Artigiani in uscita, Ferrara registra una perdita di quasi dieci al mese.
Quasi dieci artigiani scompaiono ogni settimana. Questo è il ritmo con cui, nel corso di un anno, si è ridotto il panorama dell’artigianato ferrarese. Tra il 2024 e il 2025, la provincia ha visto un passaggio da 9.336 a 8.894 artigiani: 472 in meno, corrispondenti a una diminuzione del 5%. Si tratta di un’emorragia silenziosa che non implica necessariamente 472 botteghe chiuse – i dati si riferiscono a persone, ovvero titolari, soci e collaboratori familiari – ma che comunque rappresenta un segmento dell’economia locale in continua contrazione.
Il quarantesimo posto di Ferrara tra le province italiane per calo percentuale è evidenziato dall’ultimo rapporto dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, reso pubblico il 14 agosto e basato su dati Inps. Sebbene il -5% ferrarese sia leggermente meno grave rispetto alla media regionale (-5,8%) e sostanzialmente in linea con quella nazionale (-5,1%), il contesto emiliano-romagnolo offre poche prospettive di ottimismo.
Infatti, la regione ha perso quasi tre artigiani su dieci nell’arco di dieci anni. Nel 2015 erano 181.478, mentre nel 2025 si prevede che ne rimangano 129.448: 52.030 in meno, pari a un -28,7%. Solo le Marche (-31,3%) e l’Umbria (-29,3%) hanno registrato perdite più significative. Solo nell’ultimo anno, l’Emilia-Romagna ha visto la scomparsa di ulteriori 7.936 artigiani.
All’interno dei confini regionali, Ferrara non è quindi il territorio che sta subendo il calo più rapido, ma non è nemmeno esente da questo fenomeno. Bologna presenta una vera e propria crisi, con 2.113 artigiani in meno e un decremento del 7,5%, il terzo peggiore d’Italia; Reggio Emilia perde il 6,5%, Modena il 5,5%, e Ravenna il 5,2%. Ferrara, con il suo -5%, si posiziona allo stesso livello di Forlì-Cesena e leggermente sopra Rimini (-4,9%), Piacenza (-4,8%) e Parma (-4,7%).
Dietro ai dati, tuttavia, si cela qualcosa di più della mera statistica economica. A scomparire o a ridursi sono mestieri che per decenni hanno costituito parte integrante del panorama quotidiano delle città e, in particolare, dei paesi: falegnami, fabbri, elettricisti, idraulici, serramentisti, riparatori. Secondo la Cgia, il progressivo invecchiamento degli artigiani e la difficoltà di attrarre giovani verso il lavoro manuale rischiano di rendere sempre più complesso, nei prossimi anni, trovare qualcuno disponibile anche per una semplice riparazione domestica.
La crisi presenta molteplici aspetti. C’è la competizione della grande distribuzione e dell’e-commerce, capaci di operare su volumi e prezzi con cui una piccola attività fatica a confrontarsi. Ci sono affitti, spese, tasse e contributi che pesano maggiormente sui bilanci delle imprese più piccole. Inoltre, c’è la trasformazione demografica: nei quartieri e nei piccoli comuni si assiste a una diminuzione della popolazione, invecchia la demografia e, con la chiusura di scuole, uffici e altri servizi, si riduce anche il flusso di potenziali clienti. Un meccanismo che, in un territorio provinciale e diffuso come quello ferrarese, rischia di avere un impatto particolarmente forte.
Non tutta la diminuzione, però, sottolinea la Cgia, è necessariamente attribuibile a imprese che sono uscite dal mercato. Una parte della riduzione è connessa anche a fusioni e acquisizioni, che in alcuni settori hanno ridotto il numero degli artigiani ma aumentato la dimensione media delle aziende e, in certi casi, la produttività. Settori come il trasporto merci, la metalmeccanica, l’installazione di impianti e la moda sono tra quelli coinvolti in questo processo.
E mentre alcuni mestieri tradizionali subiscono un arretramento, altri mostrano segni di crescita. Acconciatori, estetisti, tatuatori e massaggiatori evidenziano tendenze positive, così come le nuove professioni artigiane legate all’informatica e alla comunicazione digitale: sistemisti, videomaker, esperti di web marketing e social media. Anche gelaterie, gastronomie e pizzerie da asporto si mantengono stabili, soprattutto nelle città con una forte vocazione turistica.
Il problema, insomma, non è solo quante serrande rimangono abbassate. È chi prenderà il posto di chi oggi abbandona il mestiere. La Cgia suggerisce di tornare a investire nella formazione professionale e nell’orientamento scolastico, superando la percezione degli istituti professionali come scuole di serie B, e propone l’idea di un “reddito di gestione” per chi avvia o mantiene una bottega nei comuni con meno di 10mila abitanti.
Perché dietro quei 472 artigiani persi in un solo anno a Ferrara non si cela solo una voce in meno negli archivi dell’Inps. C’è un segmento di lavoro, competenze e servizi di prossimità che si riduce. E che, una volta scomparso, potrebbe risultare molto più difficile da ricostruire.
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