“Donne abusate e trafficate per una tanica di carburante: il commercio femminile tra Libia e Tunisia”

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“C’erano altre persone al porto di Sfax, dove hanno nuovamente abusato delle donne. Al confine ci hanno scambiati con i libici. Ci hanno scambiate per alcune taniche di carburante”. Vendute in gruppi, come animali. Sottoposte a violenze ripetute per estorcere denaro alle famiglie o per ridurle in schiavitù, da collocare con cataloghi preparati per i compratori. Per l’Europa, la Tunisia è considerata un Paese sicuro, ma negli ultimi due anni migliaia di donne sono state catturate dalla Garde Nationale in mare o mentre attendevano di attraversarlo, abusate, ripetutamente stuprate e vendute come schiave alle milizie libiche.

Un metodo per trasformare gli esseri umani in merce

Questo è il quadro delineato in “Women State Trafficking”, un rapporto investigativo redatto da Asgi, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa, che narra l’incubo delle donne vittime di tratta tra Tunisia e Libia, dove violenze e stupri vengono utilizzati come strumenti per disumanizzare, sottomettere e ridurre in schiavitù. Non si tratta di un caso isolato, ma di una prassi che gli apparati statali tunisini e le milizie libiche – denuncia la nuova indagine, confermando quanto emerso un anno fa nel primo rapporto “Tratta di Stato” – hanno ormai reso sistematica.

Un dato già emerso sia in una comunicazione urgente inviata dall’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite all’Unione Europea, sia in un rapporto del Dipartimento di Stato e che oggi trova ulteriore conferma. Con tanto di precisa geolocalizzazione a sostegno. Sebbene molti dei centri di “smistamento” dei canali di tratta siano difficili da individuare poiché nascosti nel deserto, almeno due, la caserma di El Meguissem della guardia tunisina e il lager di Assalah in Libia – rivela la ricerca – sono stati identificati.

Disumanizzare, stuprare, vendere: la filiera della tratta

“Il ciclo di abusi e violazioni dei diritti umani, alimentato dalla mancanza di protezione per i migranti – si legge nel rapporto che verrà presentato mercoledì a Bruxelles dagli eurodeputati Ilaria Salis, Cecilia Strada e Leoluca Orlando – assume la forma di lavoro forzato, sfruttamento sessuale, riscatto ed estorsione, vendita e tratta dalla Tunisia verso la Libia”. Dove l’inferno – hanno raccontato in dettaglio trentatré vittime, che hanno fornito anche foto e video registrati durante il lungo percorso di detenzione arbitraria, sequestro e tratta – continua. E per le donne il percorso è ben definito: disumanizzazione, violenza sessuale, prostituzione forzata.

È emerso in modo chiaro dalle testimonianze delle trentatré persone che hanno partecipato alla ricerca. Diciannove sono donne, comprese tre minori. In tredici hanno bambini piccoli frutto di quei mesi di violenza, una è ancora schiava. Gli altri sono uomini, o ragazzi, che hanno dovuto assistere impotenti allo stupro sistematico di compagne, madri, sorelle.

Almeno 7.400 vittime della tratta di Stato

“Ogni intervista – avvertono i ricercatori – documenta una specifica operazione di espulsione collettiva che può coinvolgere da 50 a 200 persone”. Ciò significa che “si può ipotizzare che dal giugno 2023 al dicembre 2025, circa 7400 persone siano state vittime della tratta di Stato, una stima per difetto riferita solo alle operazioni da noi documentate”. Un ciclo di violenza che spesso inizia con una tragedia che si sviluppa all’ombra dei programmi di collaborazione con Italia e Ue per il cosiddetto “controllo delle partenze”.

Catture violente a terra e a mare

Tutti i testimoni raccontano di bastoni usati contro persone indifese su barche sovraffollate e instabili, manovre pericolose, individui abbandonati in acqua, morti o vivi che siano. E a terra le operazioni non sono certo meno violente. “Ero negli uliveti (una delle poche aree in cui si rifugiano i migranti in attesa di partire per l’Europa ndr) a Sfax. Sono minorenne e ho un figlio. I poliziotti ci hanno violentato a maggio, il bambino è nato dallo stupro. È stata la Guardia ; hanno abusato delle donne e rubato i telefoni. Ci hanno arrestati al km 19. Ci hanno rapiti e portati al porto di Sfax. Ci hanno picchiati, torturati, ammanettati. Io ero già incinta”. Ma non è bastato perché qualcuno mostrasse pietà.

