Bruno Giussani: “Mi considero un difensore della tecnologia. Con l’IA mettiamo a rischio l’integrità mentale”
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In un contesto ricco di informazioni, caratterizzato da applicazioni di intelligenza artificiale e dominato da algoritmi, La mente sotto assedio di Bruno Giussani (Edizioni Casagrande) si presenta come una guida utile per orientarsi. “È un tentativo di fare chiarezza tra i numerosi argomenti che circolano sui social o che fanno parte della narrazione tecnologica, ma che non sono mai chiaramente strutturati. E le persone si sentono un po’ disorientate”. Questo è ben evidenziato dal sottotitolo: Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’intelligenza artificiale.
“Abbiamo sempre percepito la tecnologia come una serie di prodotti che acquistiamo, controlliamo, possediamo e utilizziamo a nostro piacimento. Con l’avvento dei social e ora ancor di più con i chatbot e l’IA, ci stiamo rendendo conto che è la tecnologia a utilizzare noi, a controllarci. E in quel momento ci si accorge di essere entrati in una nuova fase, in cui il prodotto è diventato piattaforma, dove la tecnologia costituisce l’architettura virtuale in cui viviamo e operiamo”.
Questa fase ha subito un’accelerazione significativa da quando ha iniziato a diffondersi l’idea – promossa soprattutto dalle Big Tech – che l’innovazione rappresenta un asset strategico: il primo a raggiungere forme di superintelligenza avrà un potere tale da poter controllare tutte le altre IA. La prima conseguenza di questa narrativa è un allentamento della regolamentazione.
Giussani esplora la questione nella prima parte “La minaccia algoritmica” e nella seconda propone un “Piccolo manuale di resistenza”. Offre spunti di riflessione su due piani: quello individuale e quello collettivo, sociale, normativo e politico.
“Ho iniziato chiedendomi: cosa accade a noi come esseri umani, a noi come società quando queste tecnologie entrano nelle nostre vite? In che modo modificano il nostro funzionamento, come cambiano la nostra comprensione del mondo?”.
Il primo aspetto di cui prendere coscienza è che la tecnologia non è mai neutrale. “I software riflettono la visione del mondo dei loro sviluppatori e influenzano i nostri comportamenti. Il software è sempre politico”. Un avvertimento non certo nuovo, ma frequentemente ignorato. Lo scrittore, giornalista ed ex curatore dei TED Talks ticinese cita Neil Postman: “Il tecnopolio è una condizione culturale e mentale che consiste nella deificazione della tecnologia”. Questo concetto, formulato nel 1992, si adatta perfettamente alla nostra attuale relazione con la tecnologia digitale. E dal sociologo statunitense, autore di Technopoly, trae anche una possibile risposta: adottare un atteggiamento da resistente tecnologico. “Non significa essere contrari alla tecnologia, ma interrogarsi su ciò che questa tecnologia comporta e sul perché sia stata progettata in quel modo”.
Si giunge così alle modalità di “resistenza”. Quella individuale rappresenta una sfida ardua: “dall’altra parte ci sono ingegneri, designer di interfaccia, psicologi, antropologi, neuroscienziati il cui obiettivo è mantenerti incollato allo schermo”. Inoltre, l’IA generativa offre qualcosa di irresistibile: la possibilità di delegare a una macchina tutto lo sforzo, in modo semplice e gratuito”.
Tuttavia, è essenziale comprendere che ciò che rischiamo in cambio è la nostra integrità cognitiva, la nostra capacità di preservare e controllare i nostri processi mentali, i nostri ragionamenti, la nostra memoria, senza influenze esterne. Chi controlla l’algoritmo, controlla la nostra capacità di interpretare il mondo. E il primo passo per difenderci “è impegnarsi a comprendere cosa sta accadendo attorno a noi con queste tecnologie”.
A livello collettivo e politico, un tema cruciale è quello della “sovranità digitale”, fondamentale per l’Europa, che è estremamente dipendente dalla tecnologia americana, sia a livello pubblico che privato. Ciò che serve per contrastare il predominio delle Big Tech non è “una nuova piattaforma gigantesca, ma un numero enorme di piattaforme”. Si stanno già osservando esempi di realtà che cercano alternative europee, molti governi locali, i ministeri di alcuni Paesi europei, e anche aziende di rilevo, come Airbus. È necessario puntare su sistemi federati, indipendenti, interoperabili (in grado di comunicare tra loro), trasparenti (soprattutto riguardo all’uso dei dati) e preferibilmente open source.
Alla base di tutto deve rimanere l’essere umano, dotato degli strumenti necessari per gestire questa complessità. È quindi fondamentale che fin dall’adolescenza, quando entrano in contatto con il mondo algoritmico, i giovani acquisiscano consapevolezza. “È importante aiutarli a imparare a utilizzare questi strumenti in modo efficace, ma anche a comprendere la tecnologia sottostante. Se desideri utilizzare in modo efficace e consapevole una tecnologia che imita il pensiero umano, devi saper pensare in modo critico. Altrimenti sarà la tecnologia a utilizzare te”.
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