Marcia su Roma e ascesa di Mussolini
Il fascismo aveva già costruito una parte consistente della propria forza attraverso lo squadrismo, le aggressioni contro le organizzazioni socialiste e sindacali e una crescente capacità di condizionare le istituzioni. Il 28 ottobre 1922, con la Marcia su Roma, quella pressione raggiunse il passaggio decisivo. Mentre le squadre fasciste convergevano verso la capitale, il governo di Luigi Facta tentò di proclamare lo stato d’assedio, ma Vittorio Emanuele III rifiutò di firmarlo. Mussolini, rimasto a Milano durante le ore cruciali della mobilitazione, raggiunse Roma soltanto dopo essere stato convocato dal re per ricevere l’incarico di formare il governo.
L’Italia dopo la Prima guerra mondiale
La Marcia su Roma non nacque improvvisamente nell’ottobre 1922. Le sue origini vanno cercate nella crisi politica e sociale dell’Italia uscita dalla Prima guerra mondiale, attraversata dall’inflazione, dalla disoccupazione, dalle difficoltà della riconversione economica e dalle tensioni prodotte dalla smobilitazione di milioni di soldati. Alle aspettative maturate durante il conflitto si aggiunsero le divisioni sulla pace e sulla cosiddetta vittoria mutilata, espressione utilizzata dai nazionalisti per denunciare i risultati territoriali ottenuti dall’Italia.
Tra il 1919 e il 1920 il cosiddetto Biennio rosso fu caratterizzato da scioperi, occupazioni delle fabbriche, mobilitazioni contadine e crescita delle organizzazioni socialiste. Una parte delle classi proprietarie e dei ceti medi interpretò quelle agitazioni come la possibilità di una rivoluzione sul modello bolscevico. Fu all’interno di questa crisi che il fascismo riuscì progressivamente a trovare spazio, presentandosi contemporaneamente come movimento antisocialista, nazionalista e capace di ristabilire l’ordine.
Benito Mussolini aveva fondato i Fasci italiani di combattimento a Milano nel marzo 1919. I risultati elettorali iniziali furono modesti, ma nei due anni successivi il movimento cambiò profondamente. Le squadre fasciste iniziarono ad attaccare sedi sindacali, cooperative, amministrazioni locali, giornali e organizzazioni politiche della sinistra, soprattutto nell’Italia settentrionale e centrale. La violenza diventò uno degli strumenti attraverso i quali il fascismo conquistò territori e influenza politica.
Dallo squadrismo al Partito nazionale fascista
Il fascismo crebbe mentre una parte delle istituzioni liberali cercava di contenerlo attraverso l’integrazione politica. Giovanni Giolitti incluse candidati fascisti nei Blocchi nazionali alle elezioni del maggio 1921, permettendo anche a Mussolini di entrare alla Camera. L’obiettivo di assorbire il movimento nel sistema parlamentare non fermò tuttavia lo squadrismo.
Nel novembre dello stesso anno nacque il Partito nazionale fascista. Mussolini disponeva ormai di un’organizzazione politica nazionale affiancata da una forza paramilitare che continuava ad agire nelle città e nelle campagne. Nel corso del 1922 le aggressioni contro socialisti, sindacati e amministrazioni locali aumentarono e il fascismo riuscì a conquistare con la forza il controllo di diversi territori.
La risposta dello Stato rimase debole e disomogenea. Settori delle istituzioni, delle forze economiche e delle élite liberali ritenevano possibile utilizzare il fascismo contro la sinistra per poi ricondurlo entro le regole del sistema parlamentare. La strategia di Mussolini sfruttò precisamente questa disponibilità, alternando trattative con gli esponenti della politica tradizionale e pressione esercitata dalle squadre armate.
