Il pericolo che l’intelligenza artificiale aumenti il nostro carico di lavoro

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*Il 22 aprile, in allegato a , verrà pubblicato un numero speciale di Italian Tech per chiarire le previsioni e gli scenari che delineano il futuro dei nostri lavori nell’era degli algoritmi.

Beneficio o restrizione. Strumento per la produttività o gabbia per la creatività. Nessun confronto sull’intelligenza artificiale ha finora evitato di polarizzare le . Quando il dibattito si concentra su IA e occupazione, la divisione è netta. Da un lato gli entusiasti, dall’altro i preoccupati. Apocalittici e integrati. Simile a quanto avviene in altri ambiti. Si comincia a intravedere una terza via, che affonda le radici nel pensiero greco, e pone l’essere umano di fronte a una responsabilità cruciale: stabilire il giusto equilibrio tra un’IA utilizzata come soluzione o come tossina per l’umanità stessa.

Il paradosso della produttività

Con l’avvento dell’IA generativa e la sua implementazione nelle grandi e medie aziende, sono stati pubblicati numerosi studi che descrivono come lavoratori e dirigenti si stanno approcciando a questa tecnologia. Il più autorevole – e di gran lunga il più citato – è quello dell’Università della California Berkeley, apparso sulla Harvard Business Review a febbraio. Il dato rappresenta una realtà che molti potevano prevedere. Tuttavia, la lettura offre un impatto differente.

I ricercatori dell’università, fulcro intellettuale della Silicon Valley, hanno monitorato per otto mesi circa 200 lavoratori che hanno scelto di integrare volontariamente strumenti di IA nelle loro mansioni. I risultati hanno rivelato un effetto paradossale. Con l’aumento della produttività, molti hanno cominciato ad accettare un numero maggiore di incarichi. Per noia, perché avevano tempo in più, per sfida. Il risultato è che in tutti i casi l’IA non ha liberato tempo. Lo ha occupato.

Maggiore lavoro, scelto dai dipendenti

Mentre il mondo del lavoro si interroga su possibili sostituzioni da parte dell’IA e sulla riorganizzazione della spesa sociale, questo studio sembra suggerire che, al momento, l’IA non solo incrementa il lavoro delle persone, ma lo fa permettendo loro di scegliere. Come se, accelerando l’esecuzione dei propri compiti, il tempo rimanente non fosse tempo libero. Ma tempo da dedicare per non dare l’impressione di essere meno indispensabili. In termini di ore lavorative, di ruolo, di stipendio. Una corsa frenetica. Che ha radici psicologiche profonde: il senso di minaccia. Qualcosa di ancestrale, profondamente umano. Più umano di ogni intelligenza artificiale.

Michela , professoressa ordinaria dell’Università di Bologna e direttrice di Alma AI presso lo stesso ateneo, sottolinea come sia comprensibile percepire la pressione di «un’entità che non si stanca mai, non ha bisogno di cibo né di riposo». Tuttavia, avverte, l’errore risiede proprio nel campo di gioco: «Entrare in competizione non è l’atteggiamento corretto, perché non siamo comparabili. L’IA non possiede ancora il guizzo e la parte creativa umana, che deve essere preservata».

Ruoli che si ampliano e pause che svaniscono

Secondo Milano, dovremmo smettere di considerare l’intelligenza artificiale come una sostituta e iniziare a vederla come Augmented Intelligence (intelligenza aumentata): «Due piani distinti che dovrebbero completarsi anziché sfidarsi». Ma è un obiettivo verso cui tendere. Attualmente, le contrapposizioni prevalgono.

Lo dimostra il vasto dibattito scaturito dallo studio di Berkeley. Anche in Europa. Grazie all’IA, suggeriscono i ricercatori, i dipendenti si cimentano in compiti che prima non erano di loro competenza. Come designer che scrivono codice, l’effetto più riscontrato. Questo amplia il perimetro del ruolo e genera “nuovi carichi di lavoro” di riflesso. Ad esempio per i programmatori senior, che ora devono correggere il codice prodotto dai colleghi meno esperti.

Tuttavia, esiste un effetto correlato. Più preoccupante nel lungo periodo. La scomparsa dei momenti di pausa. Poiché l’IA elimina l’attrito del foglio bianco, i lavoratori tendono a utilizzare le pause pranzo o i momenti di relax per inviare un ultimo comando, riducendo i naturali tempi di recupero cognitivo.

Burnout e sovraccarico cognitivo

In sintesi, si tende a passare da un compito all’altro senza interruzioni. Senza rifiatare. Questo è causato (o è effetto) della presenza di un partner digitale sempre al proprio fianco. Che funge da facilitatore ma anche da motivatore costante. La sua rapidità di esecuzione è sia un aiuto che una fonte di preoccupazione. Un doppio taglio pericoloso. Che agisce silenziosamente. Cambia le percezioni. Ci fa sentire super produttivi. Come mai lo siamo stati prima. Fino a un effetto prevedibile, per certi versi scontato. Il “burnout”. Poiché l’espansione del lavoro è spesso volontaria e inizialmente gratificante, i manager e i leader dei settori non si accorgono del sovraccarico a cui si sottopongono. Finché non emergono stanchezza cronica e calo della qualità del lavoro, avvertono gli scienziati.