Trasportati al confine sui camion per animali

La cattura non è un passo finale, ma solo l’inizio di una catena di violenza che non si interrompe mai. Comprende perquisizioni invasive, violenze, umiliazioni pubbliche al porto di Sfax, trasferimenti forzati verso il confine con la Libia a bordo di camion generalmente utilizzati per il trasporto di animali, botte, pestaggi e ulteriori stupri prima che uomini, donne e bambini vengano venduti ai libici. Sempre che al mercato del confine ci arrivino vivi. “Sulla strada verso la Libia, le guardie si fermavano e ci mettevano un panno sporco in bocca. Se gridi, nessuno deve sentirti. Le guardie hanno fatto ciò che volevano, ci hanno violentate. Quando siamo arrivati – racconta un’altra donna – ci hanno scaricato tutti dalle auto, dai camion, dagli autobus. C’era una grande fossa. Se qualcuno si muoveva, lo uccidevano e lo mettevano lì”.

Malati e ribelli uccisi e buttati in fosse comuni

Prt lo avevano considerato morto o quasi e lo avevano buttato lì. Era un ragazzino ancora minorenne, solo dopo, quando si è svegliato in mezzo ad altri corpi senza vita, ha capito di essere stato un miracolato. E che le sue non siano parole in libertà, che quelle fosse non siano un incubo lo dimostrano diverse fosse comuni individuate al confine fra Libia e Tunisia su cui anche le Nazioni Unite stanno approfondendo. “Hanno sparato ai piedi a quelli che cercavano di scappare. Sono stati i libici, che poi hanno abbandonato i corpi nel deserto. Noi – riferisce ai ricercatori una testimone – siamo state portate in una prigione con un camion, una grande prigione”.

Il prezzo della libertà

Da lì, c’è solo un modo per uscire: pagando. O lo fanno i familiari, costretti ad assistere a violenze e abusi, filmati e spediti per costringerli a versare il riscatto. O si compra la propria libertà, vendendosi come schiave. Nell’attesa che una delle condizioni si concretizzi gli stupri sono pratica quotidiana, le gravidanze solo un inciampo che non merita assistenza medica, gli aborti spontanei, normalità. “Nella prigione in Libia, dopo, di notte, tutte le notti le guardie venivano a prendere le donne, ci portavano via con violenza. È successo anche a me. Ti portano fuori, ti prendono in 3 o 4 persone, poi ti rimettono nella cella.”. Per i ricercatori “la violenza fisica contro donne e minori è utilizzata per piegare le vittime e renderle docili; viene esercitata da guardie e agenti in divisa come strumento di dominio, funzionale a garantire il controllo e la redditività delle operazioni di tratta”. E la violenza sessuale non è un caso, ma un metodo inserito “in una più ampia dinamica di esercizio del potere e di riduzione delle vittime a non-persone, a corpi disponibili”. In questo modo facilmente si possono vendere, più e più volte.

Il barnamiche e i cataloghi di esseri umani

Un commercio che in Libia ha anche un nome. Si chiama barnamiche ed “è talmente consolidato da essere basato su pratiche di pubblicizzazione attraverso cataloghi di esseri umani in vendita – si legge nel rapporto – Le guardie carcerarie libiche utilizzano in diversi casi immagini delle detenute per facilitare la selezione da parte dei possibili acquirenti”. Con due possibili destinazioni: la casa di un privato, alla mercé di tutte le sue necessità e voglie, o un bordello. E lì per mesi rimangono prigioniere finché non hanno estinto il debito. “In alcuni casi – spiegano i ricercatori – per assicurare un ricambio continuo e mantenere elevata la domanda della clientela, le donne vengono trasferite o rivendute ad altri bordelli. Raramente è garantita una prevenzione in termini di infezioni sessuali e gravidanze”. In quelle case, crescono i figli degli stupri e delle violenze ripetute o bambini che viaggiano con sorelle più grandi e diventano strumenti di ricatto. “Minacciavano di fare la stessa cosa a mia sorelle di otto anni nel caso mi fossi ribellata”, racconta una delle testimoni.

Gli appelli all’Ue caduti nel vuoto

Tutti elementi che adesso toccherà alla Corte africana per i diritti dell’uomo e dei popoli vagliare. Supportate da Asgi, due delle vittime, hanno presentato formale denuncia contro la Tunisia, che quando l’esposto è stato formalizzato ha attaccato violentemente i ricercatori, accusandoli di diffondere “informazioni denigratorie”.

Inutilmente invece all’Ue sono stati chiesti corridoi umanitari per portare i testimoni in un Paese sicuro per tutelarne l’incolumità: né la Libia, né la Tunisia – è stata la risposta – “sono qualificabili come Paesi in guerra”. Eppure, da quando la ricerca è iniziata, almeno in tre sono spariti nel nulla.

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