In stato di coma dopo un pugno per un rifiuto di sigaretta. La ripresa grazie a un impiego a tempo indeterminato.
Aggredito in strada e colpito con un pugno in faccia per una sigaretta, è rimasto in coma per tre settimane a causa di un grave trauma cranico che, dopo il risveglio, lo costringe ancora oggi a convivere con un indebolimento delle funzioni cognitive superiori. Oggi, nonostante le pesanti conseguenze di quell’episodio, lui – un 25enne originario del Bangladesh giunto in Italia per lavorare – può contare su una sorta di ‘famiglia adottiva’ rappresentata dai suoi datori di lavoro che, dopo aver appreso dell’accaduto da un altro dipendente presente al momento del fatto, non solo hanno fornito l’input alle indagini per identificare il responsabile dell’aggressione, ma continuano a sostenerlo nel suo percorso di recupero e nel tentativo di ritrovare la normalità.
Procediamo con ordine, partendo dalla conclusione della vicenda. Ci riferiamo alla serata di lunedì scorso (13 aprile) quando, dopo cinque mesi di indagini, i carabinieri di Ferrara hanno arrestato un 24enne di nazionalità moldava indagato per lesioni personali gravissime, dando esecuzione a un’ordinanza di applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari emessa dal gip del tribunale di Ferrara. Per l’accusa, su di lui ci sono gravi indizi di colpevolezza riguardo a quanto accaduto in quei momenti concitati.
L’episodio si è verificato nella notte del 17 novembre scorso, quando i militari del Norm di Ferrara sono intervenuti in via Felisatti, proprio sotto il Grattacielo, per una violenta aggressione in strada. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’indagato avrebbe avvicinato un 25enne, chiedendogli con insistenza una sigaretta. Al rifiuto della vittima – che aveva semplicemente spiegato di non fumare – l’uomo lo avrebbe colpito con un violento pugno al volto, facendolo cadere rovinosamente a terra, per poi fuggire prima dell’arrivo dei soccorsi. Il malcapitato, che inizialmente aveva perso conoscenza, era riuscito successivamente a raccontare l’accaduto ai carabinieri. Tuttavia, poche ore dopo, in ospedale, la sua condizione clinica era peggiorata in modo drammatico.
Al Sant’Anna, i medici lo hanno sottoposto a tre delicati interventi chirurgici per emorragie cerebrali multiple. “Era in prognosi riservata, in pericolo di vita – affermano oggi i datori di lavoro, titolari di un noto ristorante, dove il giovane lavora come aiuto cuoco – e abbiamo cercato di capire cosa fosse successo, com’era andata realmente la situazione”. È in questo contesto che i due imprenditori hanno fornito il loro contributo alle indagini dei carabinieri, mettendoli in contatto con un loro dipendente che quella sera era con il giovane e quindi poteva testimoniare.
Infatti, anche grazie alle testimonianze raccolte e all’analisi delle immagini dei sistemi di videosorveglianza, le indagini – coordinate dalla Procura di Ferrara – hanno permesso di presentare all’Autorità Giudiziaria una richiesta di misura cautelare nei confronti dell’indagato, un giovane già noto alle forze di polizia.
Si tratta dello stesso ragazzo che, durante la mattinata del 28 gennaio scorso, in via Boccacanale di Santo Stefano, aveva riempito di botte la compagna che si era rifugiata a casa della madre, dopo il loro sfollamento da una delle torri del Grattacielo. Il giovane era stato arrestato con l’accusa di lesioni personali aggravate. Alla luce di questi precedenti, il gip ha ritenuto sussistente un concreto pericolo di reiterazione del reato, disponendo gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico nell’abitazione di un familiare.
Purtroppo, per il 25enne di nazionalità bengalese, le conseguenze dell’aggressione sono state estremamente gravi. Tuttavia, come già accennato, la speranza risiede nell’aiuto dei datori di lavoro che, non solo hanno continuato a garantirgli lo stipendio, ma lo stanno seguendo passo dopo passo nel suo percorso di riabilitazione e reinserimento. “Ha iniziato con mansioni semplici, fino a imparare a utilizzare i fornelli e diventare aiuto cuoco. Era stato assunto con un contratto di apprendistato e gli avevamo promesso un contratto a tempo indeterminato, perché la nostra intenzione – spiegano – era quella di trattenerlo. E così è stato. Nei giorni scorsi abbiamo festeggiato il suo ritorno al lavoro insieme alla firma del contratto a tempo indeterminato.”
E aggiungono: “Abbiamo seguito il percorso indicato dall’ospedale in questi mesi, garantendogli sempre il massimo supporto. Ora è da poco rientrato al lavoro e le cose stanno andando bene. La dottoressa del reparto che lo ha seguito ha ritenuto che riprendere gradualmente l’attività lavorativa potesse aiutarlo a tornare alla normalità”, spiegano ai nostri taccuini. “Non vogliamo riconoscimenti, ma probabilmente in un altro contesto lavorativo avrebbe avuto più difficoltà. Non avendo nessuno che potesse prendersi cura di lui, abbiamo ritenuto necessario offrirgli un sostegno concreto. Siamo stati anche un punto di collegamento con la famiglia in Bangladesh, mantenendola costantemente informata. Abbiamo fatto tutto il possibile per lui e dobbiamo dire che lui, che lavora con noi da più di tre anni, è sempre stato molto riconoscente”, concludono.
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