Il fenomeno del fast fashion nel 2026: la moda del “consumo rapido”

Il fenomeno del fast fashion nel 2026: la moda del "consumo rapido" 1

Il concetto di fast fashion non appare affatto nuovo nel contesto attuale, ma è piuttosto ben noto a chi ha passione per la moda e, in particolare, per lo shopping intenso. Infatti, il termine fast fashion si traduce in moda rapida, per non dire addirittura rapidissima, ed è un modello che ha origini non recenti, essendo emerso negli anni Ottanta. Se sei un appassionato di fast fashion, la qualità non è la caratteristica principale dei tuoi indumenti, poiché si tratta di una produzione di articoli a basso costo, dove la quantità prevale nettamente. L’obiettivo è, quindi, produrre sempre di più, senza freni e limiti, ed è una vera e propria catena di montaggio che mira a soddisfare unicamente i desideri dei consumatori.

Ritmi frenetici, pause sconosciute, un filo di sudore che scorre sul volto dei lavoratori, tutto ciò solo per rispettare le tempistiche richieste, soddisfacendo l’ansia e l’entusiasmo di chi, come te, che probabilmente sta leggendo questo articolo, desidera un capo di abbigliamento sempre nuovo, sempre alla moda ma a prezzi stracciati.

Il problema fondamentale non è solo la quantità eccessiva di vestiti che dobbiamo poi sistemare negli armadi, tra un decluttering e l’altro e cambi di stagione, ma il consumo eccessivo di materie prime e non solo.

Consumo e materie prime nel fast fashion

Come già accennato, il fast fashion si distingue principalmente per una produzione che privilegia la quantità a scapito della qualità, e con questo ultimo termine ci riferiamo alle materie prime utilizzate nella realizzazione degli indumenti.

I materiali predominanti comprendono poliestere, nylon, acrilico ed elastan, elementi che vengono frequentemente mescolati tra loro, generando così non solo capi di qualità estremamente scadente ma anche dannosi e responsabili del rilascio di microplastiche. Un esempio è l’acrilico, il quale, durante il lavaggio, rilascia negli oceani circa mezzo milione di tonnellate di microfibre ogni anno. Tra tutti, il poliestere è però il materiale più utilizzato nel fast fashion grazie al suo costo molto contenuto. Tutti questi materiali contribuiscono alla scarsa durata dei capi, i quali vengono rapidamente scartati dai consumatori, alimentando così questo ciclo di produzione infinito.

Vantaggi e svantaggi del fast fashion

Nonostante il fast fashion sia associato a numerosi aspetti negativi, ha riscosso un notevole successo tra i giovani. Come già detto, il prezzo di questi articoli è praticamente il più basso disponibile sul mercato, e i giovani sono coloro che hanno meno potere d’acquisto. Quanti di noi, alla loro età, ricevevano una paghetta esigua, ma è giusto così, e a malapena riuscivamo a comprare qualcosa? I tempi sono cambiati, i costi sono aumentati e forse anche le paghette fornite dai genitori; tuttavia, questi ragazzi sono le principali vittime di questo sistema. Per loro, l’accessibilità economica diventa l’unico aspetto che conta realmente, permettendo loro di seguire le tendenze senza spendere una fortuna.

“Essere alla moda a tutti i costi”, è la tipica frase che risuona nella mente dei giovani, infatti, avere un guardaroba sempre aggiornato significa essere “cool” e non “out” come coloro che non seguono queste mode.

Non solo i giovani contribuiscono alla diffusione e al perpetuarsi di questo meccanismo, ma sono anche le aziende, quelle che decidono di aderirvi, che si dimostrano molto abili e rapide nell’adattarsi alle richieste del mercato, producendo articoli molto simili, per non dire identici, a quelli che vediamo sulle passerelle.

Tra gli aspetti considerati negativi non si riscontra solo un utilizzo eccessivo delle materie prime e una quantità surreale di rifiuti, ma anche condizioni di lavoro precarie per i dipendenti coinvolti in questo “circuito infernale”. È importante ricordare che si tratta di un mercato che corre a ritmi sostenuti, che si basa sulla frenesia e sulla velocità e che non può permettersi di avere tempi morti e pause. Gli stessi lavoratori del settore si trovano a dover affrontare turni massacranti, ritmi serrati e assenza di tutele. Tra le persone coinvolte ci sono anche i minori.

