Libia, misure restrittive valide fino ad agosto 2027. L’Onu: “Gli Stati devono fornire risposte alle domande di chiarimento”
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Non sussistono le condizioni per revocare le sanzioni nei confronti della Libia; le restrizioni sulle esportazioni illegali di petrolio e l’embargo sulle armi proseguiranno fino ad agosto 2027. La comunità internazionale è quindi “caldamente invitata a collaborare”, come evidenziato nel rapporto. Con una nuova risoluzione, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha rinnovato le misure nei confronti della Libia. Il documento, approvato all’unanimità, non rappresenta solo un chiaro avvertimento ai due governi in conflitto per il controllo del Paese, ma anche agli Stati, inclusa l’Italia, che avrebbero tentato di eludere tali misure, come denunciato nel rapporto del panel of experts, anticipato settimane fa da Repubblica.
Un Paese instabile in mano alle milizie
Il documento offre un quadro delle due Libie – la Cirenaica di Haftar e la Tripolitania di Dbeibeh, l’unico governo riconosciuto a livello internazionale – caratterizzato da toni cupi. Gli esperti scrivono che l’instabilità è predominante, le milizie continuano a svolgere un ruolo centrale, i diritti umani sono sistematicamente violati e persino i massimi dirigenti delle istituzioni che si contendono il Paese sono coinvolti in attività illecite, dall’operazione che ha portato all’omicidio di Al Kikli, all’epoca potente capo della Ssa in Tripolitania, per il quale gli esperti citano direttamente il presidente Dbeibeh, fino al contrabbando di petrolio, che “ha raggiunto livelli senza precedenti”.
Contrabbando di greggio in mano a governi e gruppi armati
In particolare, i nomi chiave sono due. Ibrahim Dbeibah, nipote del premier di Tripoli Abdulhamid, e il figlio del leader della Cirenaica, Saddam Haftar, designato come successore del padre Khalifa. Secondo il panel of experts, sarebbero stati loro a garantire “un ombrello di impunità” a singoli individui e milizie, consentendo loro di “operare all’interno e attorno alle istituzioni statali, utilizzando accordi commerciali, contratti di servizio ed esportazioni per generare flussi finanziari incontrollati”. E non si tratta di piccole somme: mancano all’appello circa 8 miliardi di dollari.
Ipoteca sul futuro
Una pesante ipoteca sul futuro della Libia, dove da anni le istituzioni internazionali cercano di monitorare i poco convinti tentativi di riunificazione del Paese, anche perché a rappresentare gli interessi della Cirenaica di Haftar e della Tripolitania del governo Dbeibeh sarebbero proprio i due uomini identificati come al vertice del sistema illecito di vendita di petrolio. Lo scorso settembre, i due si sono incontrati a Roma, durante un incontro mediato dall’inviato speciale Usa per l’Africa, Massad Boulos, che nella stessa giornata ha avuto un colloquio con il vicepremier Tajani, mentre funzionari di entrambe le delegazioni avrebbero avuto – come emerso all’epoca – contatti con tecnici della Farnesina.
Le contestazioni all’Italia
Il rapporto non menziona il vertice, ma gli esperti Onu hanno sollevato alcune “rimostranze” nei confronti dell’Italia. In primo luogo, per la riconsegna di Almasri, il comandante libico che la Corte penale internazionale avrebbe voluto arrestare e che l’Italia ha liberato e riportato in Libia, una mossa che “ha contribuito alla diffusa percezione, tra vittime e avvocati, che i meccanismi internazionali di responsabilità siano stati inefficaci e irrilevanti”. Il suo potere in Tripolitania – si evidenzia nel rapporto – è tutt’altro che diminuito. In secondo luogo, per il silenzio con cui Roma ha risposto alle richieste di chiarimento su una quarantina di voli militari tra Misurata, Tripoli e Bengasi, la cui natura non è mai stata dichiarata, ma soprattutto su una serie di addestramenti militari che costituirebbero una violazione dell’embargo sulle armi.
La Farnesina: “Le nostre attività in regola”
Le accuse sono state respinte dalla Farnesina, che afferma di aver chiarito in tempo utile che “l’attività di addestramento a beneficio delle Forze Armate libiche” è stata condotta “senza fornitura di armamenti” e “in conformità con la roadmap delle Nazioni Unite”. Inoltre, si sottolinea in una nota che il panel riconosce lo spirito di collaborazione dimostrato durante un’attività ispettiva al porto di Gioia Tauro, da dove – si legge nel rapporto – sarebbe transitata una nave cinese con droni e materiali a doppio uso.
In sintesi, Roma si dichiara certa del “concreto rispetto dell’impianto sanzionatorio da parte dell’Italia, anche considerando che le più recenti risoluzioni dell’Onu introducono misure di esenzione per le attività addestrative”. Tuttavia, è importante notare che le esenzioni, piuttosto limitate, sono state previste solo con l’ultima risoluzione, che consente “l’assistenza tecnica e la formazione per la riunificazione della sicurezza libica”, approvata dopo la presentazione della relazione del panel of experts.
“Nessuna risposta fino al 7 febbraio”
Il documento è chiaro. Fino al 7 febbraio “la data ultima per inviare le risposte che avrebbero potuto essere incluse nella versione finale del rapporto” non è giunta alcuna comunicazione dall’Italia. Sono state inviate tre sollecitazioni per lettera. Per questo, a pagina 173, riguardo ai voli militari, gli esperti annotano: “A causa delle informazioni insufficienti fornite dalla Federazione Russa, dalla Turchia e dal Regno Unito, e della mancata risposta di Italia e Stati Uniti, il gruppo di esperti ha ritenuto che questi cinque Stati membri non abbiano rispettato i paragrafi 24 e 25 della risoluzione 2769”. E riguardo agli addestramenti militari confermano: “Non è stata ricevuta alcuna risposta”.
“Gli Stati collaborino con il panel”
Non è quindi sorprendente che nell’ultima risoluzione approvata all’unanimità il Consiglio di sicurezza “esorta tutti gli Stati, gli organi competenti delle Nazioni Unite, inclusa la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), e le altre parti interessate, a cooperare pienamente con il Comitato e il Panel, in particolare fornendo qualsiasi informazione a loro disposizione sull’attuazione delle misure” stabilite in tutte le risoluzioni approvate, “in particolare – si sottolinea – per quanto riguarda gli episodi di non conformità”. A partire dalle mancate risposte alle richieste di chiarimento.
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