“Il Premio Strega prolunga la vita ai libri”. Teresa Ciabatti presenta “Donnaregina” a Ferrara.
di Tommaso Piacentini
Lo scorso primo aprile sono stati rivelati i titoli dei libri che compongono la dozzina del premio Strega, uno dei più prestigiosi riconoscimenti letterari in Italia, giunto alla sua ottantesima edizione. Teresa Ciabatti, nata nel 1975, è tra le autrici in gara con il suo romanzo “Donnaregina”, per cercare di stappare la celebre bottiglia di liquore, simbolo della vittoria del premio. Ciabatti sarà presente a Ferrara il 18 aprile in occasione del festival delle parole Grisù 451, che si terrà da giovedì 16 a domenica 19 aprile presso il consorzio di via Poledrelli. L’incontro, moderato da Amelia Esposito, è programmato per le ore 21:30.
Teresa Ciabatti, lei è stata selezionata per la dozzina del premio Strega 2026 con “Donnaregina”. In precedenza aveva già ottenuto il secondo posto nel 2017 con “La più amata” e il settimo con “Sembrava Bellezza” nel 2021. Si potrebbe definire una veterana dello Strega; quali emozioni prova oggi alla sua terza candidatura?
Per me rappresenta un’ulteriore opportunità per i libri, una chance di vita. In Italia è raro trovare qualcosa come il premio Strega che possa prolungare la vita di un libro e aumentarne la visibilità. Questa è sempre una grande occasione.
Passiamo al libro. “Donnaregina” esplora, attraverso gli occhi di una giornalista estranea alla cronaca nera, la vita di Giuseppe Misso, ex membro della camorra e fondatore del clan omonimo negli anni ’80. Qual è stata la motivazione che l’ha spinta a scrivere questo libro?
È nata dalla mia necessità come scrittrice di immergermi in un universo completamente estraneo. Prima di “Donnaregina”, i miei libri erano sempre stati finzionalmente autobiografici, dei memoir di fantasia, ma per quanto riguarda l’ambiente, gli eventi e anche la classe sociale, erano molto vicini a me, quindi raccontavo il mio mondo di appartenenza, anche se non ero io. È scaturita dall’esigenza di guardare oltre.
Il narratore si dichiara fin da subito poco informato sui temi legati alla camorra. Durante la narrazione, infatti, si sofferma su dettagli minuziosi e, agli occhi degli esperti, apparentemente insignificanti della vita di Misso. Rispetto a “Sembrava Bellezza”, dove lo stile digressivo era predominante sia nella sintassi che nella narrazione, in “Donnaregina” la lettura risulta più lineare e fluida, mentre i fatti raccontati si concentrano proprio sulle digressioni riguardanti la criminalità di Misso. Cosa l’ha portata a questa scelta stilistica? Chi l’ha ispirata?
Innanzitutto, sono invecchiata, quindi il mio stile ha subito i cambiamenti del tempo. Non so se si tratti di una maturità o se maturare significhi – e questo è il mio sospetto – andare verso l’essenziale. C’è una riduzione delle digressioni, non c’è molto tempo. Come ispirazione stilistica, ho trovato molto utile rileggere “La pelle” di Curzio Malaparte, dove racconta Napoli da straniero, e anche la scrittura di Truman Capote, non tanto in “A sangue freddo”, ma in altri scritti, come quelli su Marilyn Monroe. Lui la coglie in un momento di totale anonimato, quando è struccata, con un foulard in testa e passeggiando tra la gente nessuno la riconosce; in quei momenti lui riesce a cogliere lampi di verità e una Marilyn diversa. Questa sua attitudine verso il lato non pubblico è stata una guida per me.
Possiamo menzionare anche la Ortese?
Sì e no. Ho letto tutti gli scrittori napoletani: Ortese, Ramondino, Starnone. Questi autori hanno funzionato più da limite. Ho capito che non potevo raccontare Napoli e competere con chi è nato e cresciuto lì, con chi conosce e ha vissuto certe situazioni di criminalità. Questo mi ha aiutato a comprendere – per arrivare a Curzio Malaparte – che dovevo entrare come straniera e dichiararlo, altrimenti sarebbe stato folklore, si sarebbe percepita la posa.
