In trattamento per dipendenza da intelligenza artificiale: è un caso senza precedenti in Italia.

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Era prevedibile. Il primo caso di dipendenza dall’intelligenza artificiale in Italia è diventato concreto. Riguarda una giovane di circa vent’anni, seguita dal Servizio per le dipendenze (Serd) dell’azienda sanitaria Ulss 3 Serenissima di . Si tratta di un disturbo che rientra nella categoria delle dipendenze comportamentali, caratterizzato da tratti ossessivi e compulsivi, comprendente anche social network, videogiochi, internet, oltre a gioco d’azzardo e shopping eccessivo.

Dinamiche comuni

Tra i meccanismi ricorrenti di questo fenomeno, si riscontrano un crescente bisogno di connessione, difficoltà a interrompere le interazioni online, tentativi infruttuosi di limitare l’uso dei chatbot e ricadute nei momenti di vulnerabilità.

A questo si aggiungono sensi di colpa, irritabilità quando si è lontani dallo schermo, consapevolezza di aver superato i confini senza, tuttavia, riuscire a fermarsi. Nei casi più gravi, l’interazione con il sistema può influire negativamente sulla qualità della vita, sulle relazioni personali e sul rendimento scolastico o lavorativo, proprio come può accadere con sostanze stupefacenti o alcol.

L’amico virtuale

Si verifica quindi una perdita di controllo, ma non solo. Sono significativi anche gli aspetti emotivi e relazionali. Molti giovani tendono a sviluppare un legame affettivo con il loro compagno virtuale, attratti dalla disponibilità continua e dall’assenza di giudizio. “Man mano che l’algoritmo apprende a conoscere l’utente, riesce a fornire risposte che soddisfano le sue aspettative, rafforzando progressivamente una presunta amicizia. Se non si è in grado di gestire la situazione, iniziano a sorgere problematiche”, afferma Laura Suardi, responsabile del Serd.

Ad essere maggiormente colpiti sono, come si può immaginare, i ragazzi più vulnerabili, specialmente in situazioni di isolamento sociale.

Cosa dicono i dati

Secondo gli specialisti del Servizio, la storia della ventenne rappresenta solo la punta dell’iceberg: il problema potrebbe diffondersi rapidamente, considerando l’uso sempre più esteso e pervasivo delle piattaforme.

Come evidenziato da un’analisi condotta in Italia nel 2025 da Save the Children, oltre nove adolescenti su dieci tra i 15 e i 19 anni hanno già utilizzato l’intelligenza artificiale, circa tre su dieci la utilizzano quotidianamente e una percentuale significativa la impiega per chiedere aiuto in situazioni di tristezza, difficoltà o indecisione.

Questi dati trovano conferma anche in Europa. Eurostat stima che, sempre nel 2025, il 63,8% dei giovani tra i 16 e i 24 anni abbia utilizzato strumenti generativi, quasi il doppio rispetto al resto della popolazione. Inoltre, un’indagine condotta dalla Commission nationale de l’informatique et des libertés (Cnil) e da Groupe VYV su 3.800 ragazzi in Francia, Germania, Svezia e Irlanda mostra che il 48% discute con gli algoritmi di argomenti personali o intimi, il 33% li considera simili a uno psicologo, e il 69% ritiene che possano fornire consigli affidabili.

Altri studi realizzati dai ricercatori dell’Università di Stanford, negli Stati Uniti, hanno dimostrato che l’intelligenza artificiale emotivamente immersiva, nelle mani di individui vulnerabili, può “rinforzare la ruminazione e la disregolazione delle emozioni”.

I tentativi di porre un freno

rabbit holes, notifiche, streaks, autoplay.

Tuttavia, limitare l’uso di tali strumenti non è sufficiente. “Di fronte a disturbi di questo genere è necessario ricorrere a competenze psicologiche, ma anche psichiatriche, coinvolgendo i familiari dei pazienti”, sottolinea Suardi.

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