L’indipendenza dell’Uganda nel 1962: tra protettorato britannico, compromesso politico e eredità costituzionale

L'indipendenza dell'Uganda concluse quasi settant'anni di protettorato britannico e consegnò al nuovo Stato una struttura politica nella quale convivevano il governo centrale e le autonomie dei regni tradizionali. Il percorso verso la sovranità passò attraverso la crescita dei movimenti nazionalisti, le conferenze costituzionali con Londra e una competizione politica nella quale il Buganda ebbe un peso decisivo. Alla mezzanotte del 9 ottobre 1962 la bandiera britannica venne ammainata e quella ugandese prese il suo posto. Milton Obote guidava il governo come primo ministro, mentre Elisabetta II rimaneva inizialmente capo dello Stato. L'indipendenza dell'Uganda aprì così una fase politica segnata dal difficile equilibrio tra istituzioni nazionali, poteri regionali e forze politiche che avevano partecipato alla decolonizzazione.
Dall'espansione britannica al protettorato
Quando gli interessi europei iniziarono a concentrarsi sull'Africa orientale nella seconda metà dell'Ottocento, il territorio destinato a diventare l'Uganda era composto da società e organizzazioni politiche differenti. Tra queste il Buganda possedeva una struttura monarchica particolarmente sviluppata, guidata dal Kabaka, mentre altri regni, tra cui Bunyoro, Toro e Ankole, occupavano parti importanti della regione.
Missionari protestanti e cattolici arrivarono nel Buganda negli ultimi decenni dell'Ottocento, contribuendo a modificare gli equilibri politici della corte. Le rivalità tra gruppi religiosi e le pressioni provenienti dall'esterno si intrecciarono progressivamente con gli interessi commerciali e imperiali britannici.
L'Imperial British East Africa Company cercò inizialmente di amministrare l'area attraverso accordi con le autorità locali, ma Londra intervenne direttamente quando il sistema delle compagnie commerciali mostrò i propri limiti. Nel 1894 la Gran Bretagna proclamò il protettorato sull'Uganda, inserendo gradualmente diversi territori e regni all'interno di una struttura coloniale che avrebbe mantenuto profonde differenze interne.
La dominazione britannica non cancellò tutte le istituzioni precedenti. Una parte dell'amministrazione coloniale si basò infatti sull'indirect rule, attraverso il quale autorità locali continuarono a esercitare funzioni politiche e amministrative sotto la supervisione britannica. Il Buganda conservò una posizione particolarmente importante e il rapporto tra il suo regno e il resto del territorio sarebbe diventato uno dei problemi centrali durante il processo di indipendenza.
Il peso politico del Buganda
Il Buganda Agreement del 1900 definì una parte fondamentale dei rapporti tra il regno e l'amministrazione coloniale. L'accordo riconosceva istituzioni e autorità locali, distribuiva terre secondo un nuovo sistema e consolidava una collaborazione tra l'élite del Buganda e il potere britannico.
Questa posizione contribuì però a creare profonde differenze rispetto ad altre regioni. Il futuro Stato ugandese avrebbe dovuto tenere insieme territori con esperienze amministrative differenti e, soprattutto, trovare una soluzione alla richiesta del Buganda di conservare una propria autonomia.
Il problema divenne particolarmente evidente quando Londra iniziò a preparare un progressivo trasferimento del potere. Una parte delle élite del Buganda temeva che l'integrazione in uno Stato unitario avrebbe ridotto l'autorità del Kabaka e delle istituzioni tradizionali. Altri movimenti politici puntavano invece alla costruzione di un governo nazionale capace di superare le divisioni regionali.
L'indipendenza sarebbe arrivata attraverso un compromesso tra queste esigenze, destinato però a rivelarsi fragile.
La nascita dei movimenti nazionalisti
Dopo la Seconda guerra mondiale aumentarono in numerosi territori africani le richieste di rappresentanza politica e autogoverno. Anche nell'Uganda britannica nacquero organizzazioni capaci di trasformare rivendicazioni sociali, economiche e regionali in programmi politici nazionali.
Nel 1952 venne fondato l'Uganda National Congress, una delle prime organizzazioni nazionaliste del Paese. Negli anni successivi il sistema politico divenne più articolato e comparvero forze destinate ad avere un ruolo decisivo nella transizione.
Tra queste vi era il Democratic Party, particolarmente forte tra i cattolici, mentre l'Uganda People's Congress, guidato da Milton Obote, si affermò come una delle principali forze nazionaliste. Nel Buganda nacque invece Kabaka Yekka, espressione politica della difesa della monarchia e degli interessi del regno.