Curioso il tema della scrittura. Lei scrive, in un dialogo con Misso: “Certo, ha scritto I leoni di Marmo, ma quella è la storia giudiziaria. Adesso sente il bisogno di dire altro, di confessarsi a cuore aperto. E per farlo necessita di qualcuno”. Secondo lei, l’importanza di mettere nero su bianco la propria vita, in casi come quello di Misso, serve più da catarsi o è uno strumento che alimenta l’ego?
Questo non mi riguarda. È un gesto loro che non ho esplorato: questo libro non è la storia di Misso né la trascrizione della sua testimonianza. È un tradimento alla possibilità di raccontare la storia criminale; già dalla seconda pagina si capisce che non sarà così. L’immersione in un mondo così distante mi serviva come risveglio per quel tipo di donna, come la giornalista, che proviene da un ceto sociale privilegiato, di benessere e anche culturale. In questa classe mi includo anch’io. Ritengo che la classe dirigente, composta da politici, intellettuali e chi vive in condizioni di privilegio, corra il rischio, quando scrive, di essere solo delle incursioni temporanee, delle visioni dal salotto di casa.
Cioè?
Mi spiego meglio: esiste una parte di umanità privilegiata che, senza rendersene conto, vive una vita quasi dormiente. Se scrivo un articolo d’opinione sulla guerra o sulla povertà, è molto diverso dal conoscerle realmente e credo che in questo momento scrivere su un argomento non sia dare un contributo, ma esprimere un’opinione. È un racconto che differisce dal vero contributo politico e dai fatti. Spesso qualcuno scrive qualcosa e si sente a posto con la coscienza. Volevo che questa rappresentante, questa donna di un ceto medio-alto, fosse risvegliata dal torpore del privilegio attraverso Misso. Non fa nessuno scoop, ma attraverso questo scossone apre gli occhi e vede ciò che non percepiva, che è a casa sua.
Lei menziona la figlia dell’io narrante, Camilla, profondamente segnata dal periodo del Covid?
Certo, è così abituata (la giornalista, ndr) a vedere solo ciò che desidera che non riesce a notare il dolore che si cela dentro la sua casa.
Si può affermare che questo sia un romanzo anche sulla condizione adolescenziale…
Quello è un viaggio. Misso è solo un pretesto per portarla ad aprire gli occhi. La madre si rifiuta di vederla, come se questa classe sociale si fosse abituata e non riesca a percepire.
Un altro dei temi del libro è quello della fede. C’è una fede nella religione cristiana, come dimostra la costruzione di una cappella a vico Carbonara come gesto propiziatorio per avere un figlio da Antonietta Sarno, ma c’è anche un’altra fede: quella nel sovrannaturale, quella per gli ufo. Può raccontarci questo episodio?
Ho lavorato molto sul materiale di scarto. Mentre Misso mi narrava la sua vita criminale, capivo che il mio interesse si trovava altrove. Su questo materiale di scarto, che un giornalista d’inchiesta avrebbe ignorato, dovevo concentrarmi, perché da lì emergeva una verità più profonda. Quando per caso mi racconta, all’interno della sua narrazione sulla guerra di camorra, che una sera vanno a fare pesca subacquea e vedono gli ufo, gli dico: “Fermati”. Ho impiegato diverse settimane perché per lui non era rilevante. Il dettaglio degli ufo è una scena centrale del libro. In apparenza potrebbe sembrare comica, quasi surreale, ma è drammatica. Rappresenta il pensiero dei superboss in generale, che non credono in uno Stato giusto, in una Chiesa giusta… tutto ciò che è terreno è corrotto e ingiusto. Infatti, c’è sempre la giustificazione che cercano di sistemare le storture del mondo, dalla parte dei più deboli e degli oppressi. Comprendere che non stanno mentendo quando affermano che lo Stato non esiste e che l’unica giustizia possibile è immaginabile al di fuori delle vicende terrene, nemmeno da Dio, ma da un ufo che arriva.
Sabato 18 aprile sarà a Ferrara in occasione del festival letterario Grisù 451. È mai stata a Ferrara?
Sono stata una volta e sono contenta di tornare.
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