Scomparso Roberto Soffritti, primo cittadino di Ferrara per 16 anni.
È venuto a mancare all’età di 84 anni Roberto Soffritti, che ha ricoperto il ruolo di sindaco di Ferrara per sedici anni consecutivi. Il “Duca rosso”, come era soprannominato negli ambienti politici, è stato – volenti o nolenti – il padre e il dominatore della città per almeno vent’anni.
La sua carriera amministrativa inizia nel Partito Comunista Italiano nel 1975, quando l’allora sindaco Radames Costa gli assegna l’assessorato agli Affari generali del Comune di Ferrara. Rimane in giunta con Claudio Vecchi, ma questa volta per occuparsi di Bilancio e Finanze.
Questa breve esperienza si rivelerà utile per la sua candidatura al Municipio nel 1983. Nei sedici anni successivi, il nome del partito di riferimento cambia (da Pci a Pds a Ds), ma la sua popolarità rimane invariata.
Sempre vincitore al primo turno – complice, come direbbero i critici, il ‘consociativismo’ con la dc di Nino Cristofori – Soffritti inizia a progettare quella che diventerà la Ferrara d’arte e la Ferrara di Abbado.
Con lui, infatti – e grazie soprattutto al maestro Franco Farina – Palazzo dei Diamanti si trasforma in un polo culturale di rilevanza internazionale. In Ercole d’Este espongono, infatti, Andy Warhol e Robert Rauschenberg, e si possono ammirare opere di Dalì, Mirò e Monet.
Al Comunale, invece, è tappa obbligata Claudio Abbado, che porta la Chamber Orchestra of Europe prima e la Mahler Chamber Orchestra poi come orchestre residenti.
Tra le altre realizzazioni di cui Soffritti andava fiero ci sono la creazione del Parco urbano (grazie all’intuizione di Paolo Ravenna) e la ristrutturazione delle Mura rinascimentali.
A lui si devono anche lo stabilimento di potabilizzazione del Po, il progetto Geotermia e l’inserimento di Ferrara nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco.
Le ombre più cupe sul suo lungo mandato, invece, riguardano la costruzione del Palazzo degli Specchi realizzata da Gaetano Graci, uno dei cosiddetti Cavalieri dell’Apocalisse mafiosa, il fallimento della Spal (fu lui a chiedere a Donigaglia di prendere in mano la società biancazzurra) e la decisione di edificare l’ospedale a Cona.
Terminata la sua carriera da sindaco, Soffritti entra nel Pdci e diventa presidente delle Ferrovie Emilia-Romagna. Questo fino al 2006, anno in cui viene eletto – sempre nel partito di Diliberto – deputato nel governo Prodi II.
Si ricandiderà, senza successo, prima con Sinistra Arcobaleno nel 2008, poi con Rivoluzione Civile di Ingroia nel 2013.
Rimase nei ranghi del Pdci fino al 2014, quando, seguendo gran parte del partito, aderì a Sel.
Nel 2018 torna a pensare alle elezioni comunali con una sua lista, ‘Insieme per Ferrara’, che non riuscirà a portare alle urne.
Alla notizia della scomparsa di Soffritti, Alan Fabbri ha dichiarato di essere “profondamente addolorato. Da uomo politico qual era (quando la politica era caratterizzata dal dialogo, non da uno scontro continuo) sapeva mantenere i rapporti con tutti, al di sopra delle divisioni di appartenenza”.
“Un rapporto che è rimasto intatto in questi anni di mandato, in cui abbiamo potuto confrontarci più volte sull’idea di cambiamento e sulla città – ha aggiunto Fabbri -. Pur appartenendo a schieramenti diversi e avendo operato in periodi differenti, abbiamo condiviso molte idee per il rilancio del territorio: da Ferrara città della cultura e gioiello del patrimonio Unesco, valorizzata sotto il profilo turistico, artistico e culturale, al dialogo con le forze produttive ed economiche, fino alle politiche per una città più verde e attenta all’ambiente. È stata una grande persona e un grande politico, cui i ferraresi si sono affezionati. Porgo, a nome di tutta l’Amministrazione comunale, le più sentite condoglianze alla famiglia e a quanti gli hanno voluto bene”.
Di sé, invece, Soffritti amava dire, con un tono di autoironia, che “tra le tante cose che ho fatto avrò fatto anche diecimila errori” e, riguardo al suo rapporto con il Pci: “Io ero diverso rispetto al Pci, perché il Pci ferrarese era differente da quello emiliano. Il segno che portavo sulla schiena era quello di un comunista più aperto, quasi socialdemocratico”.
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