‘Ndrangheta a Ferrara: il mondo della cosca Gallace
di Andrea Palladino*
L’aula del tribunale di Latina è severa, scura. Potrebbe essere l’ambientazione perfetta per un film di Costa-Gavras. Residuo del Ventennio, quando la città si chiamava Littoria. Quindici anni fa ospitava il primo processo per ‘Ndrangheta nella regione Lazio; la competenza era del tribunale di Velletri, il secondo circondario giudiziario della regione, dopo Roma. I giudici in quei giorni erano in trasferta a Latina. Dovevano essere ascoltati i collaboratori di giustizia e nelle aule del Tribunale di Velletri (vedi foto) i sistemi per le videoconferenze non erano ancora arrivati.
Le porte si aprono, nel pubblico ci sono solo loro. Imputati a piede libero, nonostante le accuse gravi, associazione mafiosa, narcotraffico, truffe, estorsioni. C’è il vecchio boss, Vincenzo Gallace. Capelli bianchi, occhi piccoli, in grado di impartire ordini con uno sguardo. C’è il fratello Bruno, piccolo re del narcotraffico.
Oggi sono al 41 bis, in carceri di massima sicurezza. All’epoca liberi di assistere al processo, di indicare chi era sgradito ai gregari, “eccolo il pezzo di merda che scrive su di noi”. Il dito puntato sul cronista di provincia, unico sguardo esterno al clan nel pubblico. Le donne si schierano sui lati della porta, lo sguardo di disprezzo rivolto a chi si permetteva di raccontare il loro mondo nato da una faida lunga decenni, alimentato prima dai sequestri di persona, poi dai fiumi di cocaina. Capisci bene il senso dell’espressione “cosa nostra”.
Quel processo si chiamava Appia, dal nome della via consolare che da Roma scende verso la Campania e la Puglia. Quasi sette anni ci vollero per arrivare alla condanna di primo grado, la prima che colpì la cosca dei Gallace. Seguirono altre indagini, altri processi, altre condanne. Fotografie della mafia calabrese alle porte di Roma. Tre comuni sciolti, Nettuno (per due volte), Anzio e, ultima arrivata, Aprilia. Perché questa non è solo una storia di lupare, coltelli, faide. È parte dell’economia, della politica, della pubblica amministrazione.
“Ora il paese vive nel terrore”, titolava L’Unità il 4 gennaio 1974. Era l’epoca della faida di Guardavalle, piccolo paese dell’area ionica calabrese, dove affonda le radici il clan Gallace. Sei morti in pochi giorni.
Agazio e Vincenzo Gallace, due esponenti di spicco del gruppo, avevano aperto il fuoco nella piazza centrale contro la famiglia Randazzo. È una ‘Ndrangheta antica, legata al sangue. Il collaboratore di giustizia Antonino Belnome, che quarant’anni dopo aiuta la magistratura a ricostruire storia e organigramma del gruppo, spiega con una frase quanto conti, ancora oggi quel passato: “Chi non ha questo cordone ombelicale non ha forza”.
Dagli anni ’70 sono cambiate le strategie dei Gallace, ma non le radici. Hanno spostato il centro degli interessi sul litorale romano, nelle città di Anzio e Nettuno, contaminando anche i territori vicini, come Latina e Aprilia. Hanno investito i soldi ricavati dai sequestri di persona – il loro business fino agli anni ’80 – nel traffico di droga.
Hanno riciclato comprando bar, attività economiche, infilandosi – in silenzio, con discrezione, con l’aiuto di professionisti locali – il tessuto imprenditoriale e sociale dell’area alle porte della capitale. Hanno stretto alleanze, anche politiche, come ha dimostrato l’ultimo processo che li ha visti protagonisti, Tritone.
Quell’inchiesta – condotta dallo stesso pubblico ministero che ha avviato l’indagine sugli affari nei kartodromi – ha visto come conseguenza lo scioglimento dei consigli comunali di Anzio e Nettuno per infiltrazioni mafiose. Verrebbe facile la metafora della metastasi.
Ripercorrendo le tante indagini sui Gallace emerge il dato forse più preoccupante. Il silenzio, che sfiorava la complicità, della classe politica, degli imprenditori pronti a fare affari senza guardare troppo all’origine dei soldi, dalla società civile distratta.
E di una giustizia quanto meno impreparata. La prima indagine di sistema che rivelò il potere del gruppo di Guardavalle alle porte di Roma è della fine degli anni ’90, condotta dal Ros dei Carabinieri. Sfociò in due processi, il citato Appia e Mithos.
La competenza era del Tribunale di Velletri, che si trovò quasi disarmato di fronte al primo processo per 416 bis del Lazio. Le udienze di primo grado durarono quasi dieci anni, con rinvii, perizie difficili da affidare e la distrazione generale. Finì bene, con la condanna passata in giudicato e il riconoscimento dell’associazione mafiosa.
Il gruppo, però, non è sconfitto. Si è allargato, ha tessuto alleanze con altre famiglie di ‘ndrangheta, con trafficanti di droga locali, penetrando Roma e, soprattutto, la città industriale di Aprilia. E da qui è partito Paolo Brando, accusato dalla Dda di Roma di collegamenti stretti con Bruno Gallace (l’indagine è in fase iniziale, si vedrà se reggerà fino al giudizio).
Gli indagati al momento devono rispondere di traffico di droga, di minacce e di riciclaggio. Ed è questo il punto più delicato. Segui i soldi e scopri le strategie. Non hanno investito solo sul loro territorio, l’area tra Aprilia e Latina. Hanno puntato ad Aversa, altra zona a forte presenza mafiosa, in questo caso di Camorra.
Ma hanno anche aperto nuove vie, verso il nord, verso l’Emilia. Sono sbarcati a Ferrara, portando valigie di denaro contante, certo, ma anche altro. Pane e olio. Un regalo banale, offerto ad un assessore durante una riunione surreale. Brando pesa l’amministratore, ci tiene a dire che è calabrese. L’uomo arrivato da Aprilia sà come si fa. Sà come creare il clima giusto. Parlando con la sua socia locale spiega come si agisce: non conta solo quanti soldi porti, è soprattutto una questione di “temperamento”.
Le indagini, come è giusto, le lasciamo alla Direzione distrettuale antimafia di Roma. È un fascicolo ancora aperto, dove può avvenire di tutto. La Procura aveva chiesto diverse misure cautelari, il Gip ne ha concesse solo tre e non è escluso che la Dda nei prossimi giorni faccia ricorso. Tanto deve essere ancora ricostruito sulla missione ferrarese di Brando, legato alla famiglia Gallace secondo i pubblici ministeri romani.
Quello che non può essere ignorato è il campanello di allarme. Il Kartodromo potrebbe essere una sorta di missione in avanscoperta, un test, un assaggio. Prendersi una concessione pubblica, investendo soldi non tracciati, cash – questo si legge negli atti dell’indagine in discovery – intimidendo chi cerca di opporsi, incontrando amministratori pubblici, forzando spesso e volentieri le regole di trasparenza, in una città almeno apparentemente estranea alle italianissime storie di ‘ndrangheta e faide. Magari può funzionare. Magari può essere l’inizio. E i Gallace in sorrisi, regali e abbracci mortali sono antichi maestri.
*Giornalista. Ha realizzato inchieste sulle ecomafie, sulla criminalità organizzata e sull’estrema destra per diverse testate italiane (L’Espresso, la Repubblica, La Stampa, il Fatto quotidiano, Domani, il manifesto, Famiglia cristiana, The Post Internazionale) ed europee (Le Monde)

I commenti sono chiusi.