Cuffie cablate: il motivo per cui molti stanno rinunciando agli auricolari Bluetooth.

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Zoe Kravitz con le sue cuffie a filo (Koss) 

Quando Apple lanciò l’iPhone 7 nel settembre 2016, il connettore audio da 3,5 millimetri scomparve dallo smartphone più significativo del mercato. Nella scatola rimasero per un certo periodo gli EarPods con connettore Lightning e un adattatore per le cuffie tradizionali, mentre sul palco vennero presentati gli AirPods, promossi come l’inizio di una nuova era di ascolto senza fili. Oggi il jack è assente da quasi tutti gli smartphone, mentre gli auricolari true wireless sono diventati uno dei dispositivi tecnologici più richiesti degli ultimi anni. Compatti, costosi, intelligenti, dotati di cancellazione del rumore, audio spaziale, sensori, microfoni e custodie con batteria.

Tuttavia, proprio mentre il wireless sembrava aver prevalso, il cavo è tornato in auge. Secondo i dati di Circana, dopo cinque anni di diminuzione, le vendite di cuffie cablate hanno mostrato una ripresa nel 2025, con un’accelerazione nelle prime settimane del 2026. Il Times riporta un incremento globale del 20% nelle prime sei settimane dell’anno, mentre altre analisi indicano una crescita dei ricavi dopo un lungo periodo di contrazione. E nei video su TikTok, nelle immagini catturate delle celebrità, nelle università, in metropolitana e nelle tasche dei ventenni, si osserva sempre più frequentemente il vecchio cavo bianco, o nero, che scende dall’orecchio e si collega allo smartphone, a un adattatore USB-C, a un portatile, a volte persino a un lettore dedicato.

Tre motivi

Il primo motivo è pratico. Le cuffie cablate non si scaricano, non necessitano di una custodia, non richiedono accoppiamento, non perdono la connessione nel momento meno opportuno e non diventano inutilizzabili perché una piccola batteria ha perso capacità dopo due o tre anni. Si collegano e funzionano. In un ecosistema tecnologico dove ogni dispositivo richiede energia, aggiornamenti, permessi, notifiche e manutenzione, la loro semplicità è insuperabile.

Il secondo motivo è economico. Un paio di auricolari cablati costa spesso una frazione rispetto a un modello wireless di buona qualità. Anche quando è necessario un adattatore, la spesa rimane contenuta. Per una generazione cresciuta tra abbonamenti digitali, inflazione, dispositivi sempre più costosi e cicli di sostituzione accelerati, risparmiare per ascoltare musica non è una scelta secondaria. È una forma di razionalità. SoundGuys, analizzando il fenomeno, collega il ritorno delle cuffie cablate anche al fatto che l’inflazione ha colpito in modo particolare i consumatori più giovani negli Stati Uniti, rendendo più attraenti prodotti semplici e meno costosi.

Infine, c’è la qualità. A parità di prezzo, una cuffia cablata offre spesso prestazioni audio superiori rispetto a una wireless, poiché non deve comprimere il segnale, non deve alimentare chip, antenne e batterie, e non deve nascondere limiti fisici dietro elaborazioni software. Il Bluetooth ha fatto notevoli progressi, i codec sono più sofisticati e la cancellazione del rumore ha migliorato durante i viaggi. Tuttavia, per chi cerca latenza minima, stabilità e un collegamento diretto con la sorgente, il cavo mantiene una sua superiorità tecnica.

Esiste anche un aspetto ambientale: gli auricolari wireless sono tra i dispositivi elettronici più difficili da riparare. Le batterie sono piccole, incollate e spesso non sostituibili in modo economicamente sensato. Quando si degradano, l’intero prodotto perde valore. Le cuffie cablate hanno una struttura più semplice e una vita potenzialmente più lunga. In un mercato che continua a spingere verso oggetti sempre più miniaturizzati e sigillati, il cavo ricorda che la sostenibilità passa anche attraverso la riparabilità e la durata.

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Una delle prime pubblicità dell’iPod 

La moda e il significato

Il cavo rappresenta un segno estetico potente (lo aveva già compreso Steve Jobs che lo utilizzò per la pubblicità degli EarPods), ma per i ragazzi e le ragazze della gen-Z non è nostalgia: ai tempi dell’iPod non erano ancora nati. Ha lo stesso valore delle fotocamere compatte digitali dei primi anni Duemila, delle macchine fotografiche a pellicola, dei vinili, dei telefoni pieghevoli e degli iPod recuperati su eBay. È il passato recente trasformato in linguaggio visivo.

