Contratti pirata, fino a 12mila euro in meno per il lavoratore

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I contratti pirata possono sottrarre fino a 12.000 euro l’anno a un lavoratore, pur restando formalmente validi e depositati alla Cnel. La Confintesa denuncia le differenze salariali, mentre la Confcommercio avverte che la riduzione del costo del lavoro danneggia anche la qualità delle imprese.

I contratti pirata possono costare fino a 12.000 euro l’anno a ciascun lavoratore. La perdita riguarda persone impiegate con la stessa mansione, lo stesso orario e nello stesso settore, sottoposte però ad accordi collettivi differenti. Il dato arriva da una ricerca della Confintesa presentata durante la Consulta federale.

La scelta del contratto incide sulla retribuzione base, sulle mensilità aggiuntive, sul welfare aziendale e sulla previdenza complementare. L’accordo applicato risulta regolarmente depositato presso il Consiglio dell’economia e del lavoro. La sua validità formale consente all’impresa di ridurre il costo del personale, trasferendo la perdita economica sul dipendente. La riduzione delle retribuzioni contribuisce inoltre ad ampliare la platea dei working poor in Italia, ovvero le persone occupate il cui reddito resta insufficiente.

«Il risparmio è dell’impresa. Il costo è del lavoratore», afferma Prudenzano, segretario generale della Confintesa.

Oltre mille contratti depositati alla Cnel

Alla Cnel risultano depositati più di mille contratti collettivi. I testi depositati possono essere consultati nell’Archivio nazionale dei contratti collettivi, che raccoglie gli accordi del settore pubblico e privato, compresi quelli vigenti, confluiti e cessati. Soltanto 150 vengono applicati. Per la Confintesa, molti degli accordi rimasti sulla carta servono a offrire alle aziende un’alternativa meno onerosa rispetto ai contratti firmati dalle organizzazioni con maggiore rappresentanza.

Il deposito può avvenire anche in assenza di iscritti, di una storia sindacale e di controlli preventivi sui contenuti. Manca inoltre una certificazione capace di distinguere gli accordi costruiti attraverso una reale contrattazione da quelli usati per abbassare salari e tutele.

Prudenzano ritiene che le regole italiane favoriscano chi possiede già una posizione consolidata e lascino i lavoratori esposti alla concorrenza salariale. Due persone possono svolgere lo stesso lavoro e ricevere trattamenti economici molto diversi, pur operando nello stesso settore e per lo stesso numero di ore.

La corsa al ribasso denunciata dalla Confcommercio

Il ricorso ai contratti meno costosi danneggia anche la qualità delle imprese. Mauro Lusetti, vicepresidente della Confcommercio, ne ha parlato a durante l’Aigrim Day 2026, il forum della ristorazione in catena promosso da Aigrim, Associazione delle imprese di grande ristorazione e servizi multilocalizzati, e dalla Fipe, Federazione italiana pubblici esercizi.

Lusetti descrive una situazione frequente. Un consulente del lavoro comunica all’imprenditore in difficoltà la possibilità di applicare un contratto più economico. L’azienda lo adotta per sopravvivere. Da quel momento comincia una corsa al ribasso che investe le retribuzioni, i diritti e la sicurezza sul posto di lavoro.

La permanenza sul mercato viene affidata alla riduzione del costo del personale. Investimenti, innovazione, sviluppo e crescita perdono peso. L’impresa finisce così per giustificare la propria competitività pagando meno il lavoro anziché migliorando la propria attività.

Il decreto Primo Maggio contro i contratti pirata

Il decreto Primo Maggio ha fissato due criteri richiamati da Lusetti. I contratti di riferimento dovranno essere sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Il provvedimento affronta inoltre il salario giusto.

Sul salario minimo, il vicepresidente della Confcommercio riconosce al Parlamento la facoltà di intervenire sulle questioni legate al lavoro. Affida però alle organizzazioni sindacali e datoriali la responsabilità di raggiungere un accordo. Secondo Lusetti, l’autoregolamentazione permette di affrontare il problema direttamente tra i soggetti chiamati a stabilire le condizioni contrattuali.

Il lavoro avviato ha riunito sigle rimaste separate per molti anni. Cgil, Cisl e Uil hanno presentato una piattaforma comune. Tra tredici e quindici organizzazioni datoriali hanno sottoscritto a loro volta una proposta condivisa. Vi partecipano Confcommercio, Confindustria, Confesercenti, le associazioni artigiane e quelle della cooperazione.

La responsabilità assegnata alle parti dal decreto ha favorito la costruzione di un tavolo unitario. Un accordo coinvolgerebbe una parte ampia del mercato del lavoro italiano e potrebbe ridurre lo spazio occupato dai contratti pirata.

La rappresentanza dovrà essere misurata

La trattativa parte dalla misurazione della rappresentanza. Per Lusetti, un’autocertificazione risulta insufficiente. Serve uno strumento capace di fornire al legislatore dati verificabili e di individuare le organizzazioni autorizzate a firmare gli accordi di riferimento.

I contratti sottoscritti dalle sigle più rappresentative potranno accedere ai benefici di legge previsti per apprendistato, occupazione giovanile e lavoro femminile. Lusetti definisce questa scelta «il primo chiodo preciso nei confronti dei contratti pirata».

Il criterio inciderebbe direttamente sulla convenienza economica degli accordi al ribasso. Le imprese che adottano contratti firmati da organizzazioni prive di una rappresentanza accertata resterebbero escluse dalle agevolazioni.

Il rinnovo del terziario e la richiesta di 220 euro

Resta aperto il rinnovo dei contratti di categoria. Nel terziario la richiesta salariale raggiunge 220 euro nel triennio. I sindacati chiedono anche un confronto sull’organizzazione del lavoro, interessata dall’, dalle innovazioni tecnologiche e dal cambiamento delle abitudini dei consumatori.

Lusetti considera questo passaggio più delicato della trattativa economica. La Confcommercio ha proposto al sindacato di affrontarlo dopo la chiusura del tavolo nazionale. L’obiettivo dichiarato è concludere le vertenze entro tempi adeguati, evitando pressioni sulle parti impegnate nel confronto.

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