Houthi, emergente pericolo per il mercato petrolifero globale

Houthi, emergente pericolo per il mercato petrolifero globale 1

Houthi, nuova minaccia per il petrolio mondiale

L’ingresso degli Houthi yemeniti nel conflitto in Medio Oriente al fianco dell’Iran espande la guerra e rischia di aggravare ulteriormente la crisi energetica.

Come già avvenuto nel 2023, i ribelli yemeniti possiedono la capacità di bloccare lo stretto di Bab al-Mandeb, attraverso il quale transita il 12% del commercio marittimo globale.

Le milizie Houthi, già protagoniste negli ultimi anni di attacchi e azioni destabilizzanti nel Mar Rosso, tornano a occupare un ruolo centrale sulla scena internazionale. E lo fanno in un periodo in cui il sistema energetico globale è già sotto pressione, a causa di tensioni geopolitiche, rotte commerciali insicure e prezzi fluttuanti.

L’ultimo episodio significativo è il lancio di un missile contro Israele, rivendicato dagli Houthi. Un chiaro segnale, che va oltre il semplice gesto simbolico. Indica la volontà di inserirsi attivamente in un contesto di conflitto più ampio, legato all’asse tra Iran e i suoi alleati regionali.

Ed è proprio questo legame a preoccupare osservatori e governi occidentali. Teheran, già coinvolta in tensioni dirette e indirette con Stati Uniti e Israele, potrebbe disporre di un ulteriore strumento per esercitare pressione: un attore capace di colpire uno dei nodi cruciali del commercio energetico globale.

Il contesto, infatti, è già compromesso. Il blocco dello Stretto di Hormuz, punto strategico per il trasporto del greggio, ha chiaramente ridotto le forniture in uscita dal Golfo Persico. Per limitare i danni, l’Arabia Saudita ha spostato una parte considerevole delle esportazioni verso il Mar Rosso, puntando su una rotta alternativa.

Tuttavia, questa soluzione rimane vulnerabile a forti incertezze. Il punto più critico resta lo Stretto di Bab el-Mandeb, stretto passaggio tra Mar Rosso e Oceano Indiano, tra il Corno d’Africa e la penisola arabica.

Da qui transita una significativa porzione dei traffici globali. Petrolio e merci che ogni anno collegano i mercati asiatici a quelli europei. Ed è proprio in questa area che gli Houthi hanno già dimostrato, negli ultimi anni, di poter intervenire con attacchi mirati.

Non è necessaria un’operazione militare su larga scala per compromettere questo sistema. I precedenti lo dimostrano: attacchi mirati, spesso condotti con droni o missili a basso costo, sono stati sufficienti a indurre le compagnie di navigazione a evitare l’area. Il risultato? Rotte più lunghe, costi maggiori, ritardi nelle consegne e un inevitabile aumento dei prezzi energetici.

Le autorità internazionali osservano con crescente apprensione. Il Joint Maritime Information Center mantiene alta l’attenzione sullo stretto e sul Golfo di Aden, dove il livello di rischio è ancora indicato come “moderato”. Ma il punto, fanno sapere, è un altro: gli Houthi dispongono ancora di mezzi e volontà per colpire. Anche se recentemente non si sono registrati attacchi contro navi mercantili, la minaccia non può essere considerata superata.

Un allerta condiviso anche dagli Stati Uniti. L’amministrazione marittima del Dipartimento dei Trasporti ha ribadito che le milizie yemenite rappresentano ancora una minaccia concreta per le navi commerciali e per gli americani nella regione.

Un messaggio che si inserisce in un contesto più ampio di crescente tensione. Sul piano politico, le dichiarazioni provenienti dagli ambienti Houthi lasciano poco spazio all’interpretazione.

In un’intervista a Reuters, un rappresentante degli Houthi ha parlato esplicitamente di un Iran che starebbe guadagnando terreno giorno dopo giorno, lasciando intendere che, se lo scenario dovesse cambiare, il gruppo potrebbe rivedere la propria posizione e aumentare il livello di coinvolgimento.

Nel frattempo, anche in Europa il clima rimane teso. Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di garantire la sicurezza nel Mar Rosso. Una questione che non riguarda solo gli equilibri diplomatici.

