Crisi di Suez e invasione dell’Egitto

Crisi di Suez e invasione dell'Egitto 1

La nazionalizzazione del Canale di Suez aveva aperto uno scontro tra l’Egitto di Gamal Abdel Nasser e le potenze europee che per decenni avevano esercitato una forte influenza sulla principale via marittima tra Mediterraneo e Oceano Indiano. La crisi entrò nella fase militare il 29 ottobre 1956, quando le forze israeliane invasero la penisola del Sinai. L’attacco era stato concordato segretamente con Francia e Regno Unito, che avrebbero utilizzato la guerra come premessa per presentare un ultimatum alle parti e intervenire nella zona del Canale. La crisi di Suez divenne così uno scontro che coinvolse colonialismo europeo, nazionalismo arabo, conflitto arabo-israeliano e rivalità della Guerra fredda.

Il Canale che collegava due mari

Il Canale di Suez era stato inaugurato nel 1869 dopo dieci anni di lavori. Attraversando l’istmo egiziano tra il Mediterraneo e il Mar Rosso, permetteva alle navi di raggiungere l’Oceano Indiano senza circumnavigare l’Africa. La sua importanza commerciale e strategica divenne rapidamente enorme, soprattutto per il Regno Unito e per i collegamenti con i possedimenti britannici in Asia.

L’Egitto aveva partecipato finanziariamente alla costruzione, accumulando però un forte indebitamento. Nel 1875 il khedivè Ismail vendette al governo britannico le azioni egiziane della Compagnia del Canale. Sette anni più tardi le truppe britanniche occuparono l’Egitto e Londra consolidò il proprio controllo sul Paese e sulla via d’acqua, pur lasciando formalmente in vita strutture istituzionali egiziane.

La Convenzione di Costantinopoli del 1888 stabilì il principio della libera navigazione attraverso il Canale. Nella pratica, la presenza militare britannica trasformò Suez in uno dei punti essenziali della strategia imperiale di Londra. Anche dopo la fine formale del protettorato britannico nel 1922, l’influenza del Regno Unito rimase particolarmente forte.

La rivoluzione egiziana e l’ascesa di Nasser

Nel luglio 1952 un gruppo di militari appartenenti al movimento degli Ufficiali Liberi rovesciò re Faruq. La monarchia venne abolita l’anno successivo e l’Egitto divenne una repubblica. Tra i protagonisti della rivoluzione figurava Gamal Abdel Nasser, che progressivamente assunse la posizione dominante all’interno del nuovo sistema politico.

Nasser cercò di ridurre la presenza britannica e di costruire una politica estera maggiormente autonoma rispetto ai due blocchi della Guerra fredda. Il nazionalismo arabo, l’opposizione al colonialismo e la ricerca di una maggiore indipendenza economica diventarono elementi centrali della sua azione. Nel 1954 Londra ed Egitto raggiunsero un accordo per il ritiro delle truppe britanniche dalla zona del Canale, completato nel giugno 1956.

Parallelamente crescevano le tensioni con Israele. Incursioni dei fedayeen palestinesi provenienti soprattutto dalla Striscia di Gaza erano seguite da operazioni militari israeliane di rappresaglia, mentre rimanevano aperte le controversie sulla navigazione israeliana attraverso il Canale e gli Stretti di Tiran. L’Egitto acquistò inoltre grandi quantità di armamenti attraverso l’accordo concluso nel 1955 con la Cecoslovacchia, sostenuto dall’Unione Sovietica, modificando gli equilibri militari regionali. L’ONU ricostruisce proprio l’intreccio tra incursioni, rappresaglie, restrizioni alla navigazione e corsa agli armamenti come antecedente immediato della guerra del 1956.

La diga di Assuan

Uno dei grandi progetti del governo egiziano riguardava la costruzione della diga di Assuan. Nasser considerava l’opera essenziale per aumentare la produzione di energia elettrica, controllare le acque del Nilo ed espandere le superfici agricole. Il progetto richiedeva però finanziamenti internazionali considerevoli.

