L’Italia e il confine dell’intelligenza artificiale: solo il 10% della forza lavoro l’ha già superato.

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Un dato che emerge con chiarezza dal recente rapporto di Microsoft sull’IA e il lavoro è il seguente: in Italia, soltanto il 10% dei lavoratori che utilizzano l’intelligenza artificiale sono considerati “professionisti di frontiera”.

Questo implica che, per ogni dieci impiegati o manager che accedono a strumenti come Copilot o altre soluzioni di IA generativa, nove lo fanno in maniera ancora elementare, mentre solo uno sfrutta la tecnologia in modo veramente sofisticato: progettando flussi di lavoro che coinvolgono più agenti o ripensando i processi.

In confronto, negli Stati Uniti la percentuale sale al 17%, nel Regno Unito al 16%, e in Brasile addirittura al 27%. L’Italia, con il suo 10%, si colloca nella parte bassa della classifica, insieme alla Germania (12%). Solo la Francia (8%) e i Paesi Bassi (9%) presentano valori inferiori.

Questa informazione è un buon punto di partenza per analizzare il 2026 Work Trend Index, il documento che Microsoft pubblica dal 2022 per monitorare l’evoluzione del lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale.

Lo studio di quest’anno combina trilioni di segnali anonimi raccolti dall’ecosistema Microsoft 365, inclusi dati provenienti da Copilot, con un sondaggio realizzato su 20.000 lavoratori in dieci Paesi – Italia inclusa, con 2.000 intervistati – che utilizzano l’intelligenza artificiale [in questo caso non solo Copilot, ndr].

È importante notare che rapporti come il Work Trend Index non sono solo esercizi di analisi. Rappresentano anche strategie di posizionamento. Microsoft ha un interesse concreto nel comunicare al mondo delle imprese quanto valore stiano perdendo non utilizzando l’IA, e in particolare la sua IA. Questo vale, naturalmente, per tutti i grandi nomi della tecnologia che stanno investendo miliardi nello sviluppo e nella diffusione dell’intelligenza artificiale: da Anthropic a OpenAI.

Tuttavia, i dati che Microsoft può fornire su questa tecnologia sono comunque molto significativi, poiché provengono da un osservatorio privilegiato: l’azienda guidata da Satya Nadella conta 20 milioni di abbonamenti Copilot destinati alle imprese.

Nel report 2026 condiviso dal gigante di Redmond, l’attenzione è rivolta alle organizzazioni e ai professionisti “di frontiera”, che hanno smesso di utilizzare l’IA come un semplice strumento per aumentare la velocità delle attività tradizionali, e hanno iniziato a riprogettare i processi in base alle capacità degli algoritmi, impiegando agenti per compiti multi-step e, tra le altre cose, creando sistemi in cui più strumenti automatizzati interagiscono tra loro.

A livello globale, secondo Microsoft, questi professionisti rappresentano il 16% degli utenti di IA. In Italia, come già accennato, costituiscono il 10%.

È un numero elevato o ridotto?

È ridotto, se si considera il potenziale dell’IA nel lavoro quotidiano. Un 10% indica che l’adozione è presente, ma rimane focalizzata su utilizzi ancora superficiali: migliorare la scrittura, riassumere documenti, preparare bozze. Si tratta di una fase utile, ma distante dall’integrazione profonda nei processi aziendali.

Allo stesso tempo, questo dato non deve essere interpretato solo come un ritardo tecnologico. In Italia, la struttura produttiva è caratterizzata da molte piccole e medie imprese, una minore disponibilità di competenze digitali avanzate e una cultura manageriale spesso più cauta nell’introdurre cambiamenti organizzativi. Pertanto, il punto non è solo quanti lavoratori sfruttano tutto il potenziale dell’IA, ma quanti sono messi nelle condizioni di utilizzarla per ripensare realmente il modo in cui si lavora.

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Con Matt Firestone – general manager di Microsoft responsabile della definizione di come l’azienda di Redmond presenta, posiziona e commercializza i prodotti legati a Copilot e agli agenti basati su intelligenza artificiale – abbiamo cercato di tradurre l’enorme quantità di dati raccolti da Microsoft in una rappresentazione della realtà vissuta dai lavoratori.

“Il messaggio principale del nostro report – ci spiega Firestone in collegamento dagli Stati Uniti – è che non c’è mai stato un momento storico in cui il potenziale umano sia stato così elevato: l’intelligenza artificiale sta innalzando il livello di ciò che gli individui possono realizzare. Un dato globale significativo è che il 49% dei lavoratori che utilizzano i nostri prodotti lo fa per svolgere un lavoro cognitivo profondo. Ci riferiamo a attività che anni fa erano impensabili per la maggior parte delle persone, come il pensiero creativo, la risoluzione di problemi complessi e l’analisi approfondita delle informazioni. Se un tempo per fare tutto ciò era necessario essere specialisti di settore, oggi molte più persone possono svolgere compiti di alto valore grazie alla potenza tecnologica.”

Tuttavia, nonostante questo slancio individuale, sembra esserci un attrito a livello aziendale. È corretto?

