Balbo: “L’ambiguità culturale degli identitari”
Ritorniamo a discutere della triste questione legata al Festival delle Città identitarie, poiché l’ideatore dell’evento, Edoardo Sylos Labini, ha affermato in un’intervista rilasciata a La Nuova Ferrara qualche giorno fa che il suo Festival non si occupa di politica, ma di “cultura”.
Probabilmente è per questo motivo che ha confuso Gabriele D’Annunzio con un certo Luigi D’Annunzio (dalla ricerca su Google, il più noto Luigi D’Annunzio, soprannominato “Mastro Gino”, sembra essere stato il primo gommista di San Salvo) e ha annunciato una maratona di lettura di ben “46 versi” dell’Orlando Furioso, che, se fosse vero, risulterebbe la maratona più breve al mondo. Possiamo però supporre che si riferisse, in realtà, a tutti i 46 canti dell’opera di Ariosto, il che, considerando la confusione, suggerisce che ne sappia meno di qualsiasi studente di terza superiore. Versi o canti, cosa cambia? Sempre Ariosto è! E la Sinistra sempre a cercare il pelo nell’uovo!
In effetti, l’Amministrazione di Ferrara ha dimostrato di avere a cuore il grande poeta trasformando la prima Ottava del Furioso in decorazione natalizia per via Mazzini e limitando per mesi l’accesso libero alla piazza a lui dedicata, rendendola sede di concerti e karaoke. E pazienza se la stabilità della statua di Ariosto risulta messa a rischio.
Nel sito della Fondazione che organizza questi Festival si legge: “Essere Italiani significa essere figli di culture geograficamente distanti, ma che, intrecciate tra loro, formano il DNA di una sola Cultura, quella italiana, apprezzata in tutto il mondo”. La difesa “dell’identità” coincide con la difesa “dell’italianità”. Da chi va difesa?
Naturalmente dalla minaccia della “sostituzione etnica”, da tutto ciò che proviene dall’esterno, da un mondo globalizzato che mette in discussione le radici “italiane” e quindi il futuro. È sufficiente esaminare i programmi e gli ospiti delle edizioni passate del Festival per confermare quanto affermato. Festival in cui si celebrano esempi di quella “italianità” radicata nel “DNA”. A Ferrara hanno scelto come testimonial il gerarca fascista Italo Balbo. Questa scelta è coerente con gli obiettivi espressi nel Manifesto delle Città Identitarie; sono piuttosto gli altri personaggi a lui inopportunamente associati che non hanno nulla a che fare con chi lavora per la paralisi identitaria di città e società.
Aderire a quel Manifesto rappresenta una delle costose disgrazie in cui la Destra ha trascinato Ferrara, e le opposizioni in Consiglio Comunale hanno fatto bene a presentare una Mozione per richiedere l’uscita della nostra città da quella compagine. A FDI questo Festival a Ferrara serve, in modo banale, per tentare di riabilitare Italo Balbo.
L’operazione è grossolana: la solita narrazione di Balbo aviatore, il consueto vittimismo per l’esclusione della “cultura” di chi ha perso (ossia di chi ha eliminato partiti, sindacati, libertà di parola, di stampa, di associazione; arrestato, torturato e assassinato gli oppositori del regime) e l’adesione al fascismo come un semplice incidente inevitabile, perché, spiega Sylos Labini, “all’epoca erano tutti fascisti”.
In realtà, all’epoca non erano tutti fascisti e Balbo non era un fascista qualunque, ma uno dei principali attori di una dittatura sanguinaria a Ferrara, in Italia e nelle colonie. Un Festival dovrebbe essere una celebrazione. Ma qui non c’è nulla da festeggiare né da onorare. Non si celebrano i criminali. Non è difficile da comprendere.
Alleanza Verdi e Sinistra e Possibile Ferrara
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