Lo sciopero legalitario e l’offensiva fascista
Un passaggio decisivo arrivò nell’estate del 1922. L’Alleanza del lavoro proclamò per il 1° agosto uno sciopero generale, definito legalitario, contro le violenze fasciste e l’incapacità dello Stato di fermarle. Mussolini utilizzò la mobilitazione come occasione per presentare il fascismo quale forza capace di ristabilire l’ordine.
Le squadre occuparono sedi sindacali e amministrazioni locali, attaccando le strutture ancora controllate dalle organizzazioni operaie. A Milano vennero assaltati Palazzo Marino e la sede dell’Avanti!, mentre episodi analoghi interessarono numerose altre città. Il Senato ricostruisce come, tra il 3 e il 4 agosto, aggressioni e devastazioni colpirono circoli, partiti e sindacati in diverse zone d’Italia.
L’offensiva rafforzò ulteriormente la posizione di Mussolini. Il fascismo poteva ormai presentarsi alle élite conservatrici come una forza politica con cui sarebbe stato necessario raggiungere un accordo e, nello stesso tempo, dimostrare attraverso lo squadrismo di poter destabilizzare il Paese qualora fosse rimasto fuori dal governo.
Il raduno fascista di Napoli
Il passaggio verso la Marcia su Roma venne preparato nell’ottobre 1922. Mussolini continuava a trattare con diversi esponenti liberali mentre l’organizzazione fascista pianificava una mobilitazione armata. Il 24 ottobre migliaia di fascisti si riunirono a Napoli per il congresso del PNF.
Nel discorso pronunciato in quella occasione Mussolini rivendicò apertamente l’ingresso dei fascisti nel governo. L’alternativa prospettata era quella della conquista del potere. Dietro la retorica rivoluzionaria continuavano però le trattative con la classe dirigente liberale, nella speranza di ottenere un incarico senza affrontare direttamente l’esercito.
La direzione operativa della mobilitazione venne affidata ai quattro quadrumviri Italo Balbo, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi e Michele Bianchi. Il comando fu stabilito a Perugia, mentre le squadre avrebbero dovuto occupare punti strategici nelle diverse province e concentrarsi attorno alla capitale. Mussolini, invece, rimase a Milano.
Le squadre fasciste si mobilitano
Il 27 ottobre cominciò la fase insurrezionale. Gruppi fascisti occuparono stazioni ferroviarie, prefetture, uffici postali e telegrafici in diverse città. Le colonne destinate a convergere su Roma si concentrarono soprattutto nelle zone di Santa Marinella, Monterotondo e Tivoli. Alcuni reparti incontrarono resistenza: a Civitavecchia intervennero gli Arditi del popolo, mentre a Orte fu l’esercito a bloccare gli squadristi.
Dal punto di vista strettamente militare, la mobilitazione fascista era molto meno irresistibile di quanto sarebbe stata successivamente rappresentata dalla propaganda del regime. Le forze dello Stato disponevano degli uomini e dei mezzi necessari per difendere Roma. Il risultato della crisi dipese quindi soprattutto dalle decisioni politiche prese nelle ore successive.
Il governo era guidato da Luigi Facta, che aveva già presentato le proprie dimissioni. Di fronte alle occupazioni fasciste, tuttavia, Facta e i ministri decisero di ricorrere allo stato d’assedio, che avrebbe trasferito poteri eccezionali alle autorità militari e consentito di intervenire contro le colonne dirette verso la capitale.
Lo stato d’assedio
Nelle prime ore del 28 ottobre 1922 il Consiglio dei ministri approvò la proclamazione dello stato d’assedio. Le autorità avevano già iniziato a predisporre misure per difendere Roma e interrompere l’avanzata fascista. Il provvedimento doveva però essere sottoposto alla firma di Vittorio Emanuele III.
Il re rifiutò di firmarlo.