“Esattamente, è ciò che definiamo il “paradosso della trasformazione”. Anche se gli individui si muovono rapidamente, le organizzazioni faticano a tenere il passo, creando un divario enorme tra l’iniziativa individuale e la struttura collettiva. Questo rapporto vuole essere un invito ai leader affinché trasformino le proprie aziende e sblocchino finalmente il potenziale dei collaboratori.”

Entrando nel dettaglio del nostro Paese, quali evidenze sono emerse riguardo all’Italia?

“I professionisti di frontiera, ovvero i talenti più brillanti, quelli che magari creano un prototipo la domenica e il lunedì arrivano dicendo: “Guarda cosa sono riuscito a fare con l’IA” corrispondono al 10% degli intervistati. Può sembrare un numero esiguo, ma si tratta di una coorte estremamente significativa.”

Qual è l’impatto reale sulle loro competenze in un lasso di tempo così breve?

“Tra questi utenti avanzati, il 55% afferma di poter produrre oggi un lavoro che non sarebbe stato in grado di affrontare solo un anno fa. Se consideriamo i professionisti di frontiera più esperti, la percentuale sale addirittura al 76%. Nella mia carriera ho vissuto l’ondata del mobile e quella del cloud, ma questo ritmo di trasformazione è più veloce di qualsiasi altra rivoluzione tecnologica che io abbia mai attraversato. Sapere che in soli dodici mesi oltre la metà delle persone ha ampliato così drasticamente le proprie capacità è un messaggio di ottimismo che mi colpisce profondamente.”

Ma l’IA ci libererà davvero? Ci permetterà di concentrarci su ciò che conta davvero, una volta rimossi i compiti ripetitivi, o potrebbe spingerci a produrre ancora di più?

“A questo proposito, nel rapporto abbiamo incluso un’infografica molto efficace intitolata “Le quattro modalità di lavoro con l’IA”. Per visualizzarla, immagina un grafico dove sull’asse delle X troviamo la direzione umana e su quello delle Y il coinvolgimento dell’agente. Le quattro modalità individuate sono: chiedere, esplorare, delegare e collaborare. Non si tratta necessariamente di tendere sempre verso la parte alta a destra del grafico, ma piuttosto di imparare a distinguere correttamente il tipo di attività da svolgere. In basso a sinistra, per esempio, troviamo la modalità “chiedere”, caratterizzata da un basso coinvolgimento sia umano che dell’intelligenza artificiale. Si tratta delle semplici domande in chat, ovvero l’utilizzo primordiale che si faceva inizialmente dei modelli linguistici.”

Esiste una modalità che richiede un impegno cognitivo più profondo?

“Certamente. In alto a destra si colloca quella che chiamiamo “collaborazione profonda”, che si manifesta attraverso risposte a più turni e compiti agentici complessi di lunga durata. Si tratta di un lavoro molto intenso. Tuttavia, è bene chiarire un punto fondamentale: l’obiettivo degli utenti non deve essere quello di vivere costantemente in questo quadrante. Farlo porterebbe inevitabilmente al burnout, poiché è un’attività estremamente faticosa che può essere sostenuta solo per una parte limitata della giornata.”

Dunque il segreto non è delegare tutto all’intelligenza artificiale, ma saper scegliere quando e come intervenire?

“Proprio così. I “professionisti di frontiera” sono straordinari proprio nello smistare i compiti. È un po’ come il Cappello Parlante di Harry Potter: una volta indossato, ti indica in quale dei quattro quadranti posizionarti. Questi professionisti sono abilissimi nel capire quando un compito richiede una domanda rapida, quando bisogna esplorare i limiti dell’IA, quando è il momento di delegare per tornare alle proprie attività quotidiane o quando, invece, è necessario sedersi e concentrarsi per estrarre il massimo valore da una collaborazione profonda con l’agente. Muovendosi con scaltrezza tra questi quattro ambiti e applicando il giudizio tipicamente umano, si diventa davvero efficienti. Non è solo una questione di produttività, ma di sbloccare la creatività per realizzare qualcosa di più.”

Restando su questa visione di efficienza estrema, quanto siamo vicini a vedere team aziendali, o persino aziende composte da una sola persona, in grado di coordinare molteplici agenti?

“Avendo lavorato a lungo nella Silicon Valley, ho sentito spesso parlare del sogno del “solopreneur”, ovvero del fondatore unico capace di gestire un’azienda da un miliardo di dollari con cento milioni di fatturato ricorrente. È certamente una prospettiva affascinante che rappresenta l’ambizione massima di questo percorso. Facendo un passo indietro, però, dobbiamo considerare che nella Silicon Valley esistono già aziende “AI native”, costruite fin dalle fondamenta su questi principi. È un po’ quello che accadde con la rivoluzione mobile: realtà come Uber nacquero con una filosofia “mobile first”, dove il GPS dello smartphone era l’elemento abilitante che ha permesso la proliferazione di quella tecnologia.”