Il cavo è visibile, mentre gli auricolari wireless tendono a scomparire. Le cuffie a filo, invece, tracciano una linea sul corpo, e questa visibilità diventa nuovamente identità. Anche per questo la stampa internazionale ha associato il fenomeno a figure della cultura pop e della moda, come Zoë Kravitz e Lily-Rose Depp, immortalate con cuffie a filo.

Il cavo libera da alcuni vincoli ma ne introduce un altro, fondamentale: è necessario rimanere fisicamente collegati a un dispositivo. Quello che per anni è stato considerato un difetto diventa, per alcuni, una qualità. Il cavo impedisce alla cuffia di essere ovunque, sempre pronta, e così trasforma l’ascolto in un’azione più intenzionale, un po’ come accade con il vinile e il giradischi. Inoltre, evita di perdere uno o entrambi gli auricolari, un problema ben noto a chi utilizza cuffie true wireless.

Meglio il cavo

Tuttavia, le cuffie cablate attuali non sono le stesse di un tempo. Se sono analogiche, cioè dotate del vecchio jack da 3,5 mm, è necessario un adattatore USB-C o Lightning, ma ormai esistono numerosi modelli con convertitore digitale integrato. Nell’uso cambia poco: si collegano e suonano, solo che nel frattempo non è possibile caricare il telefono come avveniva con le cuffie analogiche. Il cavo, insomma, torna, ma in un mondo progettato per scoraggiarlo. E nel settore professionale non è mai scomparso. Studi di registrazione, musicisti, fonici, montatori video, gamer competitivi, podcaster e radio continuano a utilizzare cuffie cablate perché l’affidabilità è più importante della libertà di movimento. La latenza, anche quando minima, può rappresentare un problema. La batteria, quando si esaurisce, interrompe il lavoro. Il Bluetooth, quando decide di collegarsi al dispositivo sbagliato, introduce un attrito che in certi contesti non è accettabile. Lo ha compreso anche Apple, che ha fatto della connettività cablata il punto di forza della nuova versione del suo modello di punta, gli AirPods Max.

D’altra parte, il ritorno del cavo non implica un abbandono del wireless; piuttosto indica una segmentazione più ampia. L’ascoltatore non desidera più necessariamente un solo prodotto per ogni esigenza. Può utilizzare auricolari con cancellazione del rumore in aereo, cuffie cablate per lavorare al computer, un modello economico da portare nello zaino, cuffie aperte per ascoltare musica a casa e speaker smart in cucina.

Il futuro

Le aziende hanno promosso il wireless per motivi comprensibili: liberare spazio nei dispositivi, migliorare l’impermeabilità, vendere nuovi accessori e creare esperienze più integrate. Apple, nel comunicato del 2016 sugli AirPods, parlava di ascolto “effortless”, senza sforzo, con audio di qualità e lunga autonomia: era la promessa di un futuro più comodo. Dove la complessità esiste ma viene nascosta se si rimane nell’ecosistema del produttore: per chi possiede un iPhone, utilizzare gli AirPods è estremamente semplice, ma chi sceglie cuffie di altri marchi dovrà abbinarle nel menu Bluetooth, disconnetterle e ricollegarle al Mac o all’iPad, aggiornare il firmware. E questo ovviamente vale anche per AirPods, Galaxy Buds, Sony, Bose e altri marchi.

Le cuffie senza fili sono destinate a rimanere: dieci anni dopo l’introduzione degli AirPods, per Apple rappresentano una parte significativa del fatturato, paragonabile all’intero volume d’affari di altre aziende tecnologiche di medie dimensioni, ma anche per altri produttori sono una fonte di guadagni rilevanti. Così è iniziata la corsa alla sperimentazione: nel design, con modelli aperti o indossabili come fossero gioielli per l’orecchio, con il miglioramento di funzioni esistenti (cancellazione del rumore, audio a 360°), con nuovi servizi come la traduzione in tempo reale. E, soprattutto, con l’utilizzo in campo medico: Apple, ancora una volta, è in prima linea grazie alla possibilità di utilizzare gli AirPods per valutare la salute dell’udito e compensare eventuali difetti, ma anche con i nuovi sensori integrati nel modello Pro, capaci di rilevare il battito cardiaco durante l’allenamento. Quale sarà il prossimo passo? Inserire telecamere negli auricolari, per consentire a Siri di fornire risposte che tengano conto del contesto in cui ci si trova.

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