Una scuola inclusiva non ignora le differenze, le appiana

Una scuola inclusiva non ignora le differenze, le appiana 1

di Chiara Scaramagli*

Leggendo l’intervento del professor Fioravanti sul cosiddetto “tetto agli stranieri”, viene spontanea una domanda: se il tetto deve proteggere tutti, dobbiamo preoccuparci anche di quanto peso debba sostenere per non crollare.

Il punto è semplice: conoscere la lingua italiana è il primo strumento di libertà, e integrazione. Chi arriva nel nostro Paese deve avere tutte le opportunità per impararla, serve un contesto che ne stimoli l’utilizzo quotidiano per diventare parte della nostra comunità.

La Scuola deve però tutelare anche un altro diritto: quello di chi già conosce l’italiano a non vedere rallentato il proprio percorso scolastico e il diritto degli studenti a ricevere una formazione completa e adeguata, pagata oltretutto dalle tasse dei propri genitori.

Nelle scuole non esistono studenti di serie A e di serie B, esistono ragazzi con bisogni diversi, ai quali dobbiamo garantire la possibilità di istruirsi e raggiungere le proprie potenzialità.

Serve smettere di parlare per slogan e guardare alla realtà oggettiva delle classi. Una classe piena di studenti appena arrivati in , privi delle necessarie competenze linguistiche, ha esigenze diverse da una classe composta da ragazzi che parlano perfettamente italiano e hanno frequentato il nostro sistema scolastico.

Riconoscere questa differenza non è discriminazione. È buon senso. È pedagogia. È responsabilità. Il criterio è linguistico, non etnico o razziale, siano essi marocchini, polacchi, indiani o cinesi. Non è una novità: nel 1989 e nel 1990, quando Sergio Mattarella era ministro della Pubblica Istruzione, due circolari ministeriali indicavano di non superare, per quanto possibile, quattro-cinque alunni stranieri per classe, proprio per favorire l’integrazione linguistica. Dunque, quella che oggi viene presentata da alcuni come una sorta di invenzione discriminatoria non è affatto una questione nuova per la scuola italiana.

Oggi il Governo Meloni non si limita a fissare un criterio: investe risorse per rendere possibile l’integrazione. Sono stati stanziati oltre 14 milioni di euro per corsi personalizzati di italiano, quasi 29 milioni di fondi FAMI per la formazione civico-linguistica e 20 milioni del Programma 2021-2027 per il potenziamento delle competenze linguistiche. A questi si aggiungono 11 milioni per i laboratori e 40 milioni per il contrasto alla dispersione scolastica.

Ho letto troppe interpretazioni ideologiche del decreto, alcune delle quali sostengono in modo capzioso e fuorviante che “non si vogliono gli stranieri nelle classi”.

Il decreto non dice ad uno studente “ti voglio escludere” come sostiene il professor Fioravanti ma dice “voglio prendermi cura della tua preparazione linguistica affinché tu possa sentirti integrato nella società”. Perché includere significa creare le condizioni perché ciascuno possa davvero imparare, non significa trattare situazioni diverse come se fossero identiche.

La vera discriminazione sarebbe ignorare le differenze concrete e lasciare che siano i ragazzi, gli insegnanti e le famiglie a pagarne il prezzo. Diamo a ciascuno gli strumenti necessari per partire davvero alla pari e arrivare alla pari.”

*Esponente di Fratelli d’Italia.
Assessora, con deleghe a Pubblica Istruzione e Formazione, Politiche Giovanili, Processi Partecipati, Gemellaggi

I commenti sono chiusi.