L’invasione sovietica reprime la Primavera di Praga.

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, centinaia di migliaia di soldati invasero la Cecoslovacchia per fermare un esperimento politico che stava mettendo in discussione il dominio sovietico sull’Europa orientale. L’invasione della Cecoslovacchia da parte delle forze del Patto di Varsavia pose fine alla Primavera di Praga e al tentativo di Alexander Dubček di realizzare un “socialismo dal volto umano”, ampliando la libertà di stampa, la partecipazione politica e i diritti dei cittadini senza abbandonare il sistema socialista. I carri armati giunti a Praga dimostrarono fino a che punto Mosca fosse disposta a spingersi per impedire che un Paese del blocco orientale decidesse autonomamente il proprio cammino.

Negli ultimi anni Sessanta, la Cecoslovacchia era saldamente ancorata al blocco sovietico. Dopo il colpo di Stato comunista del 1948, il Paese era governato da un sistema a partito unico e faceva parte sia del Patto di Varsavia che del Comecon, l’organizzazione economica dei Paesi socialisti.

Il controllo politico era accompagnato da censura e repressione del dissenso. Tuttavia, col passare del tempo, anche all’interno del Partito Comunista Cecoslovacco iniziarono a emergere richieste di riforma.

L’economia si trovava in una fase critica e una parte degli intellettuali richiedeva maggiore libertà di espressione. Le critiche iniziarono a colpire progressivamente anche la leadership politica.

Fu in questo contesto che Alexander Dubček salì al potere.

Alexander Dubček e il socialismo dal volto umano

Il 5 gennaio 1968, Dubček sostituì Antonín Novotný alla guida del Partito Comunista Cecoslovacco.

Non intendeva abolire il socialismo né portare immediatamente la Cecoslovacchia fuori dall’alleanza con Mosca. Il suo progetto mirava piuttosto a riformare profondamente il sistema dall’interno.

Nell’aprile del 1968, il partito approvò un Programma d’azione che prevedeva una maggiore libertà di stampa e di espressione, una riduzione del controllo politico sulla società, riforme economiche e una maggiore autonomia delle istituzioni.

Era il progetto che sarebbe diventato noto con l’espressione “socialismo dal volto umano”.

La censura venne progressivamente allentata e poi abolita. Giornali, scrittori e cittadini iniziarono a discutere apertamente questioni che fino a poco tempo prima non potevano essere affrontate pubblicamente.

Emersero critiche agli errori commessi dal regime, alle repressioni degli anni precedenti e al funzionamento dello Stato.

La trasformazione prese il nome di Primavera di Praga.

La paura dell’Unione Sovietica

A Mosca, le riforme cecoslovacche venivano osservate con crescente apprensione.

Il problema non riguardava solo ciò che accadeva a Praga. Se un Paese socialista fosse riuscito ad ampliare le libertà politiche mantenendo formalmente il proprio sistema economico e istituzionale, altri Stati dell’Europa orientale avrebbero potuto seguire lo stesso esempio.

Il leader sovietico Leonid Brežnev e i governi più fedeli a Mosca temevano quindi che l’esperimento di Dubček potesse indebolire l’intero blocco.

Durante l’estate, si susseguirono incontri e pressioni diplomatiche.

Dubček cercò di rassicurare l’Unione Sovietica. La Cecoslovacchia non avrebbe abbandonato il Patto di Varsavia e non intendeva rompere l’alleanza con Mosca.

Le assicurazioni non furono sufficienti.

La leadership sovietica decise che le riforme dovevano essere interrotte.

La notte tra il 20 e il 21 agosto 1968

L’operazione militare ebbe inizio nella tarda serata del 20 agosto 1968.

Truppe dell’Unione Sovietica, della Polonia, dell’Ungheria e della Bulgaria, con la partecipazione delle forze della Germania Est alla preparazione dell’operazione, entrarono in Cecoslovacchia. L’intervento coinvolse inizialmente circa 200.000 soldati e migliaia di mezzi corazzati, mentre il dispositivo militare sarebbe successivamente aumentato.

L’esercito cecoslovacco ricevette l’ordine di non opporre resistenza organizzata per evitare una guerra che avrebbe avuto conseguenze devastanti.

I carri armati giunsero rapidamente a Praga.

La popolazione, però, reagì.

Migliaia di persone scesero in strada. Comparvero barricate, scritte contro l’occupazione e bandiere cecoslovacche. Alcuni cittadini cercarono di dialogare direttamente con i soldati, molti dei quali erano stati informati di essere intervenuti per fermare una presunta controrivoluzione.

