Il Pd a Balboni: “Nessuna clemenza su Balbo”

Il Pd a Balboni: “Nessuna clemenza su Balbo” 1

di Mirko Nistoro, Giada Zerbini, Nicola Minarelli*

In relazione all’intervento del senatore Balboni riguardo alla figura di Italo Balbo, riteniamo sia opportuno intervenire non per alimentare una sterile controversia, ma per riportare il dibattito nel suo ambito naturale: quello dell’analisi storica e della riflessione filosofica. Questa risposta nasce dall’esigenza di esprimere la posizione condivisa della segreteria comunale e provinciale del PD di Ferrara e, soprattutto, desidera affiancare all’impegno civile un approccio analitico e scientifico sui contesti storici del territorio.

Senza retorica.

La storia non è un mito: è dialettica

Affrontare in modo critico le epoche più controverse della nostra storia non è solo auspicabile, ma rappresenta un dovere civile. Ogni evento, anche il più nobile, cela una logica complessa e dialettica. Ignorare il passato o, al contrario, raccontarlo in modo mitizzato – da qualsiasi prospettiva lo si osservi – non è mai vantaggioso. In questo contesto, analizzare Italo Balbo e il suo ruolo non è affatto da disprezzare; al contrario, è fondamentale per comprendere le nostre origini. Il problema emerge quando lo studio rigoroso viene sostituito dalla strumentalizzazione o da un tentativo grossolano di riabilitazione ideologica. L’analisi storica non cancella le proprie contraddizioni per fare spazio a narrazioni lineari e comode.

“Ma la storia universale non è il terreno della felicità. I periodi di felicità sono in essa pagine vuote, perché sono i periodi di concordia, nei quali manca l’antitesi. (…) Nella storia universale noi vediamo il male, la colpa, la rovina dei più nobili imperi che lo spirito umano ha prodotto. Noi non possiamo non provare profonda tristezza per questa caduta delle civiltà, ma lo spirito non si ferma alla pura contemplazione dolorosa: esso supera la rovina procedendo dialetticamente verso una superiore autocoscienza.” — G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia

L’identità come costruzione dinamica e “troppo umana”

Il senatore Balboni sottolinea con forza l’identità di Ferrara. Ma cosa intendiamo, in termini concettuali, per “identità”? Non è un dato genetico, immutabile, statico o innato. È una costruzione a posteriori, un processo dinamico in continua evoluzione, fondato sulle esperienze storiche concrete e sulla chiave interpretativa che decidiamo di applicare a esse, a partire dal paradigma etico e culturale che scegliamo. Noi stessi, nel corso del tempo, cambiamo prospettiva su noi stessi, sugli eventi e sul mondo. La storia del fascismo ferrarese e di Balbo fa indubbiamente parte del materiale storico su cui si è formata l’identità di questa città. Tuttavia, questo materiale deve essere trattato con rigore critico, rifiutando l’idea pericolosa che questioni così controverse possano essere liquidate come puramente “formative” o, peggio, meritevoli di una revisione indulgente. Il bene e il male, dopotutto, non sono assoluti imposti dall’alto.

“Tutto ciò che gli uomini hanno chiamato ‘verità’ o ‘valori assoluti’ non sono altro che costruzioni umane, troppo umane, nate da precise necessità storiche e psicologiche. L’identità stessa non è un nucleo fisso, ma un tessuto in divenire, fatto di interpretazioni che mutano col mutare degli uomini e dei loro paradigmi.” — Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano

Non si possono minimizzare i fatti: la stagione squadrista è stata un periodo drammatico. Ha fatto della violenza non un semplice incidente di percorso o un eccesso marginale, ma il proprio vero motore ideologico, elevandola a fonte attiva del fare politico e mitizzandola come strumento di rigenerazione sociale. Balbo è stato l’espressione più autentica, radicale e autoctona di questa tensione. Certamente, la storiografia documenta le sue successive frizioni con il fascismo più “governativo” e “istituzionale”, così come il suo scontro sulle leggi razziali o sul patto d’acciaio con il nazismo di Hitler. Tuttavia, queste dinamiche interne – il richiamo a quel “fascismo delle origini” che non accettava compromessi con lo Stato liberale – non cancellano l’essenza di un’azione politica devastante, che ha scientificamente e violentemente annientato il pluralismo e la democrazia.

