Camorra. A seguito della denuncia di Copma, giungono le sentenze contro il clan D’Alessandro.

Novant’anni di reclusione, con pene complessive che oscillano tra i 12 anni e 2 mesi e i 6 anni e 8 mesi. Questa è stata la decisione del gup del tribunale di Napoli nel procedimento con rito abbreviato nei confronti del clan D’Alessandro, giunto in aula da un segmento della maxi-inchiesta che – lo scorso novembre – aveva portato a una ‘pioggia’ di arresti e denunce da parte della Polizia di Stato, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale. Parte civile nel processo era presente la ferrarese Copma che, attraverso un esposto – aveva segnalato i tentativi di infiltrazione da parte della Camorra.

Alla cooperativa di pulizie – assistita dall’avvocato Fabio Anselmo, che nella propria arringa aveva evidenziato “il grave danno d’immagine e reputazionale” – è stata riconosciuta fin da subito una provvisionale di 10mila euro, oltre al rimborso delle spese legali, mentre il risarcimento del danno sarà stabilito in un successivo giudizio.

In questo filone, dieci imputati sono stati accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso aggravata. Uomini e donne che, secondo l’accusa iniziale, sotto la direzione del reggente Pasquale D’Alessandro, primogenito del defunto boss Michele, tra l’inizio del 2023 e la fine del 2024, avrebbero tentato di infiltrarsi nel tessuto imprenditoriale di Castellammare di Stabia, con vari interessi anche all’interno dell’ospedale San Leonardo, dove la stessa cooperativa di via Veneziani gestisce diversi appalti.

Tra questi, tre sono quelli coinvolti nelle indagini che riguardano Copma. Il 67enne cassiere e tesoriere del clan Michele Abruzzese e il 54enne Paolo Carolei, uno dei leader dell’organizzazione, sono stati condannati rispettivamente a 7 anni e 8 mesi e a 12 anni. Insieme a loro anche la 63enne Petronilla Schettino, moglie di Abruzzese, la cui posizione è stata invece stralciata e giudicata separatamente, dopo la richiesta di patteggiamento con riqualificazione del capo d’imputazione avanzata dalla propria difesa.

In particolare, secondo l’esposto presentato lo scorso giugno alla Dda di Napoli, Copma era venuta a conoscenza di episodi di violenza e pressioni da parte di alcuni dipendenti. Il riferimento è a un episodio specifico, considerato inequivocabilmente intimidatorio, riguardante il contesto sindacale legato all’appalto per i servizi di pulizia e igienizzazione che la cooperativa gestisce, dopo aver ereditato per clausola sociale il personale già assunto dalla precedente ditta appaltatrice.

A essere arrestati erano quindi stati i coniugi Abbruzzese-Schettino. Con loro, sotto l’attenzione degli inquirenti, erano finite anche altre due donne, entrambe dipendenti di Copma: Giuseppina Schettino, responsabile del personale e sorella di Giovanni Schettino, che avrebbe millantato l’appartenenza alla cosca, oltre a Filomena Cascone, moglie del boss 54enne Paolo Carolei, anch’egli arrestato nell’ambito della maxi-operazione. Sia Abbruzzese che Carolei erano già in carcere per altre vicende giudiziarie. Il secondo, tra l’altro, al 41 bis. Petronilla Schettino invece, al momento dell’arresto, era libera. Mentre non risultavano esserci provvedimenti né indagini a carico di Giuseppina e Giovanni Schettino e di Filomena Cascone.

Al centro della questione, come emerge dalle intercettazioni, l’intervento del clan in una controversia lavorativa tra le due Schettino. Nell’aprile 2024, i coniugi Abbruzzese-Schettino informarono un rappresentante sindacale che Giuseppina Schettino ostacolava Petronilla nella gestione delle ore di lavoro, nonostante l’assenso della dirigente dell’azienda. Abbruzzese riferiva inoltre di aver parlato con il fratello di lei, Giovanni Schettino, sottolineando la scarsa affidabilità della donna, considerata dannosa per il clan, del quale peraltro avrebbe millantato di far parte, e responsabile di un esposto contro Pasquale D’Alessandro e Paolo Carolei.

Pochi giorni dopo, una nuova intercettazione documenta un ulteriore incontro con il sindacalista, durante il quale Abbruzzese raccontò di aver ricevuto un messaggio da Carolei che lo rassicurava sul suo interessamento alla questione Copma, invitandolo però al silenzio. Indicazione che Abbruzzese aveva poi trasmesso anche ad altri. Secondo gli investigatori della Dda di Napoli, Carolei sarebbe stato coinvolto dai fratelli Schettino, preoccupati per l’evoluzione della situazione. Dai dialoghi intercettati dagli inquirenti emerse quindi una realtà sconcertante: l’ingerenza del clan D’Alessandro anche nelle assunzioni in Copma.

Da qui la costituzione di parte civile della cooperativa, rappresentata dalla presidente Silvia Grandi. Nell’atto veniva evidenziato come l’accostamento della società a presunti meccanismi di infiltrazione mafiosa, insieme al coinvolgimento diretto o indiretto di tre propri dipendenti, avesse provocato un evidente danno d’immagine, inteso come lesione della reputazione e della correttezza della propria attività professionale. La cooperativa ribadiva inoltre di essere inserita nella lista delle imprese non soggette a rischio di inquinamento mafioso istituita dalla Prefettura di Ferrara. “Ritengo di aver solamente fatto il mio lavoro e mi reputo soddisfatto per l’azienda che rappresento” è il commento dell’avvocato Fabio Anselmo.

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