Nel Delta, l’integrazione è diventata un’esigenza economica e sociale imprescindibile.
di Asia Bertarelli
Marozzo. All’interno dell’Ecomuseo della Bonifica, si è svolto l’incontro intitolato “Migrazioni e Migranti nel delta del Po”, tenutosi martedì 21 aprile nella sala Paola Ricci. Un convegno che ha messo in luce l’ipocrisia che spesso circonda il tema migratorio, offrendo un quadro di un territorio in cui l’integrazione non è più una scelta ideologica o un gesto di generosità, ma una necessità economica e sociale imprescindibile.
In un Delta che invecchia, i dati parlano chiaro: senza il supporto dei lavoratori stranieri, il sistema produttivo locale non potrebbe funzionare, né garantire quegli standard agricoli e industriali che sostengono ancora l’economia della provincia.
Il dibattito, introdotto dalla consigliera dell’ufficio di presidenza dell’assemblea legislativa della regione Emilia-Romagna Marcella Zappaterra, ha subito chiarito che l’immigrazione è una componente strutturale del territorio e che essa può rappresentare una risorsa significativa per il Delta del Po.
Zappaterra ha poi discusso del “Decreto Flussi” e del meccanismo dei “Click Day”, definendoli strumenti completamente estranei alle dinamiche reali del settore agricolo. “Ci troviamo di fronte a una burocrazia lenta — ha evidenziato — i cui ritardi sono incompatibili con i tempi naturali delle stagioni”. Secondo l’esponente del Pd, l’ingresso dei lavoratori stranieri necessita di una programmazione strutturale: “Non deve essere vista come un’emergenza né come una questione politica”.
In sintesi, l’approccio di Zappaterra si basa su un pragmatismo considerato necessario: superare la retorica dell’emergenza e la propaganda della paura per trasformare la gestione dei flussi in un motore essenziale per la rinascita economica regionale.
Successivamente, è intervenuto il delegato per immigrazione e cooperazione internazionale dell’Emilia-Romagna Luca Rizzo Nervo, per conto del presidente della regione, il quale ha integrato l’analisi politica con una solida base di dati tecnici forniti dall’Osservatorio regionale, spostando l’attenzione dalla teoria alla realtà demografica e sociale della provincia di Ferrara e del Delta del Po.
Ha evidenziato che nella regione ci sono 570mila persone che rappresentano il 12,8% della popolazione emiliano-romagnola. La provincia di Ferrara ne conta 39.578, posizionandosi al terzultimo posto in regione, ma è quella che ha registrato la crescita più significativa negli ultimi anni.
Rizzo Nervo ha esaminato uno dei pregiudizi più diffusi nel dibattito pubblico, analizzando il saldo tra contributi versati e servizi ricevuti, spiegando che “i lavoratori stranieri contribuiscono alle casse dello stato con 4 miliardi all’anno. Quale governo rinuncerebbe a un bilancio positivo di 4 miliardi di euro? Nessuno”.
L’analisi si è poi concentrata sulle contraddizioni legislative che ostacolano l’integrazione, come il limite di reddito imposto a chi vive nei centri di accoglienza: “La possibilità di rimanere in quelle strutture è condizionata dal fatto che la persona non superi i 7.200 euro all’anno”.
L’intervento si è concluso con un richiamo alla vigilanza etica, sottolineando come l’illegalità e il caporalato non siano problemi geograficamente distanti. Per affrontare questa minaccia, il delegato della regione Emilia-Romagna ha evidenziato l’importanza di creare reti di protezione sicure attraverso iniziative regionali specifiche.
“Abbiamo attivato — sottolinea Rizzo Nervo — il progetto ‘Common Ground’ contro lo sfruttamento, che offre uno strumento di tutela: gli sportelli fungono da filtro per chi teme di recarsi in caserma. Solo in questo modo il lavoratore può essere assistito e arrivare a denunciare, portando il lavoro nel campo della legalità e della sicurezza”.
Successivamente è intervenuto Dario Bernardi, sindaco di Portomaggiore, un comune in cui gli stranieri rappresentano il 22% della popolazione e dove le sfide legate al fenomeno migratorio sono molteplici, tra cui: senso di sicurezza, integrazione, coinvolgimento dei giovani e gli impatti delle differenze culturali, la situazione abitativa e le scuole sono le priorità dell’Amministrazione.
Oltre alla repressione, il modello Portomaggiore si concentra su sportelli lavoro trasparenti e trasporti legali per i campi, sottraendo braccianti alla morsa del caporalato che arriva a chiedere 200 euro al mese per un posto su un pulmino in cattive condizioni.
A chiudere il cerchio è stata una riflessione profonda sulla sfida culturale. Contro l’idea di “classi separate” per i bambini stranieri, è emersa la necessità di investire sulla lingua e sulla scuola come unico vero luogo di incontro.
“La segregazione — sottolinea il sindaco Dario Bernardi — genera conflitto tra identità, non integrazione”.
A concludere il confronto è stato il capogruppo del Pd in Regione Paolo Calvano, che ha richiamato le istituzioni al “coraggio” di gestire un fenomeno ormai strutturale. “Immaginate un giorno senza immigrati nel Delta — ha provocato l’assessore — il nostro intero sistema economico e sociale semplicemente si fermerebbe”.
Infine, un richiamo alla memoria storica: “Siamo una terra che in passato ha saputo integrare i migranti del nostro Sud, diventando più ricca. Oggi la sfida è la stessa: superare la propaganda della paura e trasformare l’accoglienza in un’infrastruttura strategica per il futuro dell’Emilia-Romagna”.
Il convegno di Marozzo si è concluso con un riconoscimento al “coraggio” degli organizzatori e del sindaco di Portomaggiore, spesso oggetto di attacchi mediatici per le sue decisioni.
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