Le norme globali sulla sostenibilità dei prodotti: Elia Rillo, a 35 anni, è protagonista nel definirle.
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Prima di analizzare i dati, i grafici e le affermazioni che caratterizzano report e strategie aziendali di sostenibilità, esiste un livello meno evidente che determina il significato stesso di tali informazioni. A volte i valori ambientali associati ai prodotti possono variare non a causa di cambiamenti nelle emissioni o nei materiali, ma a causa del modo in cui i dati vengono raccolti, selezionati e trasformati in indicatori. È in questo ambito, dove la misura precede il risultato, che si svolge una parte cruciale della transizione verso modelli produttivi più sostenibili. L’enorme crescita dei dati ambientali ha reso la metodologia d’analisi ancora più fondamentale, poiché le aziende generano quantità sempre maggiori di informazioni, mentre mercati e istituzioni richiedono criteri affidabili per interpretarli e confrontarli. La questione riguarda anche, e in particolare, la possibilità di attribuire significati condivisi, utilizzabili in contesti diversi senza perdere coerenza. In assenza di regole comuni, ogni dato rischia di rimanere isolato nel sistema che lo ha prodotto, rendendo difficile qualsiasi confronto e limitando la capacità di influenzare le decisioni attraverso i dati.
Qui si inserisce il lavoro di Elia Rillo, ingegnere di 35 anni, recentemente eletto presidente del Technical Committee di EPD International (l’acronimo sta per Environmental Product Declaration), uno dei principali programmi a livello mondiale per la registrazione delle dichiarazioni ambientali di prodotto. Il suo compito non è quello di misurare direttamente gli impatti, ma di coordinare il gruppo internazionale di esperti che stabilisce le regole con cui queste misurazioni vengono effettuate, validate e comunicate. «Le dichiarazioni ambientali di prodotto sono documenti tecnici pubblici, accessibili a chiunque, che descrivono in modo dettagliato le performance lungo tutto il ciclo di vita», spiega Rillo. «Non si tratta di etichette sintetiche, ma di atti di trasparenza, che forniscono dati e metodologie per consentire un’analisi approfondita delle informazioni».
Il fulcro di questo lavoro risiede nella definizione dei criteri che rendono questi documenti comparabili. Stabilire quali processi includere, come trattare le fasi del ciclo di vita di un prodotto e in che modo rappresentare i risultati non è un passaggio neutrale. Una scelta metodologica può influenzare in modo significativo l’esito finale, alterando la percezione delle prestazioni ambientali di un prodotto rispetto a un altro e orientando in modo indiretto anche le decisioni di mercato, sia a livello locale che globale. In alcuni settori, come quello delle costruzioni, le dichiarazioni ambientali sono diventate un requisito fondamentale per partecipare a gare e appalti, mentre in altri contesti rappresentano una condizione sempre più comune per dimostrare caratteristiche specifiche dei prodotti. Con oltre 18mila dichiarazioni pubblicate e migliaia di organizzazioni coinvolte, EPD International influisce su filiere produttive, criteri di acquisto e strategie industriali, contribuendo a creare un linguaggio condiviso tra diversi attori.
Il Technical Committee che Rillo coordina riunisce esperti provenienti da contesti accademici, istituzionali e industriali, con rappresentanze che spaziano dall’Europa all’Australia, dalla Cina al Medio Oriente e al Nord America. In una nicchia in cui l’esperienza accumulata nel tempo rappresenta spesso un requisito implicito, la sua presenza ha un elemento distintivo anche anagrafico: il suo percorso professionale, decisamente lineare e precoce, gli consente di avere una longevità d’esperienza notevolmente elevata rispetto alla sua età. «Mi capita spesso di sedere ai tavoli internazionali come il più giovane», racconta. «È un contesto in cui si incontrano profili con percorsi molto lunghi, e questo rende ancora più importante portare contributi concreti e costruiti su una specializzazione solida».