Sweatshop e sfruttamento della manodopera minorile

Il fast fashion ha origine principalmente in Asia, in particolare nelle fabbriche di paesi come il Bangladesh o la Cina. Ad esempio, in Bangladesh si produce abbigliamento economico a base di fibre sintetiche come il poliestere.

Queste fabbriche sfruttatrici o laboratori clandestini sono conosciute come sweatshop, ovvero luoghi di lavoro con condizioni inaccettabili dove si verifica lo sfruttamento dei lavoratori. Lo sfruttamento della manodopera include anche quella minorile, con una netta preferenza per i ragazzi provenienti dalle classi sociali più disagiate.

Questi lavoratori, oltre a essere sottoposti a turni estenuanti, sono esposti a sostanze tossiche e irritanti senza alcun tipo di protezione.

Rifiuti tessili e inquinamento ambientale

Come già menzionato, il fast fashion comporta la produzione di una quantità eccessiva di indumenti di bassa qualità. A tutti noi piace cambiare e avere vestiti sempre nuovi, ma quando la qualità è scarsa, dopo pochi lavaggi, il capo è già da buttare. Di conseguenza, più aumenta il numero di vestiti con una vita breve, quindi che vengono rapidamente scartati, e più aumentano i rifiuti e l’inquinamento. Non possiamo dimenticare un altro fattore importante, ovvero l’utilizzo di una quantità considerevole di acqua e molta energia necessaria durante la produzione di questi articoli.

I materiali utilizzati sono sintetici e spesso derivano dal petrolio. Questi elementi richiedono risorse energetiche notevoli e impiegano molti anni per degradarsi, contribuendo a questo impatto ambientale negativo.

I disastri ambientali causati dal fast fashion non si limitano alla fonte, poiché le merci percorrono migliaia di chilometri prima di arrivare nei mercati occidentali. Non tutti “questi viaggi” si concludono nei nostri armadi, sia a causa della natura effimera delle mode, sia perché molti di questi articoli risultano invenduti e quindi scartati.

Tutti questi vestiti giungono nei cosiddetti “cimiteri del fast fashion”, ovvero nelle discariche, non sempre regolari, dove vengono anche appiccati incendi. Alcune discariche famose si trovano in Sud America, come quella nel deserto di Atacama, in Cile.

Quindi, il fast fashion non sarà mai sostenibile? Finché continuerà a produrre seguendo questo modello, la risposta è negativa, infatti, non si può parlare di sostenibilità quando si realizza una produzione su larga scala con l’impiego di materie prime a basso costo e sfruttamento della manodopera. Tuttavia, esiste una soluzione, e in questo caso si chiama second hand.

Secondo uno studio condotto dall’Osservatorio Second Hand Economy di Bva Doxa per Subito, la compravendita dell’usato contribuisce a ridurre le emissioni di CO2, diminuisce la quantità di rifiuti e aiuta a preservare le risorse naturali. La piattaforma Subito ha realizzato lo studio Second Hand Effect 2024 in collaborazione con Vaayu, una piattaforma di climate tech che monitora l’impatto ambientale. I risultati emersi sono molto interessanti, infatti, gli acquisti effettuati su Subito hanno contribuito a risparmiare circa 450mila tonnellate di CO2.

È sorprendente pensare come un semplice gesto, ovvero scegliere di acquistare, in questo caso, un capo usato piuttosto che un indumento nuovo, possa avere effetti così positivi sul nostro Pianeta. Anche perché, ciò che seminiamo oggi lo raccoglieremo domani, e questo vale per tutto.

<psempre secondo lo studio, l’acquisto di un oggetto usato comporta un risparmio medio di 39 kg di CO2, pari al 40% in più rispetto al 2023. Inoltre, quando acquistiamo l’usato, l’oggetto che abbiamo scelto ci arriva con un imballaggio quasi sempre già presente nella casa del mittente, dimostrando come sia un processo più sostenibile.