Stati Uniti e Regno Unito avevano inizialmente prospettato un sostegno economico, insieme alla Banca Mondiale. Il rapporto con Nasser si deteriorò però rapidamente. Washington guardava con crescente diffidenza ai rapporti egiziani con il blocco sovietico e alla politica di non allineamento del Cairo. Il 19 luglio 1956 gli Stati Uniti ritirarono l’offerta di finanziamento per Assuan e il Regno Unito seguì la stessa strada.

La risposta di Nasser arrivò una settimana dopo.

Nasser nazionalizza il Canale di Suez

Il 26 luglio 1956, durante un discorso ad Alessandria, Nasser annunciò la nazionalizzazione della Compagnia del Canale di Suez. L’autorità egiziana avrebbe assunto il controllo della società e i proventi del traffico navale sarebbero stati utilizzati anche per finanziare la diga di Assuan. Il decreto prevedeva un indennizzo agli azionisti sulla base del valore delle azioni alla chiusura della Borsa di Parigi del giorno precedente.

La nazionalizzazione non determinò di per sé l’interruzione della navigazione. Il traffico continuò sotto la gestione egiziana nei mesi successivi, mentre iniziava una lunga disputa diplomatica sulla gestione della via d’acqua. Secondo i dati riportati dall’ONU, nel 1955 erano transitate attraverso il Canale circa 14.000 navi, elemento che rendeva evidente la sua importanza per il commercio internazionale.

Per Nasser la decisione costituiva una rivendicazione della sovranità egiziana su una società che operava sul territorio nazionale. Per Francia e Regno Unito rappresentava invece una minaccia ai propri interessi economici e strategici. Londra, Parigi e Washington bloccarono beni egiziani, mentre iniziarono negoziati internazionali per trovare una soluzione alla disputa.

Londra e Parigi contro Nasser

Il primo ministro britannico Anthony Eden considerava la politica di Nasser una minaccia alla posizione del Regno Unito in Medio Oriente. Per Londra il problema superava il controllo materiale del Canale: l’affermazione del presidente egiziano poteva incoraggiare altri movimenti nazionalisti nei Paesi nei quali rimanevano forti interessi britannici.

La Francia aveva ulteriori motivi di ostilità. Dal 1954 combatteva la guerra d’Algeria contro il Fronte di Liberazione Nazionale e accusava l’Egitto di Nasser di sostenere politicamente e materialmente gli indipendentisti algerini. Parigi vedeva quindi l’indebolimento del presidente egiziano come un obiettivo legato anche alla conservazione dell’Algeria francese.

Stati Uniti, Francia e Regno Unito condividevano inizialmente l’opposizione alle modalità con cui Nasser aveva assunto il controllo della compagnia, ma Washington non condivideva la disponibilità europea a ricorrere alla guerra. Tra agosto e ottobre si susseguirono conferenze e negoziati sulla gestione del Canale senza arrivare a un accordo accettato dall’Egitto.

Fu allora che Londra e Parigi iniziarono a preparare una soluzione militare.

L’incontro segreto di Sèvres

Tra il 22 e il 24 ottobre 1956 rappresentanti di Israele, Francia e Regno Unito si incontrarono segretamente a Sèvres, nei pressi di Parigi. Al termine delle trattative venne definito un piano coordinato che avrebbe consentito a britannici e francesi di intervenire presentandosi formalmente come potenze interessate a separare i combattenti e proteggere il Canale.

Secondo il documento sottoscritto il 24 ottobre, Israele avrebbe invaso il Sinai il 29 e avrebbe cercato di avvicinarsi alla zona del Canale. Francia e Regno Unito avrebbero quindi intimato a entrambe le parti di cessare i combattimenti e ritirarsi a dieci miglia dalla via d’acqua, chiedendo inoltre di accettare una temporanea occupazione anglo-francese di alcuni punti strategici. Se l’Egitto avesse rifiutato, le operazioni militari britanniche e francesi sarebbero cominciate.

