I partiti contrari al Ddl Valditara: “L’educazione sessuo-affettiva è formazione, non propaganda”

I partiti contrari al Ddl Valditara: “L'educazione sessuo-affettiva è formazione, non propaganda” 1

L’approvazione del Ddl Valditara riguardante il consenso informato per i percorsi di educazione affettiva e sessuale nelle scuole genera una forte da parte di Arianna Poli, consigliera comunale e co-portavoce di Coalizione Civica per Ferrara, che invita a riflettere sul ruolo dell’istruzione pubblica e sulla funzione educativa della scuola.

Secondo Poli, il provvedimento tocca aspetti che vanno ben oltre l’organizzazione delle attività scolastiche. “La scuola non è solo il luogo in cui si trasmettono conoscenze. È il contesto in cui si costruisce cittadinanza, si sviluppa il pensiero critico e si forniscono strumenti per comprendere il mondo e vivere relazioni sane e rispettose”, afferma.

La consigliera considera quindi “preoccupante che argomenti come l’affettività, il consenso, il rispetto reciproco e la prevenzione della violenza vengano trattati come temi tabù, subordinati a procedure che rischiano di limitarne l’accesso”.

Nel suo intervento, Poli rifiuta l’idea che l’educazione sessuo-affettiva possa essere vista come una forma di indottrinamento. “L’educazione sessuo-affettiva non è propaganda né indottrinamento. È educazione”, sostiene, chiarendo che questi percorsi servono a discutere di consenso, emozioni, rispetto dei confini personali e riconoscimento delle relazioni tossiche e dei comportamenti violenti.

A sostegno della propria posizione, richiama anche le esperienze maturate in altri Paesi. “I dati e le esperienze internazionali dimostrano come percorsi strutturati di educazione affettiva contribuiscano a prevenire la violenza di genere, a ridurre i comportamenti a rischio, a migliorare la consapevolezza sul consenso e a contrastare stereotipi che ancora oggi alimentano discriminazioni e sopraffazioni”.

Particolare attenzione viene dedicata alla situazione dei giovani che vivono in contesti familiari difficili. “Per alcune persone la scuola rappresenta l’unico spazio in cui poter trovare informazioni corrette, ascolto e strumenti per comprendere situazioni di disagio, controllo o abuso”, osserva Poli. Per questo motivo, aggiunge, “limitare questi percorsi significa rischiare di lasciare indietro proprio chi avrebbe maggiore bisogno di essere raggiunto”.

La consigliera ritiene che, in un periodo storico in cui il Paese continua a interrogarsi sulle origini della violenza di genere e sulle difficoltà educative delle nuove generazioni, la direzione da seguire debba essere un’altra. “Sarebbe necessario investire di più nella formazione, nel dialogo e nella prevenzione. Non meno”.

Pur riconoscendo l’importanza della collaborazione tra scuola e famiglie, Poli sottolinea che l’istituzione scolastica non può rinunciare al proprio compito educativo. “Quando si insinua il sospetto che parlare di rispetto, consenso e affettività sia pericoloso, il rischio è quello di trasformare la conoscenza in un terreno di diffidenza e paura”.

Da qui l’appello finale a difendere il ruolo della scuola come luogo di crescita e inclusione. “Credo invece che la scuola debba continuare a essere uno spazio di libertà, inclusione e crescita”, conclude. “Educare al rispetto non è un problema: è una responsabilità collettiva”.

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