Le ragioni di quella decisione sono state a lungo discusse dagli storici. Sono state indicate la paura di una guerra civile, i dubbi sulla fedeltà dell’esercito in caso di scontro con i fascisti, la possibilità di una crisi dinastica e la convinzione che Mussolini potesse essere inserito in un governo e successivamente controllato dalle istituzioni tradizionali. Nessuna spiegazione isolata esaurisce completamente una scelta maturata durante una crisi nella quale monarchia, vertici militari, liberali, nazionalisti e fascisti stavano conducendo trattative parallele.
Il dato decisivo rimane il risultato. Senza la firma del sovrano, lo stato d’assedio non entrò in vigore nelle forme previste e Facta lasciò definitivamente la guida del governo. La strada per una soluzione politica favorevole al fascismo rimase aperta.
Mussolini aspetta a Milano
Una delle immagini costruite successivamente dalla propaganda fascista rappresentò Mussolini alla testa delle camicie nere dirette verso Roma. Gli avvenimenti si svolsero diversamente. Durante le ore decisive Mussolini rimase a Milano, nella sede del Popolo d’Italia, seguendo le trattative e mantenendosi pronto anche all’eventualità che l’operazione fallisse.
La sua assenza dalla marcia era coerente con la strategia adottata. Mussolini esercitava una pressione armata sullo Stato senza rinunciare alla possibilità di ottenere il governo attraverso un incarico formalmente conferito dalla Corona. La forza delle squadre serviva quindi anche a modificare i rapporti all’interno delle trattative politiche.
Dopo il rifiuto dello stato d’assedio furono valutate diverse soluzioni, compresa l’ipotesi di un governo guidato da Antonio Salandra con la partecipazione fascista. Mussolini fece però sapere di non essere più disposto ad accettare un ruolo subordinato. Il PNF pretendeva ormai la presidenza del Consiglio.
Vittorio Emanuele III affida il governo a Mussolini
Il 29 ottobre Vittorio Emanuele III decise di affidare a Mussolini l’incarico di formare il nuovo governo. Solo dopo aver ricevuto la convocazione, il leader fascista lasciò Milano in treno. Arrivò a Roma la mattina del 30 ottobre, quando la decisione politica fondamentale era già stata presa. Il Senato ricostruisce il suo arrivo nella capitale e il conferimento formale dell’incarico in quella giornata.
La distinzione è importante. Mussolini non conquistò Palazzo Chigi alla testa di un esercito che aveva sconfitto militarmente lo Stato italiano. La violenza fascista e la minaccia insurrezionale furono determinanti, ma la sua ascesa alla presidenza del Consiglio avvenne anche attraverso l’utilizzo delle procedure previste dalla monarchia statutaria. Fu Vittorio Emanuele III a scegliere di non utilizzare lo stato d’assedio e successivamente ad affidargli la formazione del governo.
Le squadre fasciste entrarono poi nella capitale e sfilarono il 31 ottobre. La propaganda avrebbe trasformato quella sequenza in una conquista rivoluzionaria del potere, modificando anche attraverso immagini e filmati la cronologia degli avvenimenti. In realtà Mussolini aveva ottenuto l’incarico prima che la rappresentazione celebrativa della marcia raggiungesse il proprio compimento.
Un governo che non era ancora una dittatura
Il governo formato da Mussolini non era composto esclusivamente da fascisti. Ne facevano parte anche liberali, popolari, nazionalisti, democratici e personalità provenienti dagli apparati militari. Il nuovo presidente del Consiglio aveva quindi raggiunto il potere attraverso una combinazione di pressione paramilitare, negoziazione politica e decisione monarchica.
Questo passaggio impedisce di identificare automaticamente il 28 ottobre 1922 con la nascita immediata della dittatura nelle forme che avrebbe assunto successivamente. Il Parlamento continuava a esistere, gli altri partiti erano ancora formalmente legali e le istituzioni dello Statuto Albertino non erano state abolite. Mussolini, tuttavia, era ormai alla guida del governo e poteva utilizzare le istituzioni dello Stato mentre il movimento fascista conservava la propria capacità di violenza.
