Quarant’anni fa l’Italia iniziava a utilizzare Internet (senza rendersene conto)

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Il CNUCE (Centro Universitario di Calcolo Elettronico) di Pisa, la sede di via Santa Maria 

Era il 30 aprile 1986 e in Europa la nube radioattiva di Chernobyl – esplosa quattro giorni prima – occupava le prime pagine dei giornali, i notiziari televisivi e le conversazioni quotidiane.

A Pisa, alle 22:22, presso il Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico (CNUCE) del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Antonio “Blasco” Bonito – informatico e sistemista di rete, tra i pionieri italiani del settore – si trovava davanti a un terminale e digitava un comando. Quel comando era un ping, il messaggio più basilare della rete, un semplice “ci sei?”. Dall’altra parte dell’Atlantico, a Roaring Creek, in Pennsylvania, un nodo di ARPANET ricevette il segnale e rispose: “Ok”. In un clima di indifferenza generale, l’Italia era online.

Il computer grande come un frigorifero che comunicò con l’America

Al centro di quella sala del CNUCE-CNR non si trovava un personal computer come quelli che in quegli anni iniziavano a diffondersi nelle abitazioni italiane. C’era una macchina imponente, di dimensioni simili a un frigorifero: il BBN Butterfly Gateway, prodotto da Bolt, Beranek and Newman, l’azienda di Cambridge, Massachusetts, che negli anni Sessanta aveva realizzato alcuni dei primi nodi di ARPANET, la rete da cui sarebbe nato Internet.

Per l’epoca, era un gigante, un computer progettato per gestire enormi quantità di dati in parallelo, molto più potente dei sistemi allora in uso per la circolazione delle informazioni in rete. Il suo compito era fungere da ponte tra la rete del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa e il collegamento satellitare che attraversava l’Atlantico, trasmettendo i dati secondo il protocollo TCP/IP, la lingua comune che ancora oggi unisce Internet.

Quando le reti iniziarono a comunicare

Proprio il Transmission Control Protocol/Internet Protocol (TCP/IP) rappresentò la vera innovazione. Infatti, fino a quel momento, le reti di calcolatori operavano in modo isolato, ciascuna utilizzando un proprio linguaggio, basato su standard diversi e spesso incompatibili. JANET nel Regno Unito, EARN in Europa, CSNET negli Stati Uniti, erano tutte reti avanzate in quegli anni, ma mondi separati.

Dopo che Vinton Cerf e Robert Kahn svilupparono il TCP/IP – adottato ufficialmente da ARPANET il 1° gennaio 1983 – non era più necessario costruire reti identiche, bastava consentire loro di comunicare. Ogni rete poteva mantenere la propria identità, ma il protocollo si sarebbe occupato del resto.

Da qui il termine Internet, una rete di reti. Il ping di Antonio “Blasco” Bonito dimostrò che quel principio funzionava anche attraverso l’Atlantico, su un collegamento da appena 28 kilobit al secondo. Oggi quella velocità appare ridicola, abituati come siamo a connessioni in fibra centinaia di migliaia di volte più veloci. Eppure, fu sufficiente per aprire una porta che non si sarebbe più richiusa.

Un collegamento lungo 140 mila chilometri

Il ping, tuttavia, non viaggiò direttamente da Pisa all’America, ma dovette intraprendere un lungo e complesso percorso che passava dalla terra allo spazio e poi di nuovo a terra. Dal CNR di Pisa, il segnale raggiunse via cavo la stazione satellitare del Centro Spaziale del Fucino, in Abruzzo, uno dei più grandi centri civili per telecomunicazioni satellitari al mondo, un luogo che all’epoca doveva sembrare uscito da un romanzo di fantascienza, con enormi parabole rivolte verso il cielo.

Da lì quel piccolo messaggio – un semplice “ci sei?” – partì verso un satellite geostazionario di Intelsat, a circa 36 mila chilometri sopra l’Atlantico. Tornò poi verso la costa orientale degli Stati Uniti, dove fu ricevuto a Roaring Creek, in Pennsylvania, uno dei nodi che collegavano i circuiti satellitari transatlantici alla dorsale americana di ARPANET. Quella rete si chiamava SATNET, Atlantic Packet Satellite Network, ed era il ponte con cui DARPA stava espandendo Internet oltre i confini americani.

Poi il segnale seguì il percorso inverso: di nuovo nello spazio, di nuovo sopra l’Atlantico, di nuovo a Pisa. In totale percorse oltre 140 mila chilometri tra andata e ritorno, accumulando quasi mezzo secondo di ritardo. Oggi ci sembrerebbe una lentezza insopportabile, ma all’epoca bastava sapere che funzionava.

L’Italia entrò in Internet senza rendersene conto

La mattina del 1° maggio 1986, l’ingresso dell’Italia in Internet passò quasi inosservato. Le prime notizie parlavano di Chernobyl, delle devastanti conseguenze dell’incidente e delle ansie che in quelle ore attraversavano l’Europa. Il comunicato del Consiglio Nazionale delle Ricerche finì in secondo piano.

Eppure, all’interno di quei laboratori di Pisa, qualcuno aveva già compreso, ma l’Italia non entrò in Internet per una decisione strategica della politica o per un investimento delle grandi compagnie di telecomunicazioni nazionali. Ci entrò perché un gruppo di ricercatori pisani costruì credibilità scientifica, relazioni internazionali e fiducia.

Oltre ad Antonio “Blasco” Bonito, a quell’impresa collaborò Luciano Lenzini, tra i primi in Italia a intuire che ARPANET non fosse solo un esperimento americano ma l’inizio di qualcosa di molto più grande. E poi Stefano Trumpy, che contribuì a mantenere unite ricerca, istituzioni e infrastruttura tecnica.

Quarant’anni dopo, nei laboratori del CNR di Pisa da cui partì quel primo ping, la ricerca sulle reti continua. Il CNUCE ha ceduto il posto all’attuale Istituto di Informatica e Telematica. Ma quel segnale è ancora presente, viaggia nelle nostre email, nelle videochiamate, nello streaming, nel cloud, in ogni azione digitale che compiamo quasi senza accorgercene.

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