Da quella rotta passa una parte essenziale degli scambi tra Asia ed Europa, e qualsiasi interruzione avrebbe effetti immediati sul commercio globale. Il nodo centrale resta però quello energetico.

Energia e commercio sotto pressione: il rischio globale

L’Arabia Saudita, tra i principali esportatori di greggio a livello mondiale, si trova oggi a gestire un equilibrio complesso. Con lo Stretto di Hormuz di fatto inutilizzabile, Riyadh ha puntato sull’alternativa del Mar Rosso, aumentando l’utilizzo del terminale di Yanbu, collegato ai giacimenti orientali tramite l’oleodotto Est-Ovest.

Nelle ultime settimane, i volumi spediti da questa direttrice sono aumentati rapidamente, diventando una via fondamentale per garantire le forniture verso Europa e Asia. Tuttavia, rimane una soluzione che non offre garanzie.

L’oleodotto può trasportare fino a circa sette milioni di barili al giorno, una quantità ben lontana dai circa quindici milioni che passavano dallo Stretto di Hormuz prima della crisi. Se anche il Mar Rosso dovesse subire rallentamenti o blocchi, si aprirebbe un vuoto difficile da colmare in tempi brevi.

Le conseguenze non si limiterebbero al settore energetico. Come evidenziato da Fidelity, un deterioramento della sicurezza nello stretto di Bab el-Mandeb aggraverebbe gli shock già in atto nelle catene di approvvigionamento globali. I flussi di merci tra Asia ed Europa verrebbero rallentati, i costi di trasporto aumenterebbero e i premi di rischio continuerebbero a crescere. Il problema, del resto, è già evidente.

Secondo CaixaBank Research, il traffico nel Canale di Suez si è dimezzato rispetto a prima della fine del 2023. Per evitare rischi, molte navi hanno scelto di allungare la rotta, passando dal Capo di Buona Speranza e aggirando l’Africa.

Questo comporta viaggi più lunghi (circa 6.500 chilometri in più) e tempi che si allungano anche di due settimane. Un impatto diretto sui costi per le aziende, che inevitabilmente si riflette anche sui prezzi finali, mentre l’inflazione rimane sotto pressione e la crescita rallenta. In un contesto già instabile, ogni nuova tensione finisce per pesare ancora di più.

C’è poi un elemento strategico da non sottovalutare. Il Mar Rosso rappresenta per l’Arabia Saudita non solo una via alternativa, ma una vera e propria ancora di salvezza. Se anche questa rotta dovesse diventare instabile, Riyadh si troverebbe con margini di estremamente ridotti. E con essa, l’intero mercato globale del petrolio.

In questo scenario, il ruolo degli Houthi assume un’importanza che va ben oltre la dimensione locale. Non si tratta più soltanto di un attore del conflitto yemenita, ma di un potenziale fattore di destabilizzazione globale. La loro capacità di influenzare rotte commerciali strategiche li rende un elemento chiave nelle dinamiche geopolitiche della regione.

Il rischio, oggi, non è tanto quello di un blocco totale immediato, quanto di una progressiva erosione della sicurezza. Attacchi sporadici, minacce credibili, tensioni costanti: è questo il terreno su cui si gioca la partita. Un terreno che rende ogni previsione incerta e ogni equilibrio precario.

Per i mercati energetici, significa convivere con un rischio latente. Per i governi, significa prepararsi a scenari sempre più complessi. Per i consumatori, infine, significa fare i conti con prezzi potenzialmente più alti e una maggiore volatilità.

In definitiva, la crisi nel Mar Rosso non è un episodio isolato, ma parte di un mosaico più ampio. Un mosaico in cui si intrecciano interessi energetici, strategie militari e dinamiche politiche. E in cui ogni tassello può fare la differenza.

Se gli Houthi dovessero intensificare il livello dello scontro al fianco dell’Iran, lo scenario rischierebbe di complicarsi rapidamente. Le rotte marittime finirebbero ancora di più sotto pressione e il petrolio tornerebbe al centro del gioco, non solo come risorsa, ma come leva politica capace di spostare equilibri.

I commenti sono chiusi.