Parchi Disney, accesso tramite riconoscimento facciale. Negli Stati Uniti avviata una class action da 5 milioni di dollari.

Una azione legale collettiva da 5 milioni di dollari è stata avviata contro la Disney, che permette ai visitatori dei suoi parchi tematici, Disneyland e California Adventure, di accedere tramite riconoscimento facciale. Non è un obbligo, ma una possibilità che l’azienda americana ha introdotto in due dei suoi numerosi parchi, entrambi situati in California, dove i visitatori possono accelerare le procedure di ingresso avvalendosi di questa opzione. Un sistema simile a quello già in uso negli aeroporti, dove le motivazioni di sicurezza sono decisamente più rilevanti.

I legali che stanno perseguendo l’azione legale collettiva accusano Disney di gestire i sistemi di face ID in modo poco chiaro; il fulcro della questione riguarda la privacy, poiché le persone non riceverebbero informazioni adeguate sulle caratteristiche biometriche che vengono scansionate e archiviate.

Consultando il sito Disney, abbiamo rinvenuto la pagina che illustra le modalità di accesso. “Gli ospiti possono decidere di utilizzare i varchi d’ingresso dotati di tecnologia di riconoscimento facciale presso Disneyland Park e Disney California Adventure Park. Questa tecnologia semplifica l’accesso ai nostri parchi e aiuta a prevenire le frodi” si legge sul sito che chiarisce come si svolge la procedura.

“Questi varchi d’ingresso: utilizzano le immagini del volto catturate da una telecamera all’ingresso e l’immagine del volto registrata al primo utilizzo del biglietto o del pass; impiegano la tecnologia biometrica per trasformare tali immagini in valori numerici unici; confrontano i valori numerici per trovare una corrispondenza; e salvo nei casi in cui i dati debbano essere conservati per motivi legali o di prevenzione delle frodi, cancellano tutti i valori numerici entro 30 giorni dalla loro creazione” spiega ulteriormente il sito, poiché l’immagine è in realtà associata a un valore numerico, quindi anonimo, che viene eliminato dopo un mese.

In effetti, non è chiaro perché Disney debba mantenere per un periodo di 30 giorni queste informazioni, che potrebbero essere eliminate molto prima. Tuttavia, il sito chiarisce anche che “la partecipazione è facoltativa. Sono disponibili anche varchi d’ingresso che non utilizzano la tecnologia di riconoscimento facciale”, quindi è l’utente a poter scegliere ingressi alternativi e non essere sottoposto a scansione, anche se si specifica che “in queste corsie d’ingresso potrebbe esservi scattata una foto. Tuttavia, in questi casi non verrà utilizzata la tecnologia biometrica. Un membro dello staff convaliderà manualmente il vostro biglietto”.

Finora non sembra esserci un problema insormontabile. È sufficiente optare per un’alternativa, ma l’avvocato Blake Yagman, scelto dai visitatori per portare avanti la class action, sostiene che le persone debbano essere non solo informate, ma che debbano fornire un consenso scritto e consapevole, piuttosto che trovarsi nell’impossibilità di accedere da un varco se non tramite scansione facciale.

Il motivo ufficiale per cui la multinazionale fondata sui disegni di Walt Disney ha adottato questa tecnologia è per tutelarsi da possibili frodi da parte di chi rientra nel parco dopo avervi già avuto accesso, ma anche per contrastare la potenziale condivisione degli abbonamenti annuali dei visitatori americani. I parchi a tema, infatti, rappresentano un intrattenimento molto popolare negli Stati Uniti, per cui non si applica il detto “una volta nella vita”, ma si torna più e più volte anche nello stesso anno.

Il sistema di riconoscimento facciale è stato introdotto da Disney ad aprile scorso e solo in questi due parchi californiani, escludendo quindi tutti gli altri, come quelli a Orlando in Florida, così come EuroDisney a Parigi.

Se in Europa il tema della privacy è regolamentato in modo rigoroso, non è lo stesso in America, dove la tecnologia di riconoscimento facciale è diventata oggetto di dibattito pubblico, da quando l’amministrazione Trump avrebbe considerato di stanziare fondi per l’acquisto degli occhiali di Meta al fine di supportare il lavoro controverso degli agenti dell’ICE, Immigration and Customs Enforcement.

Oltre ai parchi a tema Disney, anche alcuni stadi che ospitano la Major League Baseball consentono ai possessori di biglietti di accedere più rapidamente se caricano un selfie su un’app e poi si fanno scansionare il volto all’ingresso dello stadio. Ritornando alla class action da 5 milioni di dollari, i promotori mettono in discussione il periodo di conservazione di 30 giorni, sospettando che le informazioni siano conservate più a lungo, poiché il sistema deve necessariamente confrontare i dati del volto con le immagini raccolte al momento dell’acquisto dei biglietti o degli abbonamenti annuali, dove i visitatori associano la propria foto al titolo di ingresso.

Ma non è tutto, perché, nel frattempo, Disney si prepara scrivendo sul sito che nonostante “rivediamo le nostre procedure di sicurezza per valutare nuove tecnologie e metodologie, ove opportuno. Vi preghiamo di tenere presente che, nonostante i nostri migliori sforzi, nessuna misura di sicurezza è perfetta o impenetrabile”. Tradotto, in caso di un attacco informatico, cosa accadrebbe a quei dati?

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