La tragedia di Modena e la cultura del danno posticipato.
La tragedia di Modena ha riproposto con vigore il legame tra disagio mentale, prevenzione e abbandono sociale. Oltre al sangue rimasto sull’asfalto del centro storico emerge il ritratto di una società che osserva il crollo umano solo quando diventa impossibile ignorarlo.
Esiste un prima e un dopo. E in mezzo, un tonfo sordo che continua a risuonare. A Modena l’asfalto del centro storico è rimasto imbrattato di sangue per ore. Una Citroën C3, lanciata a oltre cento chilometri orari, ha travolto pedoni e ciclisti lungo via Emilia Centro nel pomeriggio del 16 maggio. Otto le persone ferite. Quattro in condizioni gravissime. Una turista tedesca di sessantanove anni ha perso entrambe le gambe. Una donna polacca di cinquantatré anni è attualmente in terapia intensiva. Altri feriti sono stati trasferiti tra Modena e Bologna con traumi multipli e prognosi ancora riservate.
Alla guida del veicolo c’era Salim El Koudri, trentunenne italiano residente a Ravarino, arrestato subito dopo l’incidente e accusato di strage aggravata per lesioni gravissime. Secondo le indagini, dopo aver investito i passanti avrebbe tentato anche di colpire alcune persone con un coltello prima di essere fermato. Il gip ha convalidato l’arresto e disposto la custodia cautelare in carcere, parlando di pericolo di fuga e rischio di reiterazione.
Nei giorni successivi si è appreso che El Koudri era in trattamento presso un Centro di Salute Mentale per un disturbo schizoide della personalità. Aveva sospeso il percorso terapeutico. Questa informazione è stata confermata da amministratori locali, magistrati e persone vicine alla situazione.
Da quel punto in poi, il caso Modena ha scavato più a fondo. Oltre al sangue sui marciapiedi, oltre ai titoli dei giornali. È diventato una questione su chi siamo, su come ci prendiamo cura, su chi lasciamo indietro. La politica ha immediatamente iniziato a contendersi il significato dell’accaduto. Sicurezza, immigrazione, cittadinanza, salute mentale. Ogni parte ha cercato di trovare il proprio bersaglio. Eppure, oltre al rumore delle dichiarazioni, si ripropone una domanda molto più complessa da affrontare. Una domanda che riemerge dopo ogni gesto estremo compiuto da una persona già nota ai servizi sanitari. Quanto è realmente prevedibile l’essere umano?
L’idea che ogni atto di violenza possa essere anticipato sta divenendo quasi un’ossessione contemporanea. Monitorare, classificare, valutare il rischio. La psichiatria moderna vive anche all’interno di questa tensione costante tra prevenzione e imprevedibilità. Se una persona è osservata, seguita, inserita in un percorso terapeutico, allora molti iniziano a ritenere che il gesto finale avrebbe dovuto essere evitato a tutti i costi. La tragedia di Modena riapre proprio questo conflitto. Quanto spazio resta alla libertà individuale in una mente analizzata clinicamente? E quanto pesa sulle istituzioni il fallimento della previsione?
Il punto forse più inquietante risiede nel fatto che la società contemporanea sembra incapace di accettare l’imprevedibilità umana. Ogni tragedia dà immediatamente origine a una ricerca ossessiva del segnale trascurato, dell’errore tecnico, della procedura mancante. Quasi che la sofferenza psichica possa essere gestita mediante algoritmi amministrativi. Solo che la mente umana continua a sfuggire a qualsiasi schema definitivo. Una persona può apparire stabile per mesi e poi precipitare all’improvviso. Oppure vivere per anni dentro un dolore invisibile senza mai farlo sfociare in violenza.
La tragedia di Modena riaccende anche la questione del significato stesso della cura pubblica. Cosa vuol dire realmente “prendere in carico” qualcuno? Curarlo? Contenerlo? Ridurne la pericolosità sociale? I servizi psichiatrici territoriali nascono teoricamente per accompagnare le persone più vulnerabili in percorsi di sostegno, riabilitazione e reinserimento. Nella pratica, spesso si trasformano in strutture sovraccariche che operano in un contesto di emergenze continue.
Esiste poi un problema legato al tempo. La violenza ha un ritmo rapidissimo. Le istituzioni procedono invece con un ritmo molto lento. Il disagio mentale si sviluppa in giorni, a volte in ore. La macchina sanitaria avanza invece con appuntamenti, relazioni cliniche, graduatorie, autorizzazioni. La collisione tra questi due tempi genera spesso il vuoto in cui maturano le tragedie. Tra un’urgenza che grida e una prassi che sospira, si apre un abisso. A Modena qualcuno ci è caduto dentro, e nessuno ha teso la mano prima che svanisse.
Anche il linguaggio utilizzato dopo l’attacco racconta qualcosa. “Seguito”. “Attenzionato”. “Preso in carico”. Termini che sembrano rassicuranti ma che spesso celano una distanza enorme tra l’osservazione e la presenza reale. La sofferenza viene tradotta in categorie amministrative. Il dolore rimane confinato in pratiche cliniche. E all’interno di quel linguaggio il soggetto rischia lentamente di scomparire. La società contemporanea tende sempre più a medicalizzare qualsiasi forma estrema di disagio. Solitudine, rabbia, alienazione, isolamento diventano immediatamente categorie diagnostiche. La diagnosi rischia così di sostituire la comprensione umana. Il problema smette di appartenere alla collettività e viene confinato all’interno del perimetro sanitario.
Eppure il disagio psichico raramente emerge dal nulla. Cresce all’interno di vite isolate, relazioni instabili, precarietà, assenza di legami affettivi. Modena riporta anche questo alla luce. Una società che tollera solo individui efficienti, controllati, performanti finisce inevitabilmente per nascondere tutto ciò che infrange quell’immagine. La fragilità suscita imbarazzo. Il crollo mentale viene percepito quasi come una colpa.
C’è poi la convinzione che spiegare significhi giustificare. Non appena si discute di disagio psichico, una parte dell’opinione pubblica teme immediatamente che la responsabilità individuale venga attenuata. Tuttavia, comprendere ciò che precede un gesto violento non annulla la gravità del gesto stesso. Le due cose possono coesistere. Anzi, devono coesistere; altrimenti resta solo una semplificazione rabbiosa incapace di comprendere qualsiasi cosa.
Nel frattempo, Modena continua a confrontarsi con le conseguenze di quanto accaduto. Le vittime rimangono ricoverate. Una donna dovrà affrontare una vita radicalmente diversa rispetto a quella che conduceva poche settimane fa. Un’intera città cerca di metabolizzare immagini che molti pensavano appartenessero solo ad altri angoli remoti del mondo. E intanto si ripete, immobile, quella formula ripetuta quasi automaticamente dopo ogni tragedia. “Era seguito”. Una frase che ha il sapore di una confessione collettiva di impotenza.
Ci raccontiamo come civili, moderni, avanzati. Poi, basta avvicinarsi un poco a certe vite per scoprire quanti esseri umani resistono su un vuoto che nessuno vuole osservare troppo a lungo. Finché reggono, tutto sembra funzionare. Quando cadono, improvvisamente diventano un problema pubblico, un titolo, una statistica, un volto nei telegiornali. Eppure il crollo era iniziato molto prima. In silenzio. Dentro stanze chiuse, telefonate mancate, appuntamenti saltati, solitudini divenute abitudine. Questo rappresenta il confine tra una società capace di curare e una che riesce soltanto a intervenire dopo aver contato i feriti.
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