Il meccanismo dell’ultimatum era costruito in modo tale da porre il Cairo davanti a una richiesta difficilmente accettabile. L’Egitto avrebbe dovuto consentire a forze straniere di entrare sul proprio territorio mentre l’esercito israeliano, che al momento dell’ultimatum si trovava ancora lontano dal Canale in molti settori, avrebbe potuto dichiararsi disponibile a rispettare le condizioni. La documentazione diplomatica statunitense conferma che l’attacco israeliano e il successivo ultimatum anglo-francese facevano parte dello stesso accordo.

Israele e l’Egitto prima della guerra

Israele aveva propri obiettivi indipendenti da quelli britannici e francesi. Il governo di David Ben-Gurion considerava una minaccia il rafforzamento militare egiziano e voleva interrompere le incursioni dei fedayeen provenienti dalla Striscia di Gaza. Particolarmente importante era inoltre la libertà di navigazione attraverso gli Stretti di Tiran, all’ingresso del Golfo di Aqaba.

L’accordo di Sèvres offriva quindi a Israele l’opportunità di colpire le forze egiziane nel Sinai contando sull’intervento di due potenze europee. Il protocollo prevedeva anche l’occupazione israeliana della costa occidentale del Golfo di Aqaba e delle isole di Tiran e Sanafir. Israele si impegnava contemporaneamente a non attaccare la Giordania durante le operazioni contro l’Egitto.

Gli interessi dei tre governi non coincidevano completamente. Israele perseguiva obiettivi militari e di sicurezza legati direttamente al conflitto con l’Egitto; Francia e Regno Unito puntavano soprattutto a modificare la situazione creata dalla nazionalizzazione del Canale e a ridimensionare Nasser. Fu la convergenza temporanea di questi interessi a produrre l’operazione.

Il 29 ottobre 1956

Nel pomeriggio del 29 ottobre 1956 iniziò l’operazione israeliana, denominata Kadesh. Paracadutisti furono lanciati nei pressi del passo di Mitla, nel Sinai, mentre altre unità attraversavano la frontiera egiziana. Le forze israeliane avanzarono rapidamente nella penisola e verso gli accessi al Golfo di Aqaba. La documentazione diplomatica statunitense registrò già quella sera la penetrazione delle unità israeliane e la precedente mobilitazione delle forze armate.

Per l’opinione pubblica internazionale l’invasione appariva inizialmente come una nuova guerra tra Israele ed Egitto. Il ruolo concordato di Francia e Regno Unito non era stato reso pubblico. Il piano di Sèvres prevedeva però che l’attacco israeliano fornisse proprio la situazione necessaria al passaggio successivo.

Il 29 ottobre rappresenta per questo l’inizio della fase militare della crisi di Suez. Una disputa iniziata con la nazionalizzazione della compagnia nel luglio precedente si trasformava in una guerra che nel giro di pochi giorni avrebbe coinvolto direttamente tre eserciti stranieri sul territorio egiziano. L’ONU identifica nello stesso giorno l’attacco israeliano che aprì le ostilità.

L’ultimatum britannico e francese

Il 30 ottobre Francia e Regno Unito presentarono il loro ultimatum a Egitto e Israele. Chiesero alle due parti di interrompere i combattimenti e di ritirare le proprie forze a dieci miglia dal Canale, oltre ad accettare il temporaneo dispiegamento di truppe anglo-francesi a Port Said, Ismailia e Suez. L’ultimatum concedeva dodici ore per rispondere.

Israele accettò secondo quanto previsto dal piano. L’Egitto respinse la richiesta, che avrebbe comportato l’ingresso di forze britanniche e francesi sul proprio territorio. Il 31 ottobre iniziarono quindi i bombardamenti anglo-francesi contro obiettivi egiziani. Il passaggio che Londra e Parigi avevano preparato segretamente a Sèvres si era completato.

Le operazioni proseguirono con gli attacchi contro l’aviazione egiziana e con l’offensiva verso la zona settentrionale del Canale. Il 5 novembre paracadutisti britannici e francesi furono lanciati nell’area di Port Said e Port Fuad; il giorno successivo cominciarono gli sbarchi delle forze anglo-francesi.

La guerra sembrava militarmente destinata a favorire gli aggressori. Sul piano diplomatico, invece, Francia e Regno Unito si trovarono rapidamente in una posizione molto più difficile.

