Antigone Davis, responsabile della sicurezza di Meta: “È necessaria una normativa europea per i social, non requisiti sui telefoni”

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All’interno della sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, uno degli spazi più suggestivi del Senato italiano, Antigone Davis presenta una serie di strumenti utili per i genitori nel monitorare l’attività social dei propri figli.

Davis ricopre il ruolo di responsabile globale della sicurezza per le piattaforme Meta. La sua attività si concentra su come i servizi del gigante tecnologico – da Facebook a Instagram, fino a WhatsApp – affrontano i rischi per gli utenti, in particolare per i più giovani.

Quando l’azienda fondata da Mark Zuckerberg ha dovuto giustificare le proprie decisioni in merito alla sicurezza dei minori, Davis è stata frequentemente il volto rappresentativo. La sua posizione pubblica è sempre stata chiara: è necessario stabilire regole comuni per le app utilizzate dagli adolescenti e ottenere il consenso dei genitori per il download delle applicazioni da parte degli under 16. Questo concetto è stato ribadito anche a Roma: “Riteniamo sia fondamentale perché in questo modo i genitori possono essere coinvolti nell’esperienza e apprendere riguardo agli strumenti di controllo che abbiamo sviluppato – ha affermato – Vorremmo una legge che richieda il consenso dei genitori per il download di ogni app da parte degli adolescenti sotto i 16 anni”.

Davis ha parlato in Senato su invito dell’onorevole Mara Carfagna, sostenitrice di una delle proposte di legge italiane per la protezione dei minori sui social. I testi attualmente in discussione sono vari, e la deputata di Noi Moderati spera di arrivare presto a un testo unico da presentare al Parlamento.

Aprendo l’incontro, Carfagna sottolinea le problematiche delle piattaforme gestite dalle grandi aziende tecnologiche. Cita i danni che possono derivare da “un’esposizione prolungata ai social network”, tra cui “disturbi alimentari e del sonno, depressione e diminuzione dell’attenzione”. Inoltre, ricorda le recenti sentenze emesse nel New Mexico e in California, che hanno condannato Meta [e in California anche Google] per algoritmi di raccomandazione progettati per massimizzare il tempo di utilizzo e il ritorno degli utenti.

Quando prende la parola, Davis non può contare sul più rassicurante dei biglietti da visita. Tuttavia, evita un tono difensivo: “È necessario che le aziende tecnologiche come la nostra creino esperienze adeguate e protezioni appropriate”, afferma. “Abbiamo la responsabilità di farlo”.

Poche ore prima di arrivare al centro della politica italiana, abbiamo discusso con la manager riguardo ai temi più delicati nel rapporto tra minori e social: verifica dell’età, interessi delle grandi aziende tecnologiche e intelligenza artificiale, utilizzata sia come strumento per identificare gli under 13 [e rimuovere i loro profili, in violazione dei termini di utilizzo delle piattaforme Meta] sia come potenziale interlocutore in un contesto già controverso.

Recentemente Meta ha ricevuto forti critiche in Europa. Ursula von der Leyen ha dichiarato che piattaforme social come Instagram e Facebook – insieme ad altre come TikTok e X – sfruttano la vulnerabilità dei minori, trattando la loro attenzione come una merce. L’Unione Europea sta esagerando? Vede in questo una sorta di “caccia alle streghe”?

“Lavoro in Meta da dodici anni. Sono un genitore, ho insegnato e mi sono occupata di regolamentazione. Quello che stiamo osservando è il tentativo della società di trovare un equilibrio nell’integrazione di tecnologie pervasive nei sistemi in cui viviamo. Comprendo perfettamente le preoccupazioni dei genitori, quindi non parlerei di caccia alle streghe. Piuttosto, è un confronto necessario su come integrare uno strumento di grande valore, come lo smartphone, nella nostra vita quotidiana in modo sano. Detto ciò, credo che non si percepisca appieno quanto Meta abbia investito in questo settore”.

Ce lo spieghi.

“Negli ultimi dodici anni abbiamo lanciato oltre sessanta strumenti di protezione. Recentemente abbiamo introdotto gli “Account per adolescenti”, un sistema con salvaguardie automatiche che i minori di 16 anni non possono modificare senza il consenso esplicito dei genitori. Se un genitore desidera impostare per il proprio figlio adolescente criteri sui contenuti più restrittivi rispetto a quelli da noi previsti, ha gli strumenti per farlo”.

In che modo?

“Può limitare l’uso della nostra app a 15 minuti al giorno, oppure impedire l’accesso dopo le 20 o durante l’ora di cena. I nostri controlli parentali consentono anche di vedere chi segue l’adolescente, quali account segue e con chi scambia messaggi più frequentemente”.

Eppure per molte famiglie questi aggiornamenti sono difficili da seguire. Le impostazioni cambiano continuamente. Il rischio è che i genitori si arrendano.

