Indagine sul Central Bosc, Fiorentini: “L’Amministrazione riconosce l’errore ma lo sottovaluta”

di Leonardo Fiorentini*

In merito al modulo del sondaggio riguardante il nome del “Central Bosc”, la risposta (riportata anche da Estense.com) dell’ennesimo comunicatore – finanziato dai cittadini attraverso l’aumento delle tasse e dei tributi – conferma la validità della mia segnalazione: il modulo presentava una clausola errata, l’informativa non era disponibile e il Comune ha dovuto intervenire per porre rimedio.

Ridurre il tutto a un “semplice errore materiale” non solo ignora le questioni principali sollevate nell’interpellanza, ma implica anche un tentativo di celare la disorganizzazione istituzionale su un tema tutt’altro che trascurabile: la gestione dei dati personali dei cittadini. Non si tratta di un semplice refuso. Il Comune richiedeva obbligatoriamente l’accettazione del trattamento dei dati per scopi di marketing, commerciali e promozionali, inclusi prodotti e servizi di terzi. Senza tale accettazione, non era possibile partecipare. Inoltre, si chiedeva ai cittadini di dichiarare di aver letto un’informativa che non era presente nel modulo. La gestione della privacy in un ente pubblico non può avvenire in questo modo.

Anche l’informativa attualmente pubblicata risulta quantomeno imprecisa. Essa afferma che i dati personali sono facoltativi, sebbene nel modulo siano obbligatori, e tra i dati trattati include il codice fiscale, che non è richiesto, mentre non elenca correttamente tutti i dati effettivamente raccolti: nome, cognome, indirizzo e-mail e preferenza espressa. Il Comune conferma poi che utilizzerà gli indirizzi raccolti per inviare aggiornamenti fino all’inaugurazione. Tuttavia, il modulo prevede un consenso cumulativo obbligatorio: non consente al cittadino di partecipare rifiutando le comunicazioni successive. La gestione del voto e l’invio degli aggiornamenti sono due scopi distinti che dovrebbero essere chiaramente separati.

Rimane infine il requisito di possedere un account Google per poter partecipare. Il Comune afferma che questa soluzione sarebbe più semplice – sigh! – rispetto agli strumenti pubblici di identità digitale, ma in questo modo costringe il cittadino a instaurare un rapporto con una multinazionale privata, cedendole dati, per partecipare a una consultazione pubblica. Senza garantire nemmeno l’unicità del voto.

Dopo alcuni giorni, la questione è un’altra. La Regione Emilia-Romagna ha reso disponibile ai Comuni una propria infrastruttura digitale per consultazioni, questionari e votazioni online. Sviluppata con tecnologia open source, è stata progettata proprio per realizzare processi partecipativi trasparenti, accessibili e verificabili. Perché optare per un Modulo Google improvvisato, con clausole commerciali casuali e maldestramente corretto con un’informativa generica, quando esiste una piattaforma pubblica regionale creata esattamente per questo scopo? Forse la risposta è semplice: per utilizzare una vera piattaforma di partecipazione sarebbe necessario, prima di tutto, un autentico processo partecipativo. Scegliere un nome da una lista predisposta dal Comune rimane un semplice sondaggio, anche quando viene presentato con retorica partecipativa.

Le “priorità assolute” non si proclamano a posteriori nei comunicati: si dimostrano con atti precisi, strumenti adeguati e informazioni complete. Finora abbiamo assistito solo a una correzione tardiva e incompleta, accompagnata dal tentativo di minimizzare l’accaduto e attaccare in modo maldestro chi lo ha segnalato.

*Consigliere comunale Civica Anselmo

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