Il senatore Balboni menziona la stagione della riappacificazione post-bellica, citando figure come Gronchi o Azzariti per dimostrare l’indulgenza della nascente . Tuttavia, compie un evidente anacronismo e un errore di prospettiva. Quella concordia, che vide collaborare tutte le anime del CLN (dai democristiani ai socialisti e comunisti), non era una legittimazione morale del passato, ma un atto di estremo pragmatismo politico. L’obiettivo principale era ricostruire un’Italia materialmente e moralmente in ginocchio. Quella transizione era funzionale alla ripresa di un territorio distrutto, inserito nelle rigide logiche bipolari della e bisognoso degli aiuti economici del blocco atlantico. Trasformare quella necessità storica in un “retropensiero” nostalgico su come la democrazia avrebbe potuto avvalersi delle indiscutibili competenze organizzative di Balbo è un puro esercizio controfattuale. Inoltre, appare quantomeno paradossale accusare l’antifascismo di essere “un’ossessione dopo 80 anni”, mentre contemporaneamente si discute ossessivamente dello stesso fascismo, cercando continuamente, e in modo spesso grossolano, di:

  • Recuperarlo sollevando continue polemiche (come nel caso della figura di Balbo);

  • Giustificarlo o motivarlo isolando i singoli contesti amministrativi;

  • Legittimarlo operando una separazione artificiosa tra l’efficienza delle opere pubbliche e la ferocia dei metodi politici.

Richiedere di superare l’antifascismo mentre si tenta di riabilitare politicamente i protagonisti del fascismo è un controsenso logico.

Desideriamo tuttavia cogliere l’aspetto positivo di questa discussione. Ben vengano i dibattiti accesi, le manifestazioni di protesta, gli incontri di approfondimento organizzati dagli Istituti di ricerca. La complessità non deve spaventarci: la tensione dialettica è salutare quando stimola il pensiero critico e rende fertile la partecipazione civile. Ma non dobbiamo mai perdere di vista la consapevolezza storica di come siamo giunti a questa libertà. Se oggi il senatore Balboni, noi e l’intera cittadinanza siamo qui a discutere, a dissentire e a confrontarci civilmente sulle pagine di un quotidiano, lo dobbiamo precisamente alla faticosa, dolorosa e democratica presa di distanza da quello squadrismo che, esaltando la violenza come strumento di “pulizia” ideologica, aveva annientato alla radice ogni possibilità di dialogo.

“La storia è filosofia appresa dagli esempi, poiché il passato contiene i modelli delle azioni umane e le loro conseguenze. Chi ignora il passato è condannato a ripeterne gli errori, mentre chi lo analizza con rigore comprende che la vera grandezza di una civiltà si misura dalla sua capacità di garantire il libero esame e il pluralismo delle idee, contro ogni forma di prevaricazione e di violenza elevata a sistema.” — Tucidide

Nessun restauro nostalgico potrà mai emendare o attenuare il peccato originale di un’ideologia che scelse la caccia all’uomo come manifesto politico. Se Ferrara desidera davvero onorare la propria complessa identità storica, deve farlo affrontando i propri demoni con rigore e senza indulgenze su misura, poiché la libertà di parola di cui godiamo oggi non è un’eredità dello squadrismo di ieri, ma la vittoria faticosa di chi seppe abbatterlo, nella drammatica complessità di quell’azione. Il futuro di questa città si costruisce sulla fermezza dei valori repubblicani e costituzionali, e non sul tentativo grossolano e fuori tempo di riabilitare chi, con le armi e la violenza, impose il silenzio a una nazione intera. Scegliamo allora, come comunità aperta e plurale, di poggiare i nostri passi sulle solide fondamenta della democrazia e delle istituzioni liberali, lasciando definitivamente i miti in camicia nera al giudizio irrevocabile della storia.

*Segreteria comunale e provinciale Pd di Ferrara

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