Stipendi dei magistrati, Meloni blocca il Dpcm: «Quasi 1 miliardo, non posso firmare»

Giorgia Meloni rifiuta di firmare il Dpcm sugli stipendi dei magistrati, che dovrebbe applicare il nuovo calcolo imposto dalle sentenze amministrative e corrispondere gli arretrati maturati dal 2018. L’Anm contesta le cifre diffuse e avverte sui costi di un ulteriore rinvio.
La nomina di un commissario ad acta è l’esito prospettato dal Consiglio di Stato qualora Giorgia Meloni continui a rifiutare la firma del Dpcm sugli adeguamenti retributivi dei magistrati. La presidente del Consiglio rivendica la propria scelta e invita i giudici amministrativi ad assumersi la responsabilità del passaggio successivo.
«In coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi 1 miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati», afferma Meloni. La cifra indicata comprende soprattutto somme arretrate dal 2018, maturate in seguito agli errori riscontrati nel calcolo delle retribuzioni del personale pubblico privo di contrattazione collettiva.
La premier lega il rifiuto alle risorse disponibili e alle priorità del governo. «È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia», osserva in risposta al direttore dell’Adnkronos.
Poi rilancia. «Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità». Meloni lascia aperta la possibilità di una trattativa con le organizzazioni di categoria. «Dopodiché se le associazioni rappresentative vorranno cercare insieme una soluzione sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento».
Il calcolo bocciato dai giudici amministrativi
Le retribuzioni dei magistrati seguono un meccanismo diverso da quello applicato ai lavoratori coperti dalla contrattazione collettiva. Ogni tre anni vengono adeguate agli incrementi medi riconosciuti alle altre categorie del pubblico impiego. Il governo determina gli importi con un Dpcm sulla base dei parametri forniti dall’Istat.
Il sistema usato negli anni scorsi aveva fissato gli adeguamenti al 4,85 per cento per il triennio 2018-2020 e al 6,69 per cento per il periodo 2021-2023. L’Associazione nazionale magistrati e altre organizzazioni hanno contestato i criteri adottati. Tar e Consiglio di Stato hanno accolto i ricorsi, portando le percentuali al 6,22 e al 12,32 per cento.
Secondo i giudici amministrativi, la base di calcolo escludeva alcune indennità e le Autorità indipendenti. L’impiego della media ponderata attribuiva inoltre maggiore peso ai comparti più numerosi e con retribuzioni inferiori, fra cui scuola ed enti territoriali. L’Avvocatura dello Stato ha difeso le scelte del governo, senza ottenere l’annullamento delle decisioni.
Giovanni Zaccaro, segretario nazionale di Area democratica per la giustizia, collega l’automatismo salariale all’esigenza di tutelare «l’indipendenza della magistratura attraverso un trattamento economico che non costringa a trattare, ogni volta, con il governo di turno».
Zaccaro ricorda che «negli ultimi anni il governo, a prescindere dal suo colore, non ha riconosciuto ai magistrati quanto dovuto, costringendoli ad agire in giudizio». La controversia avrebbe prodotto, con otto anni di ritardo, aumenti compresi fra 50 e 200 euro. Una somma che, precisa, resta inferiore alla perdita di potere d’acquisto provocata dall’inflazione.
Le stime contestate sul miliardo di euro
Il costo complessivo del ricalcolo viene stimato in 979 milioni di euro. Nel Documento programmatico di bilancio per il 2027 compare un fondo sentenze da 1,9 miliardi, pari allo 0,08 per cento del Pil. La maggior parte delle risorse sarebbe destinata agli adeguamenti dei magistrati.
Secondo i calcoli pubblicati dal Sole 24 Ore, il provvedimento potrebbe comportare oltre 70mila euro lordi a testa di arretrati una tantum e circa 20mila euro annui per gli anni successivi. Le cifre maggiori riguarderebbero i 10.638 magistrati già in servizio nel 2018. Nel complesso, gli interessati sarebbero circa 11mila. Gli adeguamenti relativi al triennio 2024-2026 restano ancora da definire e risentiranno delle decisioni assunte per i periodi precedenti.