L’IA facilita il fare di più. Ma la sua rapidità di sviluppo non è attualmente accompagnata da capacità cognitive adeguate da parte degli esseri umani. Che tendono a non voler smettere di lavorare, fino al collasso. I ricercatori ritengono che il burnout causato dall’IA sia diverso da quello tradizionale. Chi deve monitorare continuamente gli agenti digitali impiega circa il 14% di sforzo mentale in più, riporta il 12% di fatica cognitiva in più e percepisce un sovraccarico di informazioni superiore del 19%. L’IA può ridurre il burnout emotivo, ma aumenta il sovraccarico cognitivo. E c’è una soglia critica sul numero di strumenti: l’uso di uno o due strumenti tende ad aumentare la produttività percepita. Con tre il beneficio continua, ma più lentamente. Oltre questa soglia, la produttività inizia a diminuire.

Il caso italiano e la questione della misura

Il pessimismo di Berkeley è attenuato da un piccolo vademecum, correlato all’indagine, con suggerimenti su come utilizzare al meglio l’IA (pause, ritorno all’interazione umana e sequenziamento dei blocchi di lavoro). Tuttavia, è evidente che l’incontro tra tecnologie come l’IA e il lavoro rappresenta un’incognita. Un terreno tutto da esplorare. Se l’IA dovesse seguire la storia di tutte le tecnologie applicate finora al lavoro, non ci darà più tempo libero, ma ci renderà più produttivi. Piaccia o meno, si tifi o meno per una maggiore produttività. Attualmente, l’unico scenario che sembra scongiurato è quello tecno-paradisiaco in cui l’umanità è completamente liberata dal lavoro e si dedica a musica e pittura mentre robot e IA lavorano per lei.

Se il quadro generale, l’impatto più sociologico e psicologico, è ben rappresentato da Berkeley, se si guarda all’Italia ci sono già report che delineano il fenomeno dell’IA nel lavoro. Un’indagine di AstraRicerche per Factorial, piattaforma per la gestione del personale delle PMI, ha coinvolto un campione di mille lavoratori di età superiore ai 18 anni.

Nell’ultimo anno, il 76,8% degli italiani ha avvertito la necessità di staccare la spina dal proprio lavoro. L’automazione e l’IA sono percepite da oltre il 63% dei lavoratori come potenziali alleate contro lo stress. Eppure, la promessa di una vita lavorativa più snella non si è ancora realizzata. I lavoratori desiderano utilizzare l’IA non per produrre di più, ma per lavorare meglio: liberarsi dai compiti ripetitivi, dalla burocrazia, dalle riunioni inutili.

Senso del lavoro e distacco generazionale

Il fenomeno interessa tutti i settori analizzati dalla ricerca: logistica, sviluppo software, gestione, amministrazione, sicurezza informatica. E colpisce in particolare le fasce più giovani, il segmento del campione più vicino ai 18 anni e che arriva fino a 29, dove si avverte un distacco netto dalla propria posizione lavorativa.

Non si tratta solo di stanchezza o eccesso di richieste. Ma di una reale mancanza di senso di appartenenza al proprio gruppo di lavoro. Un senso compromesso da numeri da raggiungere e performance da mantenere, al netto di un timore diffuso che la dipendenza tecnologica e la perdita progressiva di competenze porti a una “passivizzazione cognitiva”.

Il vero rischio dell’IA sul lavoro, se non ben gestita. L’IA è un controllore d’eccellenza. E lo conferma un altro sondaggio. Questa volta di Upwork. Dove si evidenzia come l’81% dei manager ammette di aver aumentato la pressione sui lavoratori per ottenere aumenti di produttività grazie all’IA. Se il 65% dei dipendenti dichiara di sentirsi in difficoltà con i nuovi strumenti di IA, al netto della facilitazione di alcuni passaggi lavorativi, non deve quindi sorprendere.

Esiste un mondo del lavoro in forte trasformazione. L’IA è adottata in massa sotto il mantra dell’aumento della produttività. E i dati sembrano suggerire che l’incremento della produttività è spinto come se fosse necessario giustificare l’investimento stesso in tecnologie IA. A tutti gli effetti, un circolo vizioso.

Il pharmakon e la scelta umana

Il dibattito continua a polarizzarsi. Ma tra ottimisti a prescindere e pessimisti a posteriori, emerge una tesi che comincia a farsi strada. E sostiene che l’effetto dell’IA sul lavoro e sul mondo umano sia una questione squisitamente umana. Paolo Granata, professore italiano all’Università di Toronto, si richiama a Platone e al rapporto che il grande greco suggeriva di avere nei confronti della scrittura: «L’IA è il nuovo pharmakon. Può essere una cura, un sollievo, oppure un veleno. Funge da protesi dell’intelletto, ma può diventare un acceleratore di atrofia di competenze. Tutto dipende da come verrà applicata, come verrà insegnata, come verranno formati i lavoratori e le future generazioni», è la tesi del professore che in Italia ha recentemente pubblicato un testo dove espone la sua argomentazione: Conoscenza generativa (Luiss Press).

Granata considera gli studi pubblicati finora corretti, scientificamente ineccepibili, ma un po’ prematuri: «Siamo all’inizio di una nuova era. Abbiamo delegato all’IA il nostro sistema operativo, quello che ci rende umani. È un cambiamento epocale, che suscita entusiasmo e timore ed è normale che sia così. Ma possiamo cercare un equilibrio. Un modo per lavorare bene con questa tecnologia. Che ci offre la possibilità di elaborare dati altrimenti impossibili da gestire, avere idee altrimenti difficili da concepire, e ci libera da compiti ripetitivi agendo come catalizzatore di nuove forme di espressione. Certo, è fondamentale applicarla correttamente, con consapevolezza e attenzione. La vera sfida è lì. È lì che si deciderà il futuro del rapporto tra noi e l’IA».

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