A Torino viene presentato il Decalogo per la sovranità digitale.
Leggi in app
La sovranità digitale non rappresenta un esercizio puramente teorico, né un argomento tecnico esclusivo per esperti di IT, ma “un aspetto che coinvolge l’intera società”. Questa è la base da cui si sviluppa il “Manifesto per la sovranità digitale e l’autonomia strategica del sistema pubblico” presentato dal CSI Piemonte, concepito come un decalogo pratico e operativo, destinato alle pubbliche amministrazioni, alle istituzioni e alle aziende che desiderano diminuire la loro dipendenza tecnologica da attori esterni all’Unione Europea.
Il tema non è inedito: da tempo in Europa si discute di sovranità digitale. Attualmente, il contesto geopolitico incerto e l’accelerazione fornita dall’intelligenza artificiale sembrano rinnovare l’interesse per il dibattito. Inoltre, come evidenziato da Pietro Pacini, direttore generale del CSI Piemonte: “ci siamo resi conto che mancava un quadro di riferimento: si parlava molto di sovranità digitale, ma senza specificare in modo concreto cosa fosse e come potesse essere gestita”. Il decalogo rappresenta una possibile risposta. Dieci principi che trattano argomenti come il controllo delle infrastrutture, gli standard aperti, la riduzione del vendor lock-in, la federazione dei cloud pubblici, la governance dell’intelligenza artificiale e la formazione delle competenze interne alla PA.
Un documento che trae origine dall’esperienza concreta del consorzio torinese e dal suo dialogo con i 120 soci distribuiti sul territorio nazionale. Un documento che è il risultato di un percorso di oltre dieci anni: “quando abbiamo sviluppato il nostro cloud open source, che oggi ospita più di 500 pubbliche amministrazioni, questi temi cominciavano a emergere e abbiamo iniziato a chiederci quali potessero essere i principi in grado di assistere le PA nell’individuare le condizioni necessarie e sufficienti per parlare realmente di sovranità digitale”.
Il cambiamento rispetto al dibattito che ha dominato fino ad ora è rappresentato dal tentativo di spostare la discussione dal piano normativo a quello operativo. Negli ultimi vent’anni, l’Europa ha creato un’importante struttura regolatoria, dal Gdpr all’AI Act fino alla Nis2, senza però promuovere una reale autonomia tecnologica. E per affrontare il tema della sovranità digitale è fondamentale avere il controllo delle proprie scelte tecnologiche. Se si è dipendenti da attori terzi, spesso extraeuropei, il percorso diventa complesso. Non basta cifrare i dati o conservarli in un data center nazionale. “Tenere i dati in Italia è una condizione necessaria, ma non sufficiente”, riassume Pacini.
Per questo motivo, il primo punto del decalogo riguarda il controllo diretto dell’infrastruttura tecnologica: data center, infrastrutture, piattaforme abilitanti, applicazioni e dati.
Il secondo pilastro della sovranità digitale è l’adozione di standard e modelli open source. “Ci vuole tempo e un po’ di coraggio, è più semplice rivolgersi agli Hyperscaler che hanno già tutto pronto – sottolinea Pacini –, ma abbiamo dimostrato che si può fare e si tratta di soluzioni replicabili e condivisibili con altri attori”. Una posizione che si inserisce anche nel dibattito europeo sulla dipendenza dai grandi fornitori extra-UE, tema tornato in primo piano dopo il recente rapporto approvato dal Parlamento Europeo che sollecita la Commissione a intensificare gli sforzi per l’autonomia strategica digitale.
Il terzo elemento fondamentale è il modello federato delle infrastrutture cloud pubbliche. Nel decalogo si evidenzia esplicitamente la necessità di creare cloud federati tra le amministrazioni, condividendo risorse e servizi senza perdere il controllo sui dati. “I vecchi modelli centralizzati con pochi grandi data center iniziano a mostrare i loro limiti – spiega Pacini –. Le infrastrutture AI necessitano di prossimità rispetto ai servizi pubblici che devono fornire. Per questo il modello distribuito e federato diventa vincente”.
In merito all’Intelligenza Artificiale, essa è presente in modo trasversale in diversi passaggi del Manifesto, che mette in guardia sul rischio di dipendenza tecnologica. La buona prassi da seguire è la separazione tra dati, modelli e processi decisionali: “Si possono anche utilizzare modelli che risiedono altrove, ma i dati e la potenza elaborativa devono rimanere sotto controllo pubblico”, conclude Pacini.
Il decalogo proposto dal CSI si configura come un tentativo di dare una forma concreta a un concetto spesso evocato in modo astratto, come quello della sovranità digitale. E lo fa fornendo indicazioni operative e tangibili per costruire un ecosistema pubblico “autonomo, resiliente e sostenibile”. Per renderlo operativo è necessario il dialogo e il confronto tra le pubbliche amministrazioni, attorno a questo primo quadro di riferimento.
I commenti sono chiusi.