Silvia Salvi: “Un elemento di valore partecipare alla lotta contro il Caporalato”
Salvi Vivai è una delle realtà private che partecipa al progetto Agribus. Come è avvenuta l’adesione?
L’adesione è scaturita da contatti diretti con Ami, l’Agenzia per la mobilità, e con Confagricoltura Ferrara. Ci hanno contattato, ci siamo incontrati e ci hanno illustrato il progetto, facendo emergere immediatamente il potenziale valore di tale iniziativa. Da lì, il passaggio all’adesione formale è stato rapido.
Sapere che i nostri dipendenti avrebbero potuto utilizzare navette per raggiungere il luogo di lavoro senza dipendere da terzi è estremamente positivo. Abbiamo riscontrato una grande disponibilità da parte loro e una forte volontà di integrarsi nel settore agricolo. Possiamo affermare che il servizio è stato accolto con entusiasmo dai diretti interessati.
Quanti dipendenti di Salvi Vivai beneficiano del servizio Agribus?
Fin dal 15 giugno, data di avvio del servizio, le navette erano sempre piene. Dico “erano” perché l’ultima ha effettuato la sua corsa finale l’8 agosto, giorno di chiusura della raccolta. Ogni navetta trasportava 50 nostri lavoratori. Il pullman partiva da Portomaggiore e aveva come destinazione le due sedi in cui produciamo le piantine di fragole, una a Masi Torello e l’altra a Viconovo.
Il progetto, nato grazie alla collaborazione tra Ami, Prefettura di Ferrara, Inps, Regione Emilia-Romagna, Agenzia regionale per il lavoro, enti locali, organizzazioni sindacali e datoriali, e finanziato nel primo anno da FA.V.L.A.F. – E.B.A.T. (Fondo Assistenze Varie Lavoratori Agricoli Ferraresi – Ente Bilaterale Agricolo Territoriale), ha subito alcune modifiche nel corso di quest’anno per adattarsi ulteriormente alle necessità delle aziende private partecipanti. Come è andata?
L’esperienza di quest’anno è stata senza dubbio molto positiva. Dopo alcune discussioni con gli enti organizzatori, c’è stata una maggiore disponibilità, rispetto all’anno precedente, riguardo ai cambiamenti di orario e alle variazioni di destinazione. Questo è avvenuto praticamente anche all’ultimo momento. Aziende come la nostra sono influenzate dalle ‘bizzarrie’ delle condizioni atmosferiche o da molteplici problemi legati alle coltivazioni. Trovare questa elasticità e flessibilità è stato fondamentale per noi. Non solo per noi, vorrei sottolineare, ma anche per il benessere dei nostri dipendenti, che così non devono attendere inutilmente il mezzo di trasporto. Questo aspetto di elasticità e flessibilità ci ha consentito di mantenere una continuità nel lavoro quotidiano.
Il progetto Agribus è stato riconosciuto a livello ministeriale come buona pratica. Non sempre la collaborazione tra pubblico e privato funziona. Possiamo affermare che in questo caso la sinergia ha dato buoni frutti?
Assolutamente sì. Abbiamo di fronte un buon esempio da seguire, a mio avviso. Questo progetto è stato concepito per contrastare in particolare il fenomeno del caporalato e per noi rappresenta un valore aggiunto sapere di contribuire a combattere questa problematica. Il lavoratore deve essere protetto e deve trovarsi nelle condizioni di poter dare il proprio apporto alla crescita dell’azienda in totale serenità.
Le necessità di trasporto e di alloggio sono le due “fessure” delle fasce vulnerabili di lavoratori agricoli dove più facilmente si insinua il caporalato. Per quanto riguarda il trasporto abbiamo già discusso dell’Agribus. Salvi Vivai ha considerato anche il secondo aspetto?
Posso affermare, senza voler sembrare autoreferenziale, che Salvi Vivai è già molto avanti su questo fronte. Da molti anni abbiamo provveduto in modo autonomo a soddisfare questa esigenza, rispondendo a una delle necessità fondamentali di chi lavora per noi.
Questo riguarda principalmente i lavoratori stranieri (che provengono soprattutto dalla Polonia e dalla Romania). Per loro abbiamo realizzato, con risorse esclusivamente aziendali, una piccola ‘cittadella’ in grado di ospitare oltre 300 persone. Questo ci consente di garantire il benessere del personale ed evitare il rischio di turnover. È fondamentale per noi che ci sia continuità. Altrimenti, rischiamo di formare ogni anno personale che, dopo aver acquisito esperienza sul campo, decide di andare altrove, costringendoci a un continuo lavoro di formazione.
Ogni anno apportiamo miglioramenti alle nostre strutture di accoglienza abitativa. Questo crea situazioni in cui le persone si sentono bene, vivono bene e lavorano in modo più sereno. Non è un caso se oggi abbiamo dipendenti stagionali che tornano in Italia da 15/20 anni.
Questo approccio ha permesso anche ad alcuni di formarsi una famiglia…
È vero. Ci sono numerosi casi di nostre lavoratrici che si sono sposate con italiani. Altri casi riguardano dipendenti che, trovandosi bene dal punto di vista lavorativo, hanno deciso di trasferirsi qui acquistando casa, contribuendo a contrastare il problema dell’abbandono delle zone periferiche. Siamo fortunatamente pieni di storie a lieto fine. Ma questo, forse, meriterebbe un’intervista a parte…
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