Il 4 giugno 2021, i carabinieri di Ro Ferrarese si presentarono presso l’abitazione di Rossella Arquà, dopo che l’allora questore Cesare Capocasa le aveva assegnato, senza che ne fosse a conoscenza, una sorveglianza generica radiocollegata a causa delle missive minatorie dirette a lei e all’ex vicesindaco Nicola Lodi. “Non doveva rimanere una questione riservata tra noi?” aveva chiesto via WhatsApp l’ex consigliera a Naomo riguardo alla situazione. Per la difesa della donna, attualmente sotto processo con l’accusa di minacce nei confronti di Naomo, quella domanda rappresenterebbe una delle evidenze del presunto “accordo segreto” tra i due, come definito dalla stessa Arquà durante l’ultima udienza del procedimento.
Un’udienza che ha fatto emergere “numerosi aspetti“, ha dichiarato il giudice Giuseppe Palasciano, il quale, alla luce di queste nuove informazioni, ha nuovamente interrogato Nicola Lodi venerdì mattina (24 luglio), partendo proprio da quel messaggio WhatsApp. “Non c’è mai stato alcun tipo di accordo tra me e Arquà” ha affermato con fermezza il braccio destro di Fabbri, aggiungendo “lo ripeterò sempre“. “Le dissi che quella situazione doveva rimanere tra noi, che non doveva rivelare nulla, perché non volevo che la notizia delle lettere minatorie fosse divulgata dai media. Questo era l’obiettivo principale, anche perché in quel momento la parola d’ordine era riservatezza.”
Palasciano ha quindi chiesto a Lodi per quale motivo Arquà avesse inviato le lettere minatorie, sottolineando che molti testimoni, in particolare gli ex consiglieri leghisti Solaroli e Ferraresi, avevano dichiarato in aula della “grande stima” che l’attuale imputata nutriva nei confronti del vicesindaco. Tuttavia, nessuno di loro era riuscito a fornire una spiegazione logica riguardo al motivo scatenante che l’avrebbe spinta a compiere tale gesto. “Stiamo parlando di una persona che aveva un estremo bisogno di attenzione,” ha affermato Lodi, senza girarci troppo attorno. “Ogni volta che qualcuno si avvicinava a me a livello professionale, ogni volta che la escludevo o la mettevo da parte, lei reagiva con comportamenti scomposti,” ha aggiunto.
L’ex vicesindaco ha quindi continuato la sua testimonianza: “Molti affermano che lei fosse il mio braccio destro, e lei stessa si considerava tale, ma io non ho mai avuto bracci destri. Ho avuto solo collaboratori. A lei ho dovuto dire di no più volte e la mia unica convinzione è che questo deterioramento del rapporto l’abbia portata a cercare attenzione. Quando ho iniziato a non considerare le minacce, ha cominciato a minacciarsi da sola. Potrei giurarlo oggi. Si rendeva conto e percepiva che in quel periodo la stavo allontanando. Si sentiva non valorizzata e isolata. Non la portavo nemmeno agli incontri politici perché era imbarazzante. Non sapeva interagire politicamente. Ciò che ha fatto, lo ha fatto solo per vendetta.”
Al centro dell’udienza è emersa anche la questione delle automobili parcheggiate davanti alla sede della Lega di via Ripagrande, sulle quali erano state installate telecamere per monitorare eventuali movimenti sospetti e identificare il responsabile. Su questo punto, gli avvocati Fabio Anselmo e Bernardo Gentile, difensori di Rossella Arquà, hanno incalzato Nicola Lodi richiamando alcune dichiarazioni fornite al pubblico ministero Andrea Maggioni nell’ambito dell’inchiesta parallela per l’ipotesi di reato di peculato. Un’inchiesta per la quale è stata avanzata una richiesta di archiviazione per particolare tenuità del fatto, su cui però non risulta ancora una pronuncia definitiva da parte del tribunale.
Durante quell’interrogatorio, Lodi aveva spiegato che le auto erano state lasciate davanti alla sede del partito il 30 aprile e il 5 maggio 2021, mentre erano state rimosse nei giorni intermedi. Alla domanda sul motivo di tale scelta, l’ex vicesindaco ha raccontato che non si ritenne necessario mantenere il presidio, poiché in quei giorni la sede della Lega era chiusa e non era prevista la presenza di nessuno. Da qui i dubbi sollevati dalla difesa, che ha evidenziato come, secondo la ricostruzione fornita da Lodi quando fu ascoltato per la prima volta, i sospetti nei confronti di Arquà sarebbero emersi soltanto il 26 maggio a causa di un errore ortografico in una missiva, mentre la Digos aveva riferito di non aver individuato un possibile autore fino al 7 giugno. Inoltre, Matteo Benea, responsabile di Securfox, l’agenzia privata che aveva installato le telecamere in accordo con Lodi, durante l’udienza precedente, aveva dichiarato che il 5 maggio 2021 Arquà si era avvicinata a una delle vetture, probabilmente sospettando qualcosa. “Lodi mi disse che Arquà si era accorta delle telecamere esterne, si era avvicinata all’auto per verificare la presenza della telecamera e quindi propose di installare telecamere all’interno della sede,” aveva ricordato. Proprio dal 5 maggio “iniziò a sorgere il sospetto su Arquà, quando Lodi ci sollevò il dubbio,” aveva continuato Benea.
I legali hanno quindi chiesto perché le auto dotate di telecamere non fossero state lasciate davanti alla sede proprio nei giorni in cui era rimasta chiusa, se i sospetti su Arquà fossero emersi solo alcune settimane dopo. “Perché il fatto che la sede della Lega fosse chiusa in quei quattro giorni l’ha indotta a rinunciare a qualsiasi forma di sorveglianza? Chiunque altro avrebbe potuto continuare a inserire le lettere nella buchetta della sede, che è all’esterno o sotto la saracinesca del locale. Forse perché il 30 aprile 2021 sapeva già che era Arquà a lasciare le missive?” ha chiesto l’avvocato Fabio Anselmo all’ex assessore alla Sicurezza. “Assolutamente no,” ha risposto con decisione Nicola Lodi, aggiungendo di non essere lui l’incaricato a parcheggiare le auto.
In aula è stato ascoltato anche Fabrizio Bellini, all’epoca dei fatti coordinatore della Digos, ora in pensione, che ha riferito sull’attività operativa svolta. “Sono stato contattato da Rossella Arquà nell’aprile 2021. Mi disse che era stata ricevuta una missiva dai toni minacciosi nei confronti del vicesindaco. Mi limitai a sequestrare queste lettere e a informare i miei superiori. Ricordo che ogni due o tre giorni ne arrivava una, sembrava quasi uno scherzo. Successivamente partì l’indagine, ma non ne feci parte perché tutto passò alla Sezione Investigativa. So che utilizzarono apparecchiature tecniche da parte di qualcuno che era interno alla segreteria e, in particolare di Arquà. Si era sospettato di lei, ma Lodi non me lo comunicò mai. Se si confidò con altri sui suoi possibili sospetti, questo non posso saperlo.”
Per la prossima udienza era prevista la testimonianza dell’ex questore Cesare Capocasa. Tuttavia, il giudice Giuseppe Palasciano ha rinunciato all’ascolto del testimone, ritenendo sufficienti le informazioni emerse durante l’istruttoria dibattimentale fino a quel momento. Il processo riprenderà quindi in aula il 25 settembre ore 10 direttamente per la discussione delle parti.