L’Unione Europea respinge le accuse di aver avvantaggiato le grandi aziende tecnologiche riguardo all’impatto ambientale dei centri di elaborazione dati.

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L'Unione Europea respinge le accuse di aver avvantaggiato le grandi aziende tecnologiche riguardo all'impatto ambientale dei centri di elaborazione dati.0 L'Unione Europea respinge le accuse di aver avvantaggiato le grandi aziende tecnologiche riguardo all'impatto ambientale dei centri di elaborazione dati. 2

La Commissione Ue è accusata di aver permesso alle Big Tech di celare l’impatto ambientale dei loro data center, ma la portavoce Anna-Kaisa Itkonen ha smentito tali affermazioni. “Rifiutiamo l’accusa di aver riprodotto parola per parola le dichiarazioni delle lobby del settore”, ha dichiarato venerdì a Le Monde.

La situazione è intricata e coinvolge le istituzioni europee, Microsoft e DigitalEurope (l’associazione che include anche Amazon, Google e Meta), oltre a Investigate Europe – il gruppo di giornalisti investigativi che opera su questioni di rilevanza europea.

Dalla totale trasparenza a una parziale opacità

Tutto è iniziato nel 2023, quando la Direttiva Ue sull’efficienza energetica sembrava voler obbligare i grandi operatori di data center, con potenza superiore a 500 kW, a divulgare informazioni sui consumi energetici, sull’acqua, sull’efficienza e sulle prestazioni tecniche. In sostanza, si sarebbe dovuto giungere a una pubblicazione aggregata dei dati, ma nel 2024 – dopo il dialogo con l’industria di settore – è stata introdotta una clausola che classifica le informazioni individuali come riservate. Questo ha limitato l’accesso pubblico anche alle richieste FOI (Freedom of Information): i cittadini Ue, come noto, hanno il diritto di accedere ai documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione europea.

A quel punto, l’inchiesta di Investigate Europe ha cominciato a prendere forma in collaborazione con Altreconomia, Die Zeit, El País, The Guardian, Le Monde e altre testate. Da un lato, perché è in gioco un investimento comunitario di oltre 176 miliardi di euro nei prossimi cinque anni per l’espansione delle infrastrutture sul territorio (con inevitabili interrogativi per l’ambiente), dall’altro perché i passaggi più favorevoli alle aziende, previsti nelle normative, sembrerebbero un copia-incolla delle loro proposte.

“Il fatto che la Commissione abbia riprodotto un emendamento di Microsoft è allarmante. Chi rappresenta realmente la Commissione: le grandi aziende tecnologiche o l’interesse pubblico?”, ha affermato Bram Vranken, ricercatore per l’Ong Corporate Europe Observatory. In sintesi, gli esperti legali consultati concordano sul fatto che la clausola che permette di “celare” il reale impatto di ciascun data center e di fornire solo un dato sarebbe in contrasto “con la Carta dei diritti fondamentali dell’UE e con la Convenzione di Aarhus, che garantisce l’accesso del pubblico alle informazioni ambientali, come i dati sulle emissioni”.

La portavoce della Commissione Ue la settimana scorsa ha negato la ricostruzione, anche se ha riconosciuto che si sono presi in considerazione i suggerimenti delle aziende tecnologiche. Come avviene sempre in simili circostanze. “Nell’ambito della consultazione, la commissione ha deciso di modificare la formulazione (…) utilizzando parti delle proposte presentate dagli interessati”, ha dichiarato Itkonen a Le Monde. “Abbiamo mantenuto l’intento centrale della proposta iniziale: rispettare i segreti commerciali e la riservatezza delle informazioni e dei dati riportati”.

La dashboard Ue e il compromesso mancato

Attualmente è possibile consultare una dashboard pubblica online e gratuita che condivide i dati in forma aggregata. Ad esempio, per l’Italia i dati sono aggiornati al 2024 e rivelano il consumo energetico totale (634,9 GWh), i consumi idrici (105.824 m3), la dimensione dei data center e il rispettivo numero, oltre ad altre informazioni. “Recentemente (la Commissione, ndr.) ha presentato una proposta per un sistema di valutazione dei data center”.

La questione rimane delicata poiché, da un lato, rivelare gli indicatori di performance dei data center potrebbe consentire ai concorrenti di calcolare costi operativi ed esporre a strategie competitive. Senza considerare le implicazioni nel campo della cybersicurezza.

Dall’altro lato, l’impatto ambientale (emissioni, acqua, energia fossile) è di interesse pubblico, soprattutto con l’espansione guidata dalla diffusione dell’IA. E la segretezza ostacolerebbe le ricerche indipendenti e le valutazioni sulla sostenibilità. Il compromesso potrebbe risiedere in audit indipendenti e anonimizzazione dei dati.

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