Il 16 novembre si presentò alla Camera pronunciando il cosiddetto discorso del bivacco, nel quale ricordò ai deputati che avrebbe potuto trasformare l’aula parlamentare in un bivacco per i propri uomini. Pochi giorni dopo, il Parlamento attribuì al governo pieni poteri per il riordinamento amministrativo e tributario. Tra dicembre 1922 e gennaio 1923 nacquero inoltre il Gran Consiglio del fascismo e la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale.
Dalla Marcia su Roma alla dittatura
La trasformazione del governo Mussolini in una dittatura avvenne attraverso una successione di passaggi. Nel 1923 la legge Acerbo modificò il sistema elettorale attribuendo un enorme premio di maggioranza alla lista capace di superare una determinata soglia di voti. Le elezioni dell’aprile 1924 si svolsero in un clima segnato da violenze e intimidazioni fasciste.
Il deputato socialista Giacomo Matteotti denunciò alla Camera le irregolarità e le violenze che avevano accompagnato il voto. Il 10 giugno 1924 venne rapito e assassinato da uomini legati all’apparato fascista. L’omicidio aprì la più grave crisi affrontata fino a quel momento dal governo Mussolini, mentre le opposizioni abbandonarono i lavori parlamentari con la secessione dell’Aventino.
Vittorio Emanuele III non revocò l’incarico a Mussolini. Il 3 gennaio 1925 il presidente del Consiglio pronunciò alla Camera il discorso con cui si assunse la responsabilità «politica, morale, storica» di quanto avvenuto e avviò apertamente la trasformazione autoritaria dello Stato. Le successive leggi fascistissime smantellarono progressivamente le libertà politiche, soppressero le opposizioni e costruirono le strutture della dittatura.
La costruzione del mito della Marcia su Roma
Il regime attribuì al 28 ottobre un’importanza che andava oltre lo svolgimento materiale degli avvenimenti. La Marcia su Roma divenne il momento fondativo della narrazione fascista e il calendario del regime arrivò a contare gli anni proprio a partire dal 28 ottobre 1922.
Questa costruzione serviva a presentare il fascismo come protagonista di una rivoluzione vittoriosa. La realtà era meno lineare. Mussolini aveva utilizzato la minaccia delle squadre mentre negoziava con esponenti delle istituzioni che speravano di poter integrare il fascismo nel sistema politico. Le camicie nere esercitarono una pressione decisiva, ma non sconfissero militarmente lo Stato.
La propaganda intervenne anche sulle immagini della marcia. Treccani ricorda come il film A noi, realizzato da Umberto Paradisi nel 1923, ricostruisse gli eventi alterandone alcuni aspetti e rappresentasse Mussolini come protagonista sul campo, nonostante fosse arrivato a Roma quando l’incarico di governo era ormai stato deciso.
La Marcia su Roma
La Marcia su Roma fu quindi qualcosa di più articolato di una semplice colonna di uomini armati diretta verso la capitale. Fu il punto d’incontro tra anni di violenza squadrista, debolezza delle istituzioni liberali, sostegno ricevuto dal fascismo in settori della società italiana, trattative politiche e una decisione fondamentale della monarchia.
Il 28 ottobre 1922 rimane la data centrale perché fu allora che Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare lo stato d’assedio mentre la mobilitazione fascista era in corso. La decisione impedì al governo Facta di procedere secondo il piano predisposto contro gli squadristi e modificò il corso della crisi. Il giorno successivo il re chiamò Mussolini a formare il governo; il 30 ottobre il leader fascista arrivò a Roma.
La dittatura non nacque compiutamente in quelle ore. Sarebbe stata costruita negli anni successivi attraverso violenza, modifiche legislative, repressione dell’opposizione e progressivo svuotamento delle istituzioni liberali. La Marcia su Roma rappresentò però il passaggio che consegnò a Mussolini la guida del governo e mise nelle mani del fascismo gli strumenti dello Stato che avrebbe successivamente trasformato.
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