“Non stiamo cercando di trasferire la responsabilità su di loro. Il vero dilemma è che un ragazzo, tramite gli store di Apple o Google, ha accesso a milioni di app. È impossibile per un genitore conoscerle tutte. Per questo stiamo spingendo per una legislazione che sposti il controllo a monte: quando un minore riceve un telefono, dovrebbe essere necessario un “sì” o un “no” del genitore per ogni singola app scaricata dallo store. Questo renderebbe il sistema efficace a prescindere da quale sia l’app del momento, dai social ai nuovi chatbot IA”.

Quindi ritiene che la responsabilità principale della verifica dell’età debba ricadere sui produttori dei sistemi operativi e degli app store, come Google e Apple?

“Sì, il punto di ingresso iniziale è cruciale. Google e Apple possiedono i dati sull’età degli utenti e hanno già i sistemi per gestirli. Se il consenso genitoriale venisse richiesto direttamente al momento del download dallo store, si creerebbe un sistema più sicuro per tutte le app, non solo per le nostre. Noi faremmo comunque la nostra parte: se i nostri sistemi di verifica dell’età rilevano che un utente ha mentito, potremmo correggere il dato e condividerlo con il sistema operativo, creando un circolo virtuoso di protezione”.

Ursula von der Leyen sostiene che spetti ai genitori crescere i figli, non alle piattaforme. Tuttavia, per la guida, l’alcol o i viaggi, lo Stato impone limiti rigidi perché la sola responsabilità familiare non basta. Perché per i social dovrebbe essere diverso?

“Non credo debba esserlo. Penso che una barriera fissata ai 16 anni, sotto la quale sia obbligatorio il consenso genitoriale, sia una soluzione ragionevole. I genitori devono fare i genitori, e noi dobbiamo fornire loro gli strumenti per farlo online con la stessa efficacia che hanno nel mondo fisico”.

Un’indagine della Commissione Europea ha evidenziato presunte falle nel vostro sistema di attestazione dell’età. Da poco avete introdotto nuovi strumenti per questa verifica, basati su IA: sono un’ammissione del fatto che finora sia stato troppo facile aggirare i vostri controlli?

“Per identificare l’età di un utente servono dati. Abbiamo sviluppato classificatori molto efficaci per distinguere chi ha più di 18 anni, basandoci sul comportamento in piattaforma. Tuttavia, per la soglia dei 13 anni, le leggi attuali ci impongono di cancellare immediatamente i dati se scopriamo che un utente è sotto l’età minima. Questo ostacola l’addestramento dei nostri algoritmi. È una sfida nota, ed è il motivo per cui chiediamo che la verifica avvenga a livello di sistema operativo. Un genitore, quando acquista un telefono per il figlio, usa una carta di credito e configura l’account: quello è il momento in cui l’età è certa. Se quel dato venisse condiviso con noi, i nostri sistemi di IA potrebbero agire come un secondo livello di verifica, rendendo il sistema estremamente difficile da aggirare”.

Userete l’IA anche per analizzare immagini e video al fine di stimare l’età. Lo avete annunciato precisando che non si tratterà di “riconoscimento facciale”. Per molti, sistemi simili sono l’inizio di una sorveglianza online più invasiva.

“C’è molta confusione su questo punto. Il riconoscimento facciale serve a identificare “chi” sei confrontando il tuo volto con un database. La nostra tecnologia, invece, analizza solo le caratteristiche fisiche che indicano l’età, come lo sviluppo della mascella o dei lineamenti, senza archiviare l’identità dell’utente. Guardiamo i segnali, valutiamo l’età e non conserviamo il dato. Facciamo questa precisazione perché sappiamo quanto la privacy sia importante. Noi stessi non vogliamo possedere documenti d’identità o codici fiscali degli utenti”.

In Italia ci sono diverse proposte di legge sull’accesso dei minori ai social. Il fatto che abbia partecipato in Senato a un evento che sostiene la proposta di Noi Moderati è una semplice casualità?

“Auspichiamo innanzitutto una coerenza a livello europeo, poiché la frammentazione normativa è un problema per le aziende e per gli utenti che viaggiano tra i vari Paesi. Detto questo, un modello basato sull’approvazione genitoriale sotto i 16 anni e sul divieto sotto i 13 è ciò che riteniamo più sensato ed efficace. Guardi l’Australia: hanno optato per un divieto totale, ma il risultato è che gli adolescenti usano le VPN o si spostano su app meno controllate. Un sistema integrato negli app store, invece, è molto più difficile da eludere”.

Quale consiglio può dare ai politici italiani impegnati su questo fronte?

“Non spetta a me dare consigli ai politici, semmai è il contrario. Il mio ruolo è aiutarli a comprendere come funzionano queste tecnologie per renderle efficaci. Vedo un allineamento di interessi: vogliamo tutti giovani sicuri online e famiglie supportate”.

Qual è la lezione che Meta ha imparato dal divieto australiano?

“Parlando a titolo personale, ho imparato che esiste un punto in cui la conversazione tra industria e politica rischia di non essere più razionale. Quando l’urgenza di agire supera il dialogo costruttivo, diventa difficile implementare soluzioni davvero efficaci. Per questo sono qui in Europa: voglio anticipare quel momento, condividendo un percorso costruttivo con i decisori politici prima che il dialogo si interrompa”.