Eisenhower si oppone all’operazione

Gli Stati Uniti non erano stati coinvolti nell’accordo segreto di Sèvres. Il presidente Dwight D. Eisenhower si oppose all’intervento e l’amministrazione americana sostenne in sede ONU iniziative per ottenere la cessazione delle ostilità. Washington era preoccupata anche che la guerra rafforzasse l’influenza sovietica nel mondo arabo e compromettesse la posizione occidentale proprio mentre l’URSS stava reprimendo la rivolta ungherese.

La coincidenza temporale fu particolarmente importante. Mentre Francia e Regno Unito intervenivano in Egitto, i carri armati sovietici si preparavano a stroncare definitivamente la rivoluzione in Ungheria. Per Washington diventava difficile condannare l’intervento sovietico nell’Europa orientale mentre due dei principali alleati occidentali conducevano un’operazione militare concordata segretamente contro l’Egitto.

Gli Stati Uniti esercitarono quindi una forte pressione diplomatica ed economica, soprattutto sul governo britannico. Eisenhower rifiutò di sostenere l’operazione e appoggiò il ricorso alle Nazioni Unite. La crisi mise in luce quanto la capacità di Londra e Parigi di agire come potenze imperiali fosse ormai condizionata dai nuovi equilibri internazionali.

Il Consiglio di Sicurezza bloccato dai veto

La crisi arrivò rapidamente al Consiglio di Sicurezza. Il 31 ottobre l’organo discusse la situazione, ma Francia e Regno Unito, entrambi membri permanenti, utilizzarono il proprio diritto di veto impedendo l’adozione delle decisioni rivolte a fermare le operazioni.

Il blocco aprì una strada diversa. Attraverso la procedura prevista dalla risoluzione Uniting for Peace, la questione venne trasferita all’Assemblea generale, che si riunì nella sua prima sessione speciale d’emergenza dal 1° al 10 novembre. L’Assemblea chiese il cessate il fuoco e il ritiro delle forze straniere dal territorio occupato.

La vicenda mostrò anche una delle contraddizioni strutturali del sistema ONU: due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza erano direttamente coinvolti nell’operazione militare e potevano bloccare con il veto l’azione dello stesso Consiglio. La risposta istituzionale alla crisi avrebbe però prodotto una delle innovazioni più importanti nella storia delle Nazioni Unite.

Nasce la prima forza di pace armata dell’ONU

L’Assemblea generale chiese al segretario generale Dag Hammarskjöld di elaborare rapidamente un piano per una forza internazionale. Nacque così la United Nations Emergency Force, UNEF, considerata la prima forza armata di peacekeeping delle Nazioni Unite. La sua funzione era supervisionare la cessazione delle ostilità, accompagnare il ritiro delle forze straniere e successivamente agire come cuscinetto tra Egitto e Israele. un.org

La UNEF non era una forza di imposizione della pace ai sensi dell’articolo 42 della Carta. Operava con il consenso delle parti interessate e poteva utilizzare le armi essenzialmente per autodifesa. Questo modello avrebbe avuto un’influenza duratura sul successivo sviluppo delle operazioni di peacekeeping dell’organizzazione.

Francia e Regno Unito completarono il ritiro dalla zona del Canale entro il 22 dicembre 1956. Israele lasciò progressivamente il Sinai e il ritiro delle sue forze venne completato entro l’8 marzo 1957. La UNEF rimase schierata sul territorio egiziano per più di dieci anni, fino alla nuova crisi che precedette la guerra del giugno 1967.

Una vittoria militare senza il risultato politico sperato

Le forze israeliane, britanniche e francesi avevano dimostrato la propria superiorità militare durante le operazioni, ma Francia e Regno Unito non riuscirono a raggiungere l’obiettivo politico di rovesciare gli effetti della nazionalizzazione. Il Canale rimase sotto il controllo egiziano e Nasser conservò il potere.

La posizione del primo ministro britannico Anthony Eden risultò gravemente indebolita. Nel gennaio 1957 lasciò l’incarico e venne sostituito da Harold Macmillan. L’Office of the Historian statunitense indica la crisi tra i fattori che contribuirono alle sue dimissioni e sottolinea come Washington avesse pubblicamente condannato l’operazione dei propri alleati.