Le divisioni non riguardavano quindi soltanto il rapporto con la Gran Bretagna. Religione, appartenenza regionale, istituzioni tradizionali e concezioni differenti del futuro Stato attraversavano la politica ugandese proprio mentre l'amministrazione coloniale iniziava a trasferire progressivamente maggiori responsabilità alle istituzioni locali.
Le elezioni del 1961
La trasformazione istituzionale accelerò alla fine degli anni Cinquanta. La pressione per l'autogoverno portò all'introduzione di nuove norme elettorali e nel marzo 1961 si svolsero le prime elezioni generali dirette.
Il Democratic Party guidato da Benedicto Kiwanuka conquistò la maggioranza, mentre l'Uganda People's Congress di Obote divenne la principale forza di opposizione. Kiwanuka assunse successivamente la guida del governo nella fase di autogoverno che precedette l'indipendenza.
Il risultato, tuttavia, non risolse la questione del Buganda. Il regno aveva boicottato in larga parte quelle elezioni, mentre continuava il confronto sul tipo di rapporto che avrebbe dovuto mantenere con il futuro Stato ugandese.
Nel settembre 1961 una delegazione composta da rappresentanti delle diverse forze politiche e istituzionali ugandesi partecipò a una conferenza costituzionale a Londra. Fu uno dei passaggi attraverso i quali venne definita la struttura politica destinata ad accompagnare il Paese verso l'indipendenza. Il 1° marzo 1962 entrò in funzione l'autogoverno e la Legislative Council coloniale lasciò il posto alla National Assembly.
Mancava però ancora un passaggio elettorale decisivo.
Obote e l'alleanza con Kabaka Yekka
Nel 1962 si svolsero nuove elezioni. L'Uganda People's Congress di Milton Obote conquistò 37 seggi, mentre il Democratic Party ne ottenne 24 nelle circoscrizioni interessate dal voto diretto. Nel Buganda venne utilizzato invece un sistema indiretto: il Lukiiko, il parlamento del regno, designò 21 rappresentanti destinati alla National Assembly.
Quei rappresentanti appartenevano a Kabaka Yekka, espressione traducibile approssimativamente come “solo il Kabaka”. La forza politica difendeva il ruolo della monarchia del Buganda e le prerogative del regno all'interno del futuro Uganda indipendente.
Obote comprese che un'alleanza con Kabaka Yekka gli avrebbe permesso di formare il governo. Nacque così la coalizione UPC-KY, un accordo tra forze che avevano interessi e basi politiche differenti ma che condividevano la volontà di impedire al Democratic Party di mantenere il controllo dell'esecutivo.
Milton Obote divenne primo ministro. Fu quel governo a ricevere formalmente gli strumenti dell'indipendenza il 9 ottobre 1962.
La coalizione risolveva temporaneamente il problema della formazione del governo, senza eliminare le tensioni tra il potere centrale e il Buganda.
Il 9 ottobre 1962
La sovranità britannica terminò formalmente il 9 ottobre 1962. L'Uganda divenne uno Stato indipendente all'interno del Commonwealth e Milton Obote rimase alla guida del governo come primo ministro.
La nuova condizione costituzionale presenta un particolare importante, spesso semplificato nelle ricostruzioni dell'indipendenza. Mutesa II non divenne immediatamente presidente dell'Uganda. Al momento dell'indipendenza il Paese era una monarchia costituzionale e Elisabetta II rimase capo dello Stato, con le proprie funzioni esercitate in Uganda dal governatore generale. La Costituzione del 1962 prevedeva infatti che le leggi approvate dalla National Assembly ricevessero l'assenso del governatore generale per conto della regina.
L'Uganda entrava così nell'indipendenza attraverso un sistema che combinava istituzioni parlamentari, monarchia costituzionale e forme di autonomia riconosciute ai regni tradizionali.
Il Parlamento rifletteva direttamente questa architettura. Una parte dei suoi componenti era eletta direttamente, mentre i rappresentanti del Buganda continuavano a essere scelti indirettamente dal Lukiiko. La Costituzione distribuiva inoltre alcune competenze legislative tra il governo centrale e le istituzioni federali.
La cerimonia dell'indipendenza rappresentò quindi il termine della sovranità coloniale britannica, senza coincidere con la costruzione definitiva delle istituzioni dello Stato.
Mutesa II diventa presidente
La struttura costituzionale cambiò già l'anno successivo. Nel 1963 l'Uganda divenne una repubblica e Sir Edward Mutesa II, Kabaka del Buganda, assunse la presidenza.
Obote rimase primo ministro e conservò il controllo effettivo del governo, mentre Mutesa ricopriva la carica di capo dello Stato. La soluzione sembrava tradurre sul piano istituzionale il compromesso politico che aveva accompagnato l'indipendenza: l'UPC controllava il governo centrale e il sovrano del Buganda occupava la più alta carica dello Stato.
