Presenza di sostanze dannose nei prodotti per il ciclo mestruale: quali sono le opzioni?

Presenza di sostanze dannose nei prodotti per il ciclo mestruale: quali sono le opzioni? 1 Un nuovo studio condotto dall’ONG francese Règles élémentaires ha evidenziato i danni che i prodotti mestruali possono arrecare alla salute femminile e all’ambiente. Attraverso un’analisi di vent’anni di ricerche scientifiche internazionali sull’argomento, oltre a interviste con europarlamentari, produttori, ricercatori e associazioni della società civile, Règles élémentaires ha rivolto una severa accusa all’Unione Europea e alle sue normative. Infatti, i prodotti mestruali continuano a essere considerati beni di consumo generali. Di conseguenza, non sono soggetti a rigorosi controlli come quelli previsti per i farmaci o i dispositivi medici. Questo consente la presenza di pesticidi, metalli pesanti e microplastiche negli assorbenti e in altri prodotti simili. Cosa si può fare, allora, per tutelare la salute delle donne?

Cosa è stato rinvenuto negli assorbenti?

L’aspetto più preoccupante del rapporto è la scoperta che le sostanze dannose sono rinvenibili in tutti i tipi di prodotti mestruali disponibili sul mercato. Questo include assorbenti esterni e interni, coppette mestruali, mutande mestruali e assorbenti lavabili.

E anche in quei prodotti pubblicizzati come 100% biologici o in cotone. Infatti, è possibile rinvenire plastica nel velo protettivo superiore, che è il primo strato a contatto con la pelle, o nella cordicella dei tamponi. La certificazione bio si riferisce solo alla coltivazione del cotone e non alla composizione finale del prodotto.

In particolare, Pan UK ha rintracciato tracce di glifosato, considerato “potenzialmente cancerogeno” in tamponi interni di marchi come Tampax, Lil Lets, Superdrug e Boots, in percentuali 40 volte superiori ai limiti consentiti per l’acqua potabile.

Uno studio del 2024 pubblicato su Environment International ha testato 30 tamponi, sia biologici che convenzionali, trovando la presenza di 16 metalli pesanti. In tutti i campioni sono stati identificati arsenico, cadmio, mercurio e piombo. Inoltre, l’Istituto Idaea-Csic di Barcellona ha analizzato 41 prodotti mestruali monouso e riutilizzabili, rinvenendo additivi plastici provenienti dalla petrolchimica. Nelle mutande mestruali, invece, sono stati rilevati i cosiddetti Pfas, inquinanti permanenti che non si decompongono in natura e sono distruttori endocrini.

Qual è il reale rischio per la salute?

Il rapporto di Règles élémentaires mette in evidenza che il vero rischio non deriva dall’esposizione prolungata a una singola sostanza, ma dal fenomeno dell’“effetto cocktail”. Questo si riferisce all’interazione di più composti chimici che genera effetti additivi o sinergici non considerati nei controlli di valutazione del rischio. Infatti, queste valutazioni esaminano solo i rischi legati all’esposizione a sostanze singole.

Le potenziali conseguenze includono dermatiti croniche e prurito vulvare persistente, oltre a infezioni ricorrenti. Questo avviene perché viene alterato il microbioma vaginale. Infatti, mentre la pelle funge da barriera contro gli agenti esterni, la mucosa vulvare e vaginale è progettata per assorbire. Ha, quindi, una permeabilità chimica notevolmente superiore a quella dell’epidermide.

I limiti di sicurezza applicati ai prodotti mestruali non considerano questa differenza e si basano su un utilizzo cutaneo dei prodotti anziché sull’esposizione delle mucose.

Cosa si può fare per tutelare la salute femminile?

In seguito a quanto emerso dal rapporto, Règles élémentaires richiede all’UE una revisione radicale dei suoi criteri di valutazione del rischio.

In primo luogo, si chiede che i prodotti mestruali non siano trattati come generici, ma vengano considerati alla stregua di dispositivi medici. Si richiedono normative specifiche che stabiliscano limiti di contaminazione per pesticidi, metalli, diossine e Pfas. È necessario garantire un’etichettatura completa sulla confezione e non solo nel foglietto illustrativo interno. Tenere conto dell’“effetto cocktail” nei protocolli di valutazione del rischio, finora trascurato. E impegnarsi per integrare la politica ambientale, per finanziare la ricerca e per riconoscere la salute mestruale come un diritto umano fondamentale.

Justine Okolodkoff, vice direttrice di Règles élémentaires, ha dichiarato:

Nonostante il loro uso quotidiano da parte di metà della popolazione, rappresentano uno dei beni di consumo intimo meno regolamentati. Ci si aspetta che i produttori garantiscano la sicurezza dei loro articoli, ma in assenza di direttive chiare, soglie o obblighi di trasparenza, le consumatrici rimangono prive di informazioni, incapaci di confrontare le protezioni, esposte a rischi che non possono valutare né evitare.

I rischi per la salute sono inoltre strettamente legati a quelli ambientali. Infatti, i prodotti mestruali sono tra i più inquinanti in assoluto; si collocano al quinto posto tra i rifiuti plastici più presenti sulle spiagge. E le microplastiche che rilasciano nell’ambiente entreranno poi nella filiera alimentare, contribuendo nuovamente ai rischi per la salute umana.

Cosa accade nei singoli paesi UE?

Nel rapporto di Règles élémentaires, si menzionano alcuni paesi come Spagna e Francia che hanno tentato di introdurre normative nazionali sui prodotti mestruali. Tuttavia, queste sono ancora considerate insufficienti. Infatti, come in Francia, i produttori sono tenuti a elencare solo le sostanze aggiuntive intenzionali e non i contaminanti né i residui derivanti dalla fabbricazione, che sono i più attenzionati dagli studi.

In molti Stati membri, invece, non si è ancora avviato un dibattito costruttivo. Come in Italia, dove recentemente si è raggiunto il traguardo dell’abbassamento dell’iva sui prodotti mestruali dal 22 al 10%. Tuttavia, in diversi Paesi UE si è già arrivati all’abolizione totale della tassazione sugli assorbenti. Ciò dimostra che nel nostro Paese una seria discussione sulla salute mestruale è ancora lontana.

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