Ma per chi non nasce “AI native”, come le grandi aziende storiche, questa transizione è davvero possibile o rimarrà un vantaggio esclusivo delle startup?

“L’idea dell’azienda di frontiera nasce proprio dal fatto che ogni giorno incontro clienti che ci chiedono come trasformarsi, come raggiungere quella frontiera e come diventare più simili a queste nuove realtà. Il nostro rapporto vuole essere una guida pragmatica proprio per loro. È chiaro che se guidi un’azienda con decenni di storia alle spalle, devi fare i conti con processi e sistemi tecnici preesistenti che non puoi smantellare in una notte. Tuttavia, i professionisti di frontiera sono già presenti all’interno di quelle organizzazioni; spetta ai leader sbloccarne il potenziale e accelerare il cambiamento. C’è poi un aspetto filosofico da considerare: la “frontiera”, per sua natura, non si raggiunge mai definitivamente. È un punto di riferimento che si sposta continuamente. Il nostro è un modello mentale pensato per muovere le persone più velocemente verso un obiettivo che, anno dopo anno, diventerà sempre più ambizioso.”

Quali lezioni emergono dallo studio che avete effettuato, in particolare su come misurare l’impatto dell’IA in un’azienda? Quali indicatori risultano oggi più affidabili?

“Ti rispondo con due dati fondamentali. Il primo è che fattori organizzativi come la cultura aziendale, il sostegno dei manager e le pratiche di gestione del talento hanno un impatto doppio rispetto al solo sforzo individuale. In sintesi, il divario oggi è organizzativo, non del singolo lavoratore. Il compito dei leader è riprogettare il lavoro affinché il potenziale umano sia pienamente valorizzato. Il secondo punto riguarda un dato che trovo meraviglioso. Nell’era del mobile si parlava di migliaia o milioni di app, e c’era molto scetticismo a riguardo. In questo rapporto rilasciamo per la prima volta i dati sull’adozione degli agenti nell’ecosistema Microsoft 365. Anche senza fornire numeri assoluti, la crescita è evidente: stiamo vedendo un incremento degli agenti attivi di 15 volte su base annua, che sale a 18 volte nelle grandi imprese.”

Esiste una stima di quanti agenti IA vedremo in futuro?

“Secondo le previsioni IDC, entro il 2029 ci saranno un miliardo di agenti attivi. Ci stiamo muovendo velocemente verso questo scenario e immagino che tra un anno i numeri saranno ancora più impressionanti. La mia speranza è che i leader adottino queste linee guida e che la quota dei professionisti di frontiera cresca ben oltre l’attuale 16% globale.”

Ma più agenti non significano necessariamente più produttività, più efficienza, o un aumento di entrate e profitti.

“È un’osservazione corretta. La trasformazione non è un concetto nuovo, l’abbiamo vista con il mobile e con il cloud. La differenza, oggi, è la velocità. Produttività ed efficienza erano i temi centrali di uno o due anni fa: l’idea di come spremere e ottenere di più da un software. Tuttavia, la statistica che citavo prima, quel 49% di lavoro cognitivo, ci dice qualcosa di diverso. Non si tratta solo di guadagnare tempo, ma di alzare il livello della qualità del lavoro. Parliamo di persone che espandono le proprie competenze, diventano più creative e assumono maggiori ambizioni. Certamente l’efficienza rimane alla base, ma quando aumenti la capacità cognitiva di un individuo, entri in una dimensione di crescita completamente diversa, che eleva ciò che le persone possono effettivamente realizzare.”

Cosa dovrebbero osservare i lavoratori per capire se l’IA nella loro organizzazione sarà una leva di crescita professionale o, al contrario, un percorso verso il taglio dei posti di lavoro?

“Oltre ai dati, vorrei offrire una prospettiva più umana. La cosa più semplice che i leader possono fare è costruire ambienti dotati di sicurezza psicologica, dove le persone si sentano libere di sperimentare apertamente. Nella Silicon Valley si il motto “build in public”: pubblichi ciò che fai, lo iteri e accetti i feedback. Il nostro rapporto suggerisce di creare spazi dove i team possano confrontarsi e anche sbagliare. La bellezza dei sistemi non deterministici come i grandi modelli linguistici (LLM) è che due persone, partendo dallo stesso input, possono arrivare a risultati differenti. Quando i leader accettano l’errore come parte del processo di apprendimento di una nuova tecnologia, la cultura del team cambia e le persone si sentono autorizzate a provare. Un tempo servivano competenze ingegneristiche avanzate per creare un agente IA, oggi grazie al linguaggio naturale chiunque ha un’opportunità incredibile per sperimentare.”

Le notizie di aziende che tagliano il personale giustificandosi con un impiego maggiore dell’IA, anche quando questa tecnologia non ha “colpe”, possono danneggiare Microsoft?

“Se guardiamo alle precedenti ondate tecnologiche, possiamo trarre indicazioni per il futuro. L’era mobile ha creato intere nuove categorie professionali: gli sviluppatori web sono diventati sviluppatori di app, i sistemisti backend si sono evoluti con l’interfaccia. S

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