Dietro questa distribuzione delle funzioni rimanevano però divergenze profonde. Il governo centrale cercava di consolidare le istituzioni nazionali, mentre il Buganda difendeva le proprie prerogative e una posizione distinta all'interno della federazione.
Il compromesso del 1962 aveva permesso di raggiungere l'indipendenza senza risolvere definitivamente questa contraddizione.
La crisi tra Obote e il Buganda
Nei primi anni dell'indipendenza i rapporti tra Obote e Mutesa II peggiorarono progressivamente. La coalizione tra UPC e Kabaka Yekka si disgregò e la competizione tra governo centrale e Buganda divenne una crisi costituzionale.
Nel 1966 lo scontro raggiunse il punto decisivo. Obote sospese la Costituzione dell'indipendenza e assunse maggiori poteri. Le forze governative guidate da Idi Amin attaccarono il palazzo del Kabaka a Kampala e Mutesa II fuggì successivamente in esilio nel Regno Unito.
La Costituzione del 1962 venne abrogata e sostituita da un ordinamento transitorio. Nel 1967 entrò in vigore una nuova Costituzione repubblicana, che abolì le monarchie tradizionali e rafforzò il carattere centralizzato dello Stato. Il Parlamento ugandese colloca proprio nel maggio 1966 l'abrogazione della Costituzione dell'indipendenza e nel 1967 l'entrata in vigore della nuova Costituzione.
In appena cinque anni, quindi, una parte considerevole dell'architettura istituzionale elaborata durante la decolonizzazione era stata smantellata.
Dal governo di Obote al colpo di Stato di Idi Amin
La concentrazione del potere nelle mani di Obote non pose fine alle lotte interne. Il rapporto tra il primo ministro, diventato poi presidente, e l'esercito assunse un peso crescente, mentre Idi Amin avanzava all'interno delle strutture militari.
Nel gennaio 1971, mentre Obote si trovava all'estero, Amin prese il potere con un colpo di Stato. Negli anni successivi la repressione colpì oppositori politici, militari, funzionari e personalità religiose, tra le quali l'arcivescovo anglicano Janani Luwum, ucciso dopo aver denunciato pubblicamente le violenze del regime. Il Parlamento venne sospeso e durante il regime militare, durato fino al 1979, il Paese fu governato attraverso decreti. Il Parlamento ugandese ricorda che le elezioni previste dalla Costituzione del 1967 non si svolsero proprio a causa del golpe.
Il regime di Amin avrebbe rappresentato una fase distinta e particolarmente violenta della storia ugandese, segnata da repressione politica, persecuzioni e uccisioni di massa. La sua nascita, tuttavia, appartiene a una fase successiva rispetto alla decolonizzazione e non può essere utilizzata per ridurre l'indipendenza del 1962 a una semplice premessa della dittatura.
Le difficoltà del nuovo Stato derivavano da una combinazione di fattori: l'eredità dell'amministrazione coloniale, le differenze regionali, la fragilità delle alleanze politiche, la competizione per il controllo delle istituzioni e il peso crescente delle forze armate.
Un'indipendenza costruita attraverso il compromesso
L'indipendenza dell'Uganda fu il risultato della mobilitazione politica interna e di un progressivo trasferimento dei poteri da parte britannica, accompagnato da negoziati sulla forma che avrebbe assunto il nuovo Stato. A differenza di altri processi di decolonizzazione segnati da guerre anticoloniali, il passaggio formale alla sovranità avvenne attraverso conferenze costituzionali, elezioni e accordi tra forze politiche che rappresentavano interessi profondamente differenti.
Il compromesso più importante fu quello tra l'Uganda People's Congress di Obote e Kabaka Yekka. Permise di formare il governo che condusse il Paese all'indipendenza, ma lasciò irrisolto il rapporto tra il potere centrale e il Buganda.
La Costituzione del 1962 cercò di tenere insieme queste differenze attraverso una distribuzione dei poteri che riconosceva alcune competenze alle istituzioni federali e manteneva per il Buganda un sistema particolare di rappresentanza parlamentare.
Quella costruzione durò pochi anni. La crisi del 1966 e la Costituzione del 1967 modificarono radicalmente l'assetto nato al termine del dominio britannico. Proprio questa breve durata rende il 9 ottobre 1962 un passaggio distinto nella storia ugandese: rappresenta la fine del protettorato e la nascita dello Stato sovrano, mentre le successive crisi costituzionali appartengono alla difficile costruzione politica del Paese dopo la decolonizzazione.
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