra”.
La risposta della Francia
Secondo la Francia, la sopravvivenza dei gruppi algerini dipendeva dal sostegno di Gamal Abd el-Nasser, che in quel periodo stava salendo al potere in Egitto. Uno dei motivi che spinse la Francia a partecipare al tentativo britannico di conquistare il canale di Suez nel novembre 1956, pochi mesi dopo l’insediamento di el-Nasser.
Nel frattempo, nell’ottobre ’56, un aereo dell’Air Maroc venne intercettato e i passeggeri, tra cui Ben Bella e altri leader del FLN, furono imprigionati fino alla conclusione del conflitto. Questo episodio portò i ribelli ancora attivi a un comportamento più deciso e violento. Iniziava quella che sarebbe stata ricordata come “Battaglia di Algeri”.
La guerra d’indipendenza algerina diventa questione internazionale
Il 30 settembre 1956, tre donne fecero esplodere tre ordigni in tre luoghi distinti della capitale algerina. La reazione dell’amministrazione francese non tardò ad arrivare: una pioggia di 7000 paracadutisti invase il cielo algerino, mentre a terra venne proclamata la legge marziale. In altre parole, si stava preparando la distruzione di qualsiasi struttura riconducibile al FLN.
Da un lato, l’operazione militare si rivelava efficace: portò all’arresto di numerosi membri del FLN e costrinse i restanti a lasciare la capitale. Dall’altro lato, però, le terribili violenze e l’uso di tecniche di tortura da parte dell’esercito francese suscitarono preoccupazione tra le sedi diplomatiche, portando diversi attori internazionali a esprimere disapprovazione. Anche intellettuali di spicco, come Albert Camus, presero le distanze dall’operato del governo francese.
Per dare ulteriore visibilità ai fatti, il 28 gennaio 1957, giorno in cui si discuteva la questione algerina alle Nazioni Unite, venne proclamato sciopero generale in tutto il territorio algerino. Contemporaneamente, sparatorie e attentati si susseguivano nel paese, intensificando violenze e abusi.
Cosa accade in Francia? De Gaulle e la riforma costituzionale
La situazione nel continente africano non poteva essere disgiunta da quanto avveniva in Francia: già dal maggio ’58, la riforma costituzionale fortemente promossa da Charles de Gaulle, eroe di guerra e futuro presidente, stava conducendo il paese verso un sistema semipresidenziale che avrebbe dato vita alla quinta repubblica.
Dopo che le elezioni videro prevalere i “gollisti”, il nuovo presidente iniziò a modificare progressivamente le sue linee di politica estera, cominciando a parlare di “Algeria algerina”, dichiarazioni che furono interpretate come tradimento dai pieds-noirs e dai militari impegnati da anni nella repressione dei moti algerini.
De Gaulle riconobbe poi il FLN come interlocutore e, dopo il successo del referendum del 1961 sull’autodeterminazione dell’Algeria, avviò negoziati segreti che culminarono con l’annuncio di un incontro franco-algerino.
Il golpe del ’61 e gli accordi di Évian
Questo è il contesto in cui, nell’aprile ’61, i generali francesi presenti in Algeria si impadronirono delle principali infrastrutture del paese, realizzando un colpo di stato. Alle 7 del mattino del 22 aprile, le radio francesi annunciarono che l’esercito aveva preso il controllo dell’Algeria e del Sahara.
La reazione del presidente De Gaulle, che definì quella dei generali un “potere insurrezionale”, non tardò ad arrivare e si rivelò efficace: i soldati si arresero pochi giorni dopo e gli ufficiali furono arrestati. Molti di loro si unirono all’OAS, un’organizzazione paramilitare in Algeria responsabile di oltre mille attentati, spesso a sostegno dei pieds-noirs.
La conclusione del golpe consentì il proseguimento dei negoziati, portando, dopo non pochi scontri, agli accordi di Évian. Questi prevedevano l’enunciazione dell’uguale trattamento tra coloni francesi e popolazione algerina: il rispetto della proprietà, la partecipazione alla vita politica e un elenco di diritti civili sul modello delle costituzioni europee. Ma solo per tre anni: dopo questo periodo, i francesi presenti in Algeria avrebbero dovuto scegliere se tornare in patria o diventare cittadini algerini.
Il referendum finale che approvava gli accordi si tenne il 1 luglio 1962, e due giorni dopo l’Algeria fu riconosciuta da De Gaulle come stato indipendente. Da quel momento, il 5 luglio è celebrato come festa nazionale in Algeria, una ricorrenza scelta poiché coincide con il giorno in cui, oltre 130 anni prima, ebbe inizio l’occupazione francese. Infatti, come afferma il poeta algerino Mohand Ou Lhocine,
«I Francesi sono arrivati d’estate e ripartiranno con la forza, d’estate senza attendere l’autunno».
L’indipendenza algerina: costi e risultati
400.000 sono gli algerini uccisi dal 1954 al 1962. Tra le file francesi, si contarono quasi 30.000 vittime durante l’intera guerra d’indipendenza algerina. Solo nel 2018, il presidente Emmanuel Macron riconobbe la responsabilità dell’esercito francese riguardo alle violenze subite dal popolo algerino e ordinò la desecretazione dei documenti che ne attestavano l’esistenza. La festa nazionale in Algeria richiama ogni anno anche il sacrificio di queste vittime.
Nonostante la forma democratica che oggi caratterizza lo Stato algerino, l’esercito continua a esercitare una forte influenza e i partiti non possono considerarsi completamente liberi nella loro attività politica. Il FLN, che attualmente guida il paese in un sistema semipresidenziale, ha affrontato diverse proteste nel 2019 da parte del movimento Hirak, che ha accusato il governo di autoritarismo e corruzione. Le critiche erano rivolte al Presidente Abdelaziz Bouteflika, costretto a dimettersi.
L’attuale Capo di Stato Abdelmadjid Tebboune ha cercato di sradicare il sistema precedente sciogliendo la camera bassa del Parlamento, considerata ancora legata all’amministrazione Bouteflika. Tuttavia, le strutture di potere preesistenti sembrano persistere, lasciando il paese in una condizione di scarsa trasparenza e limitata partecipazione politica.
Recentemente, sta crescendo nuovamente la tensione verso la Francia, nazione alla quale l’Algeria è rimasta legata da accordi economici e diplomatici anche dopo l’indipendenza. A maggio, i due paesi hanno proceduto a espulsioni reciproche dei rispettivi corpi diplomatici. L’attrito è dovuto alla questione del Sahara occidentale e alle dichiarazioni francesi che riconoscevano le istanze marocchine sul territorio: l’Algeria, in risposta, ha sospeso le rotte commerciali. Anche la festa nazionale in Algeria, celebrata ogni 5 luglio, continua a richiamare quel passato coloniale che ancora oggi influisce sui rapporti tra i due paesi. Resta da vedere come si evolveranno gli eventi.