La discarica nel deserto di Atacama in Cile

Il deserto di Atacama si estende lungo la costa nord-occidentale del Cile, tra la catena delle Ande e la Cordigliera della Costa. Ed è qui che si trova una delle più grandi discariche di vestiti usati e invenduti del mondo. Una volta, era una distesa infinita di rocce, mentre oggi è coperta da 50mila tonnellate di abiti accatastati in cumuli. È diventato ormai un cimitero dei capi “mordi e fuggi”, ed è qui che ogni giorno moltissimi camion arrivano a scaricare vestiti. Non solo vengono abbandonati illegalmente, ma la loro composizione, come già accennato, deriva dalla plastica, la quale impiega moltissimo tempo per decomporsi. Per non parlare delle sostanze inquinanti che vengono rilasciate nel suolo.

Ovviamente, in Cile non è l’unica discarica presente, eppure, le altre legali non hanno mai accettato abiti in base a un decreto del Ministero della Salute perché ritenuti dannosi per la terra. Così, è diventata una discarica a cielo aperto, dove i cumuli di vestiti sono addirittura visibili nelle immagini satellitari.

Il caso di fast fashion più conosciuto al mondo, Shein

Shein è il colosso per eccellenza del fast fashion, e secondo uno studio della rivista tedesca ÖkoTest, alcuni degli indumenti di questa catena possono rilasciare sostanze nocive per la salute. Non solo sostanze come antimonio, piombo, cadmio, naftalene e dimetilformammide, ma anche i cosiddetti ftalati, riscontrati in quantità anche 15 volte superiori rispetto a quelle previste dal regolamento europeo.

Sono stati analizzati 21 capi e sottoposti a prove che simulassero il normale utilizzo, e di questi 8 hanno rilasciato sostanze tossiche.

Dobbiamo sottolineare che non tutti gli ftalati hanno effetti nocivi per la salute, tuttavia, molti di questi possono influire sul sistema riproduttivo, in particolare su quello maschile.

Second hand come alternativa al fast fashion?

Il second hand, o più comunemente noto come “di seconda mano”, sta diventando sempre più frequentemente una valida alternativa al fast fashion. In entrambi i casi, il risparmio è garantito, eppure, gli italiani non cercano solo ciò che è più economico per le proprie tasche ma, a volte, preferiscono il connubio tra prezzo contenuto e durata. Ormai abbiamo compreso che il fast fashion è accessibile a tutti, ma la qualità non è delle migliori, comportando spesso uno spreco di denaro. Al contrario, il second hand consente agli acquirenti di risparmiare trovando però soluzioni molto più convenienti e durevoli.

Estendendo l’analisi del second hand, consideriamo ThredUp, una piattaforma statunitense di abbigliamento usato, la quale ha pubblicato il suo 14° rapporto annuale.

Condotto da GlobalData, lo studio mostra un mercato globale dell’usato che raggiungerà i 393 miliardi di dollari entro il 2030, ben due volte più veloce del mercato complessivo dell’abbigliamento.

James Reinhart, cofondatore e CEO di ThredUp, ha dichiarato che:

«Nel 2025, il mercato dell’usato negli Stati Uniti crescerà quasi 4 volte più velocemente rispetto al più ampio mercato retail dell’abbigliamento. La prossima fase di questo mercato sarà definita da chi potrà sbloccare meglio l’offerta e utilizzare l’IA per collegare quell’inventario alla prossima generazione di acquirenti».

Il solo mercato statunitense dell’usato raggiungerà i 78,8 miliardi di dollari entro il 2030, e in testa ci sarà sicuramente la Generazione Z e i Millennials, ossia i principali consumatori, i quali guideranno circa il 70% della crescita del mercato. Anche in questo caso, l’IA gioca un ruolo fondamentale. Infatti, sta diventando sempre più spesso il motore che aiuta a scalare la rivendita migliorando la ricerca e la scoperta.

Tornando in Italia, un sondaggio condotto da IPSOS per Confesercenti a settembre 2024 ha rivelato come nei dodici mesi precedenti, più del 50% degli italiani avesse acquistato almeno un articolo di abbigliamento di seconda mano. Un boom che guida questo mercato verso i 6 miliardi di euro.

Ma dove acquistano maggiormente gli italiani il second hand? Oggi, c’è l’imbarazzo della scelta, tra mercatini diffusi in tutta Italia e piattaforme online come Vinted e Wallapop. Sempre secondo questo sondaggio, il 56% degli intervistati ha ammesso di essersi rivolto alle piattaforme online, negli ultimi 12 mesi, per acquistare capi usati. I giovani, tra i 18 e i 34 anni, guid

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