Diffida dell’avvocato Anselmo dopo l’articolo di La Verità sul medico ferrarese e i certificati Cpr

Diffida dell'avvocato Anselmo dopo l'articolo di La Verità sul medico ferrarese e i certificati Cpr 1

Una diffida e la valutazione di una possibile querela. L’avvocato Fabio Anselmo replica all’articolo a firma di Fabio Amendolara e Filippo Curnis pubblicato ieri – venerdì 25 settembre – da La Verità sul caso dei certificati di idoneità all’ingresso nei Centri di permanenza per il rimpatrio e, in particolare, sul documento sottoscritto nell’agosto 2025 da un infettivologo dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Ferrara.

Il quotidiano presenta il caso ferrarese all’interno dell’inchiesta partita da sui presunti falsi certificati utilizzati per impedire il trattenimento nei Cpr. Nell’articolo viene descritto il certificato rilasciato il 20 agosto 2025 a un cittadino pakistano di 35 anni visitato all’ospedale di . La Verità sottolinea come nella prima scheda fossero indicate “condizioni generali buone” e l’assenza di patologie infettive in atto, mentre al termine della valutazione fosse stata attestata l’inidoneità alla permanenza in una comunità ristretta.

Il quotidiano definisce alcune delle formule utilizzate “prestampate” e concentra l’attenzione su un secondo documento, il “Modulo per la valutazione di non idoneità alla vita nel Cpr”. Lo stesso articolo, tuttavia, precisa che il sanitario ferrarese non è tra gli indagati e che, allo stato, non è possibile stabilire se quel documento sia entrato negli atti dell’inchiesta ravennate.

È proprio sulla lettura del modulo che Anselmo contesta la ricostruzione. “Esistono moduli prestampati per certificare l’idoneità all’ingresso nei Cpr ed esistono moduli per certificarne l’inidoneità – spiega il legale – ma questo non significa che sia prestampato il giudizio del medico, che deve comunque derivare da una valutazione clinica”.

Secondo Anselmo, dunque, l’esistenza di una modulistica predisposta non consentirebbe di dedurre automaticamente che anche la conclusione sanitaria sia stata raggiunta in assenza di una valutazione individuale. “Trovo gravissimo che il nome di un medico che non risulta nemmeno indagato venga associato all’inchiesta di Ravenna, lasciando intendere che un giudizio di inidoneità possa essere stato formulato senza una reale osservazione del paziente”.

“Le responsabilità degli indagati saranno accertate nelle sedi competenti”, sottolinea Anselmo, che invita però a tenere separata la vicenda giudiziaria dalle sui professionisti non sottoposti a indagine. “La stessa vicenda giudiziaria si muove su un terreno particolarmente esposto alla strumentalizzazione politica e mediatica”.

Il punto, per il legale, riguarda prima di tutto la natura della certificazione richiesta al medico. Il sanitario, sostiene Anselmo, è chiamato a stabilire se le condizioni cliniche della persona siano compatibili con il trattamento in un Cpr, non a valutare ciò che quella stessa persona potrebbe fare una volta fuori dal centro.

“Attribuirgli anche la responsabilità di eventuali reati futuri significa alterare completamente il senso della valutazione sanitaria e costruire un collegamento improprio tra un giudizio clinico e comportamenti che il medico non può prevedere né controllare”, precisa l’avvocato.

Anselmo contesta quindi anche l’accostamento tra le certificazioni di inidoneità e gli eventuali reati successivamente commessi da alcune delle persone non trattenute nei centri, tema che, sottolinea il legale, è entrato anche nella vicenda giudiziaria.

“Un procedimento penale non può trasformarsi in un processo sui giornali – conclude – e il garantismo non può essere una tutela riservata solo ai politici, amministratori o colletti bianchi che sentiamo più vicini. Vale per tutti, oppure non vale per nessuno”.

Sulla vicenda interviene anche la Direzione dell’Azienda sanitaria ferrarese che da un lato ribadisce “la massima fiducia nella magistratura e nel suo operato” e la piena disponibilità a collaborare con gli inquirenti, dall’altro giudica “non accettabile l’esposizione mediatica di professionisti sanitari che, allo stato, non risultano indagati”.

“La diffusione di generalità e informazioni personali, quando non supportata da un effettivo coinvolgimento dell’indagine e prima di qualsiasi pronunciamento dell’autorità giudiziaria – afferma l’Azienda – non è un elemento di trasparenza: rischia piuttosto di alimentare una vera e propria gogna mediatica”.

La Direzione richiama inoltre l’autonomia della professione medica, sottolineando come le valutazioni cliniche vengano assunte “secondo scienza e coscienza” e chiedendo “sobrietà, equilibrio e rispetto” affinché gli accertamenti giudiziari possano proseguire senza trasformarsi in “un processo parallelo”.

Dura anche la presa di posizione di Fp Cgil, che parla di una “campagna di fango” contro i professionisti sanitari. Per il sindacato descrivere il lavoro dei medici come produzione di “certificati facili” o come conseguenza di scelte ideologiche significa distorcere il significato di una valutazione che deve invece riguardare le condizioni psicofisiche della singola persona.

“Il tentativo di trasformare un atto medico basato sulla valutazione clinica e sulla tutela della salute collettiva e individuale in uno ‘scandalo’ è inaccettabile”, scrive il sindacato, esprimendo solidarietà ai sanitari coinvolti e chiedendo che il confronto sull’inchiesta non si traduca nella delegittimazione della professione medica e del servizio sanitario pubblico.

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