Cartelli stradali vennero rimossi o modificati nel tentativo di confondere le colonne militari.

La resistenza fu principalmente civile.

Radio Praga e la resistenza all’occupazione

Uno dei luoghi centrali delle proteste fu la sede della Radio cecoslovacca.

La radio continuò a trasmettere informazioni sull’invasione e appelli alla popolazione mentre le forze occupanti cercavano di prenderne il controllo.

Intorno all’edificio scoppiarono scontri e alcune persone furono uccise.

Anche quando le principali strutture furono occupate, trasmissioni clandestine continuarono da località nascoste.

L’informazione divenne così uno degli strumenti principali della resistenza.

Le immagini dei carri armati sovietici nelle strade di Praga fecero rapidamente il giro del mondo, suscitando proteste anche nei Paesi occidentali e creando profonde divisioni all’interno dello stesso movimento comunista internazionale.

L’arresto di Dubček

Dubček e altri dirigenti cecoslovacchi furono arrestati dalle forze sovietiche e trasferiti a Mosca.

Il presidente Ludvík Svoboda raggiunse la capitale sovietica per negoziare.

I dirigenti cecoslovacchi furono sottoposti a fortissime pressioni e costretti ad accettare il Protocollo di Mosca, che sanciva di fatto la limitazione delle riforme e la presenza delle truppe sovietiche nel Paese.

Dubček rimase formalmente alla guida del partito ancora per alcuni mesi, ma la Primavera di Praga era ormai stata sconfitta.

Nell’aprile del 1969, venne sostituito da Gustáv Husák.

Iniziò quella che il regime avrebbe definito “normalizzazione”: molte delle riforme furono annullate, la censura venne ripristinata e migliaia di persone considerate politicamente inaffidabili persero incarichi pubblici o furono espulse dal Partito Comunista.

La dottrina Brežnev

L’invasione della Cecoslovacchia contribuì anche a rendere esplicita una concezione che sarebbe diventata nota come dottrina Brežnev.

Secondo questa impostazione, la sovranità dei Paesi socialisti aveva dei limiti quando le loro decisioni rischiavano di compromettere gli interessi dell’intero blocco.

In pratica, Mosca rivendicava il diritto di intervenire quando riteneva minacciato il sistema socialista di uno Stato alleato.

Era una concezione della sovranità subordinata agli equilibri stabiliti dall’Unione Sovietica.

L’intervento militare del 1968 dimostrò che l’appartenenza al blocco orientale lasciava margini molto ridotti quando le riforme interne entravano in conflitto con gli interessi di Mosca.

Jan Palach e la protesta contro l’occupazione

La repressione della Primavera di Praga non cancellò immediatamente l’opposizione.

Il 16 gennaio 1969, lo studente ventenne Jan Palach si diede fuoco in piazza San Venceslao a Praga per protestare contro l’occupazione e contro la progressiva rassegnazione della società.

Morì tre giorni dopo.

Il suo funerale si trasformò in una grande manifestazione pubblica e Palach divenne una delle figure più conosciute della resistenza cecoslovacca al controllo sovietico.

Negli anni successivi, l’opposizione avrebbe assunto altre forme. Nel 1977, intellettuali e dissidenti, tra cui Václav Havel, promossero Charta 77, chiedendo al governo di rispettare i diritti umani che la stessa Cecoslovacchia si era impegnata a garantire attraverso accordi internazionali.

Dalla Primavera di Praga alla Rivoluzione di velluto

Ci vollero altri vent’anni affinché il sistema imposto dopo l’invasione entrasse definitivamente in crisi.

Nel 1989, i regimi socialisti dell’Europa orientale iniziarono a cadere uno dopo l’altro. In Cecoslovacchia, manifestazioni pacifiche sempre più partecipate portarono alla Rivoluzione di velluto.

Il Partito Comunista perse il monopolio del potere e nel dicembre dello stesso anno, Václav Havel divenne presidente.

Alexander Dubček tornò sulla scena politica e fu eletto presidente dell’Assemblea federale.

La storia sembrava così ricomporsi con il tentativo interrotto nel 1968.

L’invasione della Cecoslovacchia nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 mise fine alla Primavera di Praga attraverso la forza militare, ma non cancellò le richieste che l’avevano generata. Libertà di espressione, partecipazione politica e autonomia da Mosca sarebbero riapparse negli anni successivi fino a diventare, nel 1989, parte delle rivendicazioni che portarono alla fine del regime comunista cecoslovacco.

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