Per Francia e Regno Unito, Suez mostrò soprattutto i limiti della possibilità di condurre autonomamente grandi operazioni internazionali in opposizione agli Stati Uniti e in un sistema dominato anche dalla competizione con l’Unione Sovietica. Sarebbe però eccessivamente semplice indicare un singolo episodio come la fine immediata dei loro imperi: i processi di decolonizzazione erano già in corso e avrebbero seguito percorsi differenti nei territori ancora controllati dalle due potenze.

Nasser dopo Suez

La sopravvivenza politica di Nasser e il mantenimento della nazionalizzazione aumentarono il prestigio del presidente egiziano in numerosi Paesi arabi e nei movimenti anticoloniali. L’Egitto aveva subito l’invasione di tre eserciti, ma l’intervento internazionale aveva costretto le forze straniere a ritirarsi senza ripristinare il precedente controllo della compagnia sul Canale.

La crisi rafforzò quindi l’immagine di Nasser come uno dei principali esponenti del nazionalismo arabo. Negli anni successivi il nasserismo avrebbe esercitato un’influenza politica molto più ampia dei confini egiziani, anche se i tentativi di costruire un’unità politica araba avrebbero incontrato numerosi ostacoli.

Per Israele, la guerra portò temporaneamente all’apertura degli Stretti di Tiran e alla presenza della UNEF lungo alcune aree di confine. Questi equilibri durarono fino al 1967, quando il ritiro della forza ONU richiesto dall’Egitto e la nuova chiusura degli Stretti contribuirono alla crisi che precedette la Guerra dei Sei Giorni.

La crisi di Suez e il nuovo equilibrio internazionale

La crisi di Suez condensò in poche settimane trasformazioni che stavano modificando i rapporti internazionali del secondo dopoguerra. Francia e Regno Unito possedevano ancora importanti forze armate, territori coloniali e seggi permanenti nel Consiglio di Sicurezza, ma non potevano ignorare la posizione degli Stati Uniti. L’Unione Sovietica cercava contemporaneamente di ampliare la propria influenza nel Medio Oriente e nel mondo postcoloniale.

La crisi mise inoltre in evidenza il peso crescente degli Stati che rivendicavano maggiore autonomia dalle vecchie potenze coloniali. La nazionalizzazione del Canale era stata decisa dall’Egitto in nome della propria sovranità economica, mentre la risposta militare anglo-francese mostrò quanto fossero ancora forti gli interessi ereditati dall’età imperiale.

Anche le Nazioni Unite uscirono trasformate dalla vicenda. Il blocco del Consiglio di Sicurezza portò l’Assemblea generale ad assumere un ruolo centrale e alla creazione della UNEF, introducendo una forma di intervento che sarebbe diventata uno degli strumenti più riconoscibili dell’organizzazione.

Il 29 ottobre e l’inizio della guerra

Il 29 ottobre 1956 permette soprattutto di distinguere tra due momenti della crisi. La nazionalizzazione del Canale aveva aperto lo scontro diplomatico tre mesi prima; l’invasione israeliana del Sinai trasformò quella disputa in un conflitto armato. Francia e Regno Unito intervennero successivamente secondo un piano concordato in segreto con Israele a Sèvres.

La sequenza degli eventi impedisce quindi di leggere l’intervento anglo-francese come una semplice reazione improvvisata alla guerra scoppiata tra Egitto e Israele. L’attacco israeliano, l’ultimatum del 30 ottobre e le successive operazioni britanniche e francesi appartenevano a un’intesa preparata prima dell’inizio delle ostilità.

Suez terminò senza il ritorno del Canale nelle mani della precedente compagnia e con il ritiro delle forze israeliane, britanniche e francesi. Il conflitto durò poche settimane, ma rese visibili contemporaneamente il declino dell’autonomia imperiale europea, l’ascesa politica del nazionalismo arabo, il peso delle due superpotenze e la ricerca da parte dell’ONU di nuovi strumenti per intervenire nelle crisi internazionali.

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