L’Associazione nazionale magistrati contesta le stime diffuse. «Gli importi effettivi sono di gran lunga inferiori a quelli riportati dai giornali», replica l’Anm, ricordando che si tratta «di componenti stipendiali dovute per legge, che l’amministrazione ha omesso per anni di corrispondere. Il loro ammontare è la diretta conseguenza dei ritardi accumulati nel pagamento».
Per un magistrato con vent’anni di esperienza, secondo l’associazione, la somma resterebbe sotto un quarto dei 100mila euro indicati. Anche l’Associazione magistrati della Corte dei conti giudica sovrastimata la cifra. Gli importi sarebbero «sensibilmente inferiori a quelli circolati, frutto di una ricostruzione basata su stime non note e in assenza di parametri certi».
I magistrati contabili ricordano che gli incrementi salariali vengono stabiliti automaticamente e seguono quelli già riconosciuti agli altri dipendenti pubblici. «Va anche precisato che per legge i magistrati non negoziano i propri aumenti. A garanzia dell’indipendenza della magistratura è previsto un meccanismo automatico di adeguamento triennale».
Secondo l’associazione, gli adeguamenti dei due trienni sono stati calcolati con criteri dichiarati illegittimi. Le somme servirebbero quindi ad allineare le retribuzioni a quelle del resto del pubblico impiego. Un ulteriore ritardo aumenterebbe l’esborso a carico dello Stato.
Lo scontro sull’esecuzione delle sentenze
Magistratura Indipendente respinge la definizione di regalo alla categoria. «Presentare questa vicenda come un regalo significa confondere scientemente un obbligo giuridico con una scelta politica discrezionale. Ancora più grave sarebbe la volontaria mancata esecuzione delle sentenze».
Il confronto si inserisce in una fase di tensione tra il governo e le magistrature, già visibile nello scontro sulla decisione della Corte dei conti relativa al Ponte sullo Stretto.
L’associazione avverte che rinviare il pagamento potrebbe aumentare gli oneri pubblici, generare altro contenzioso e causare un danno erariale. Le eventuali responsabilità, aggiunge, dovrebbero essere accertate nelle sedi competenti.
Il vice segretario dell’Anm Stefano Celli annuncia una possibile nuova iniziativa giudiziaria. «Il governo decide, ma se ci sono dei margini faremo un ricorso. Utilizzeremo gli strumenti che l’ordinamento ci riconosce per far valere i nostri diritti, che sono gli stessi diritti degli altri cittadini».
La Giunta esecutiva centrale dell’Anm rifiuta il ruolo di bersaglio delle difficoltà finanziarie del Paese. «La magistratura non può essere trasformata nel capro espiatorio delle difficoltà economiche del Paese. Nessun regalo, nessun bonus, nessun aumento: le somme di cui ha parlato in queste ore la Presidente del Consiglio sono differenze retributive previste dalla legge e non corrisposte per anni».
L’Anm chiede che l’attenzione venga spostata sulle condizioni degli uffici giudiziari, sugli organici scoperti e sulla carenza di giudici e pubblici ministeri. Conferma inoltre la disponibilità a incontrare Meloni.
Il sostegno di Stefania Craxi
La posizione della presidente del Consiglio riceve il sostegno di Forza Italia. Stefania Craxi condivide il rifiuto di firmare il Dpcm e richiama le difficoltà affrontate da famiglie, imprese e lavoratori.
«In un momento in cui famiglie, imprese e lavoratori affrontano sacrifici e incertezze, in cui l’emergenza energetica rischia di mettere in ginocchio le nostre economie, destinare quasi un miliardo di euro a una categoria che già beneficia di trattamenti tra i più elevati del settore pubblico non può essere considerata una priorità», afferma la senatrice.
Craxi apprezza anche l’apertura annunciata da Meloni verso le associazioni dei magistrati. «La forza di chi governa si misura nella capacità di assumere decisioni anche quando sono difficili. Per questo apprezzo la posizione del Presidente del Consiglio, che ha scelto di mettere al primo posto l’interesse generale e le reali esigenze del Paese».
Il confronto resta legato alla firma del Dpcm. In sua assenza, il Consiglio di Stato potrà affidare a un commissario l’esecuzione delle sentenze che hanno imposto il nuovo calcolo e il pagamento delle somme maturate dal 2018.
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