Vediamo spesso adolescenti al ristorante, seduti allo stesso tavolo, che non si parlano ma comunicano tra loro attraverso i social. Lo sforzo di tenere i minori sulle piattaforme è davvero nel loro interesse?

“Osservando mia figlia, ho notato che spesso quel comportamento al ristorante non è isolamento: stanno portando altri amici dentro la loro esperienza, condividendo contenuti o parlando con chi non è potuto venire. È una socialità fluida. Penso ancora che dovremmo mettere giù i telefoni? Assolutamente. Ho messo giù il telefono durante la nostra cena a tavola? Assolutamente. Penso che dovremmo rendere molto facile per i genitori farlo in modo che non debbano togliere il telefono a un bambino? Assolutamente. Vogliamo farlo in modo che possano farlo direttamente dal loro telefono, creando i confini necessari per essere impegnati nel momento, presenti con le persone intorno a noi”.

Ma esistono altri interessi. In un’audizione al Senato degli Stati Uniti, nel 2021, lei stessa ricordò che Meta è un’azienda commerciale.

“Per quanto riguarda il modello di business, è vero: siamo un’azienda e vogliamo che le persone usino i nostri servizi. Ma l’interesse commerciale nel lungo periodo coincide con un’esperienza positiva. Se la piattaforma diventa tossica, la gente se ne va. Con gli account per teenager abbiamo accettato una riduzione del tempo speso dagli adolescenti sulla piattaforma perché era la scelta giusta per garantire la loro sicurezza”.

L’Unione Europea ha annunciato un’app per la verifica dell’età. Cosa ne pensa Meta?

“Potrebbe essere uno strumento utile, ma molto dipenderà da come verrà implementato. Se venisse integrato nel sistema operativo, sarebbe eccellente. La sfida è garantire la “doppia anonimità”: verificare l’età in modo certo senza violare la privacy dell’utente”.

Per stabilire l’età dei minori, l’app europea richiede i documenti, di conseguenza verifica l’età di tutti, anche degli adulti. L’età minima di accesso ai social potrebbe essere una scorciatoia politica per evitare percorsi troppo invasivi?

“Potrebbe esserlo, ma non risolverebbe il problema. Anche con un divieto, serve comunque un modo per conoscere l’età di chi cerca di entrare, altrimenti la norma resta solo sulla carta”.

Come possono convivere i sistemi europei basati sull’anonimato con le vostre analisi basate sull’IA?

“Possono e devono coesistere. Il sistema europeo fornirebbe la verifica iniziale; noi continueremmo a monitorare i segnali in piattaforma. Se riscontrassimo anomalie, potremmo chiedere un’ulteriore verifica e segnalare l’incongruenza al sistema originale. Questo creerebbe un ciclo di autocorrezione fondamentale, perché un solo sistema di verifica, col tempo, rischia di essere aggirato”.

Farete appello contro le recenti sentenze in New Mexico e California?

“Sì, credo che la procedura sia già stata avviata”.

Un documento interno portato alla luce dal Wall Street Journal nel 2020, e citato in una di queste cause, descriveva per Meta i preadolescenti come un pubblico “prezioso ma non ancora sfruttato”. Cosa può dirci su quella frase?

“Non posso commentare le specificità di un contenzioso in corso. Posso però ribadire che Meta prende la sicurezza dei giovani estremamente sul serio da ben prima che scoppiassero questi casi. Siamo fiduciosi nei nostri sistemi e non siamo d’accordo con le accuse mosse”.

In Europa un adolescente su due parla con l’intelligenza artificiale di argomenti intimi e personali. Meta vede i chatbot IA come strumenti, assistenti o come veri e propri interlocutori emotivi?

“Per ora non offriamo chatbot IA ai minori di 18 anni, in attesa di definire i giusti controlli parentali. Abbiamo inoltre previsto salvaguardie specifiche: se un giovane interroga l’IA su temi delicati come il suicidio o l’autolesionismo, il sistema non fornisce consigli ma indirizza immediatamente verso risorse umane e centri di crisi”.

Cosa accade tecnicamente?

“Abbiamo una risposta a più livelli. Se rileviamo segnali di questo tipo, mostriamo subito risorse di aiuto. Se l’utente è sotto supervisione genitoriale, inviamo una notifica al genitore affinché possa intervenire. In casi di emergenza estrema, contattiamo i centri di risposta alle crisi. La conversazione si interrompe per lasciare spazio al supporto reale”.

Ritenete accettabile che un adolescente sviluppi un legame emotivo con un’IA? Parlo di discussioni intime, non necessariamente sentimentali. Qual è l’approccio che state adottando oggi?

“È un tema che mi fa riflettere molto. La tecnologia si muove velocemente e tracciare una linea definitiva oggi è difficile. Il nostro punto di partenza è il coinvolgimento dei genitori: devono essere loro ad approvare l’uso di questi servizi. Man

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