“Il digital divide ha subito un cambiamento di posizione”
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Stefano Denicolai è docente presso l’Università di Pavia. È lui a aver redatto il rapporto dell’ateneo che analizza l’impiego dell’IA nelle imprese italiane. «Abbiamo iniziato con l’idea che l’IA non rappresenta una singola tecnologia, ma piuttosto un insieme di tecnologie. È così vasta che necessita di una descrizione dettagliata». Generale, generativa, agentica. Qualunque sia l’applicazione, tuttavia, deve essere valutata.
Professore, iniziamo dai benefici. Quali sono le novità introdotte dall’IA che prima non esistevano?
«Un abbattimento del digital divide. Fino ad ora, tutte le tecnologie avevano un periodo di adozione. Più o meno veloce, ma presente. L’IA agentica e generativa hanno eliminato questo intervallo. L’intelligenza artificiale è utilizzata da mia madre per preparare le ricette e dalle aziende nei loro processi quotidiani. Quell’88% di adozione che evidenziamo nel rapporto indica un solo fatto: oggi è utilizzata da tutti. E non abbiamo dovuto attendere decenni, ma solo pochi anni».
Tuttavia, le aziende sembrano avere difficoltà a sfruttarla appieno. Non trova sia un paradosso?
«Sì, ma è comprensibile. Quel digital divide si è spostato. Non sono più i singoli utenti a incontrare difficoltà, ma le imprese che faticano a scalare l’uso dell’IA. Preparare uno spaghetto allo scoglio o redigere una mail in inglese è una cosa. Ma in ambito aziendale, per ottenere risultati professionali, è necessario saperla utilizzare correttamente. Non si può improvvisare. Pertanto, la barriera si sposta, per così dire, proprio dove l’IA è maggiormente necessaria».
Riguardo alla mail in inglese, l’impiego di questa tecnologia non rischia di renderci più pigri?
«Sta succedendo anche a me. E non è positivo. Parlo e scrivo correttamente in inglese, ma ora sono un po’ più rilassato. Delego di più all’IA. I miei testi risultano migliori, l’IA è imbattibile. I miei articoli scientifici sono più apprezzati dai revisori. È un superpotere. Ma ha un lato oscuro. Ha un costo elevato: rischiamo di compromettere le nostre capacità cognitive. Sia nell’ambito privato che in quello aziendale, poiché la maggiore adozione dell’IA riguarda proprio quella generativa».
Si riferisce alla “passivizzazione cognitiva” che menzionate nel vostro studio?
«Oggi, con i sistemi agentici, si può ridurre tutto a una semplice richiesta: devo andare in vacanza, questo è il budget, questi i luoghi che preferisco. E loro si occupano di tutto. Scelgono per te. Il rischio di delegare la nostra vita, completamente, a questi sistemi è evidente».
Non è sorprendente che questo sia il timore principale di tutti, lavoratori e manager.
«È il dato che mi ha colpito di più. La paura più grande non riguarda il lavoro. Ma la perdita delle capacità cognitive. L’impatto dell’IA sugli esseri umani è diventato qualcosa di più psicologico. In azienda, è come se fosse un nuovo tipo di collega, senza voler attribuire caratteristiche umane a questa tecnologia. La percepiamo come una concorrente. Poi ci affidiamo a essa. È un paradosso. Ma è anche naturale che sia così. Questa tecnologia è giunta da poco e ha già apportato cambiamenti significativi. Sarà necessario comprendere quali equilibri si stabiliranno».
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