Maurizio Galimberti alla mostra “CinquantaNovecento” a Guastalla

Novecento è un film di Bernardo Bertolucci girato nel 1976 ed è una delle pellicole più importanti del cinema italiano. Questo film, ambientato in Emilia, racconta la vita difficile dei contadini, la loro fragilità, la durezza dei padroni e la violenza del Fascismo. Per commemorare i cinquant’anni di Novecento è nata la mostra CinquantaNovecento di Maurizio Galimberti aperta fino al 4 ottobre presso il Palazzo Ducale di Guastalla nei seguenti giorni e orari:
Mercoledì, sabato e domenica
9.30-12.30 e 15.30-18.30
Galimberti è un fotografo italiano specializzato nella tecnica del mosaico fotografico con pellicole a sviluppo istantaneo. Nella mostra CinquantaNovecento ha ripreso le fotografie di scena di Angelo Novi e le ha reinterpretate secondo la sua visione del tutto innovativa. Infatti, ha realizzato 90 mosaici e ready-made Polaroid. Il fotografo afferma di aver provato un’attrazione per quelle foto, doveva per forza farle sue, riproporle attraverso i suoi occhi:
«Man mano che vedevo quelle fotografie, è cresciuta in me l’emozione, sempre di più, fino al punto di sentire che dovevo ‘mangiarmele’ con le mie Polaroid. Le immagini in bianco e nero di Novi avevano già metabolizzato il colore di Storaro e i miei ready-made le hanno rilette nel bianco e nero più contrastato e saturo della Polaroid».
Perché Polaroid e Fuji Instax?
La passione per la fotografia è sempre stata una costante in Galimberti fin da giovane. Un amore che però era orientato maggiormente per le pellicole in bianco e nero. La scelta di utilizzare le istantanee Polaroid è nata nel 1983, soprattutto per la possibilità di vedere sul momento la riuscita o meno dello scatto eseguito. Lo stesso Galimberti ha spiegato che:
«La Polaroid non riproduce: coagula. Trattiene il tempo mentre si forma, lascia che l’immagine soffra, che affiori lentamente, come una ferita che decide se chiudersi o restare aperta».
Ma Galimberti non rimane affascinato solo dalle istantanee Polaroid, piuttosto inizia a ricercare il movimento e il dinamismo, uno dei pilastri alla base del movimento futurista, ma riprende anche qualche elemento tanto caro a Marcel Duchamp. Nelle foto da lui reinterpretate il dinamismo c’è, infatti, non ci propone una semplice foto di Novi, ma una foto scomposta in tante minuscole Polaroid disgiunte che si ripetono.
Galimberti gioca con la sovrapposizione, con la sottoesposizione, trovandoci così ad ammirare una foto completamente diversa da quella di partenza, come se si muovesse davanti a noi. Dobbiamo però prestare attenzione all’obiettivo finale, Galimberti non vuole arricchire queste foto, anzi, l’unica regola da seguire è giocare con un’inquadratura semplice, non vuole strafare ma raggiungere l’essenza.
Galimberti quando parla del suo operato menziona spesso il concetto di “ready-made”. Questo termine significa “già fatto” o “pronto all’uso”, e così Galimberti fa, ossia riprende una serie di fotografie di scena scattate da Novi e le manipola, non scatta foto nuove ma riutilizza quelle già diffuse. Il fotografo ha affermato:
«Il mio ready-made è un atto di amore estremo. Non distrugge ciò che tocca, lo incorpora».
Duchamp stesso è stato il primo a utilizzare in ambito artistico il concetto di ready-made. Per Galimberti attuarlo non è una scelta ma una necessità, come se provasse un’attrazione alla quale non può fare altro che cedere. Ha bisogno di contaminare le altre immagini già in circolo, in questo caso quelle di Novi, di dare un taglio tutto suo, di toccarle con mano.
Tuttavia, non ha utilizzato solo le istantanee Polaroid, soprattutto perché nel 2008 finì il loro periodo di produzione, ma si specializzò nell’uso delle pellicole Fuji. Nel 2017, diventa Instant Artist ufficiale di Fuji Italia. Ma l’amore per la Polaroid non è mai venuto a meno, così nel 2022 ha ripreso a utilizzare materiali Polaroid, soprattutto grazie alla nuova fotocamera Polaroid I-2 con i relativi supporti in pellicola iType.
Quando mi sono avvicinata per la prima volta a queste immagini mi sono chiesta se fossero le stesse di Novi, se non avessero perso il loro significato originario, perché al primo impatto ti sembrano diverse, non riconosci subito i soggetti, non capisci quello che stanno facendo. Ma questa è solo la prima sensazione che la tecnica di Galimberti mi ha trasmesso, poi mi sono soffermata senza pensare troppo e ho capito che tutto ha un senso, che non è stato stravolto nulla ma solo reinterpretato.
Mi sembrava solo caos all’inizio, tasselli formati da Polaroid posizionati qua e là, alcuni sovrapposti, altri senza un ordine preciso perdendo così di riferimento l’immagine iniziale. Tutto era in movimento, caotico, dinamico. Ma Galimberti vuole solo mostrare quelle immagini come le vede lui, vuole proiettarti nel suo mondo, e non importa se quel contadino viene mostrato in mille sfaccettature diverse, l’importante è che rimanga quel contadino, lo stesso che ha fotografato Novi.
Italo Calvino ha sempre detto che «Le immagini tornano, si moltiplicano, si reincarnano». Tuttavia, il primo effetto a cui siamo sottoposti mentre le guardiamo è un senso di disordine, e lo stesso ready-made di Duchamp ha insegnato che solo attraverso uno spostamento minimo si può cambiare il mondo. La nostra mente inizialmente vive questo, si trova di fronte a un cambiamento, a uno sconvolgimento, ma è solo apparenza. Anche se nel 2008 Polaroid annunciò la fine della produzione delle pellicole fotografiche istantanee tradizionali il marchio non è mai scomparso veramente. Oggigiorno, conosco tantissime persone che usano la Polaroid, e forse il suo successo deriva proprio dall’attesa quasi inesistente. Non è una macchina fotografica classica che ha bisogno di un tempo infinito per sviluppare le foto, e non è nemmeno una macchina fotografica digitale che ti permette di vederle subito ma non di toccarle con mano.
Vivendo in una società dove avere tutto e subito è ormai una necessità, la Polaroid soddisfa esattamente questo bisogno. L’attesa c’è con la Polaroid ma è veramente minima e nelle tue mani vedi nascere l’immagine. Quello che hai fotografato nasce davanti a te, non hai modo di rifarla, di dire “no dai non mi piace, cancellala”, non puoi. Galimberti ci ricorda che:
«Fotografare in Polaroid significa accettare l’imperfezione come linguaggio, il caso come alleato, l’errore come rivelazione».
Ritrarre in forma di mosaico non è stato fatto solo con le foto di Novi, Galimberti si è spinto oltre e ha applicato la stessa tecnica anche sulla foto di Bernardo Bertolucci che aveva scattato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2003. Una foto che mostra l’umiltà e la semplicità di Bertolucci, lo stesso che decise di girare un film con gente del popolo, contadini umili vessati ma con qualche barlume di coraggio e speranza.
Bernardo Bertolucci, Mostra del Cinema di Venezia, 2003
La mostra di Galimberti si conclude con una frase che meglio di così non poteva riassumere la sua idea e il suo lavoro «Mi metto dentro, in questo abbraccio…nella storia di Bernardo Bertolucci».
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