Originario di Bolzano Novarese, prosegue gli studi al Politecnico di Torino, dove inizia a familiarizzare con il Life Cycle Assessment, la nota metodologia che analizza l’impatto ambientale di prodotti e processi lungo l’intero ciclo di vita, dalla produzione allo smaltimento, consentendo di individuare le principali fonti di impatto e di intervenire in modo mirato. Subito dopo la laurea, nel 2015 entra in Studio Fieschi, realtà fondata dieci anni prima e specializzata proprio in queste metodologie, dove ha l’opportunità di applicare su larga scala strumenti che fino a quel momento aveva approfondito in ambito accademico. A livello pratico, il contesto gli consente di confrontarsi con le esigenze concrete delle aziende, integrando queste analisi nei processi decisionali.
Un aspetto cruciale del lavoro riguarda la disponibilità dei dati, spesso incompleta o frammentata: in molti casi le aziende non possiedono tutte le informazioni necessarie per ricostruire in modo completo il ciclo di vita dei prodotti, e il processo di analisi diventa quindi anche un momento di raccolta, organizzazione e comprensione dei flussi interni. Questo passaggio contribuisce a rendere più comprensibili processi produttivi complessi e a individuare aree di intervento che altrimenti resterebbero difficili da identificare.
Negli anni successivi – mentre Studio Fieschi diventa parte di Tinexta Innovation Hub, che nell’omonimo Gruppo è l’unità dedicata a digitale e sostenibilità – il percorso si intreccia con progetti europei legati allo sviluppo della metodologia Environmental Footprint: nel 2022 Rillo viene selezionato dalla Comunità europea come esperto di queste misurazioni, rafforzando il legame con i tavoli internazionali in cui si definiscono gli standard. «L’esposizione a questi contesti permette di confrontarsi con approcci diversi e di contribuire alla costruzione di regole che possano funzionare su scala internazionale», osserva Rillo. «L’ingresso dello studio in uno dei più rilevanti operatori del settore in Europa mi ha permesso di mettere alla prova le mie competenze specialistiche in una struttura più ampia, affrontando progetti ambientali non solo dal punto di vista tecnico, ma anche come pianificazione e impatto sul territorio».
In parallelo, la trasformazione è anche negli strumenti del mestiere. «Stiamo entrando in una fase in cui la quantità di informazioni cresce molto rapidamente», aggiunge, «e diventa difficile mantenere modelli basati su verifiche manuali, poiché prevale sempre più l’approccio digitale e automatizzato».
Se il sistema attuale si basa ancora in buona parte su verifiche indipendenti che garantiscono la qualità delle dichiarazioni, l’aumento dei volumi rende necessario costruire meccanismi in grado di funzionare su scala più ampia, mantenendo lo stesso livello di affidabilità. «Non sarà più possibile controllare ogni singola dichiarazione nel dettaglio, quindi il lavoro si sposta sulla costruzione di regole e strumenti che garantiscano qualità anche in modo distribuito», sottolinea. Il ruolo degli esperti tende così a evolvere dalla gestione diretta delle singole analisi alla progettazione delle condizioni che rendono possibile la loro diffusione. Diventa centrale la capacità di tradurre principi metodologici in istruzioni operative, capaci di guidare sia lo sviluppo di strumenti digitali sia l’utilizzo quotidiano da parte delle aziende.
Un esempio riguarda la gestione delle compensazioni di carbonio, che in alcuni contesti possono essere integrate nella comunicazione delle emissioni. All’interno delle dichiarazioni ambientali di prodotto questa possibilità viene invece esclusa, per evitare che elementi esterni alterino la rappresentazione delle prestazioni. La scelta contribuisce a mantenere una distinzione netta tra ciò che riguarda direttamente il prodotto e interventi compensativi che si collocano su un piano diverso. In parallelo, la diffusione di strumenti digitali apre la strada a una maggiore diffusione di queste metodologie anche per realtà di dimensioni più ridotte.
«Le tecnologie rendono queste analisi più accessibili, ma richiedono anche che le aziende sviluppino competenze per gestire correttamente i dati» aggiunge Rillo. La possibilità di rendere le valutazioni più capillari comporta, infatti, la necessità di accompagnare le aziende nello sviluppo di competenze interne e nella gestione corretta delle informazioni, in modo che i dati prodotti possano essere utilizzati in modo efficace. L’obiettivo diventa quello di trasformare la valutazione ambientale in uno strumento operativo, capace di supportare scelte strategiche e percorsi di decarbonizzazione con una base quantitativa solida e condivisa.
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