Sanzioni contro la Russia, Trump divide i repubblicani

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Domenico Maceri
Dottore di ricerca, è professore emerito presso l’Allan Hancock College di Santa Maria, in California. Alcuni dei suoi articoli hanno ricevuto premi dalla National Association of Hispanic Publications.

La sospensione delle sanzioni contro la Russia decisa da Donald Trump incontra critiche anche tra i repubblicani. Darline Graham e Ted Cruz prendono le distanze dal presidente, accusato dai democratici di abbandonare l’Ucraina e favorire Putin a poche settimane dalle elezioni di midterm.

«Io manterrei la pressione sulla Russia… Non ho fiducia in Putin».

È la reazione di Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, deceduto nel luglio scorso, e candidata al seggio del fratello in South Carolina.

Graham ha preso le distanze dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni contro la Russia previste da una legge approvata in larga misura grazie agli sforzi del fratello. Una decisione che molti hanno interpretato come un tradimento nei confronti dell’Ucraina, Paese aggredito da Vladimir Putin in una guerra iniziata cinque anni fa.

Le critiche arrivano anche dai repubblicani

Graham deve molto a Trump, perché l’endorsement del presidente alle primarie le ha spianato la strada verso la candidatura del Partito Repubblicano. Allo stesso tempo, riconosce che l’inquilino della Casa Bianca ha fatto una scelta impopolare, poiché una netta maggioranza degli americani approva il sostegno all’Ucraina.

Anche il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas e grande sostenitore del presidente Usa, ha giudicato l’azione di Trump «uno sbaglio».

Molto più duri i democratici. Il senatore Richard Blumenthal del Connecticut ha dichiarato che Trump ha tradito Volodymyr Zelensky e si è schierato con Putin, «un teppista sanguinario», accusato di crimini di guerra dalla Corte penale internazionale.

Trump attribuisce a Zelensky la responsabilità della guerra

Trump ha addossato la colpa della guerra a Zelensky, sostenendo che avrebbe dovuto accettare un accordo. Senza l’assistenza statunitense ed europea, i russi sarebbero già in controllo dell’intera Ucraina. Il presidente ha inoltre dichiarato che l’America ha fatto moltissimo per gli ucraini e non ha ricevuto nulla in cambio.

In una delle sue dichiarazioni più recenti, Trump ha persino attribuito la durata della guerra a un generale russo, che avrebbe dovuto conquistare Kiev in un batter d’occhio.

A differenza degli alleati europei, Trump non riconosce che l’Ucraina è stata aggredita e che l’aggressore è proprio Putin. Nel mondo del presidente americano, i forti hanno il potere di fare quello che vogliono e i deboli devono accettarne le conseguenze.

Le sanzioni russe e il costo della guerra in Iran

L’eliminazione delle sanzioni e le vendite di gasolio russo non avranno grandi effetti positivi per i consumatori americani, che già attribuiscono gli aumenti dei prezzi alla guerra in Iran. L’azione di Trump serve a distogliere l’attenzione da un conflitto che contribuisce al caro vita, un fattore destinato a influenzare le elezioni di midterm.

Il presidente è molto abile a spostare l’attenzione mediatica e proprio in questi giorni si parla poco dell’Iran.

Gli Stati Uniti e Israele avrebbero in programma altri attacchi contro il Paese, frenati dalle elezioni alle porte in entrambi gli Stati, nonostante le incursioni degli Houthi, specialmente in Arabia Saudita. Il Dipartimento di Stato americano ha ordinato ad alcuni diplomatici e alle loro famiglie di lasciare il territorio saudita a causa degli attacchi quasi giornalieri contro aeroporti e pozzi di petrolio. Mosca e Teheran hanno rafforzato la propria cooperazione con il partenariato strategico tra Russia e Iran.

Il malcontento degli elettori pesa sui candidati repubblicani

Gli americani sembrano aver già maturato un’opinione, come confermano gli ultimi sondaggi. L’inquilino della Casa Bianca è impopolare e molti elettori associano il caro vita e i costi dei carburanti alla guerra in Iran.

Per questo i candidati repubblicani cercano di evitare l’identificazione con il presidente. I candidati democratici ne approfittano per richiamare l’attenzione degli elettori sulle sue responsabilità.

Il precedente della telefonata e del primo impeachment

L’abbraccio di Trump a Putin e il «tradimento» di Zelensky non dovrebbero sorprendere. La politica del presidente Usa è spesso basata sui rapporti personali, che talvolta si intrecciano con i suoi affari. Zelensky è stato al centro della vicenda che portò al primo impeachment di Trump.

Nel 2019, durante il suo primo mandato, Trump promise in una telefonata al neoeletto presidente ucraino di consegnargli le armi che gli erano state promesse. Chiese però a Zelensky un «favore», ossia avviare un’indagine sui potenziali legami con la corruzione di Joe Biden, suo possibile avversario alle elezioni del 2020.

Trump voleva creare un polverone sul candidato democratico, collegandolo al presunto tentativo di bloccare un’inchiesta in Ucraina per proteggere il figlio Hunter, che aveva legami con l’azienda Burisma.

Quando la telefonata divenne pubblica, il Congresso avviò le indagini che condussero all’impeachment nel 2019, seguito nel 2020 dall’assoluzione di Trump al .

L’ipotesi di un vertice senza l’Ucraina

Trump non dimentica. L’abbandono di Zelensky dipende anche dalla sua concezione dei rapporti internazionali, secondo cui i «piccoli» devono piegarsi ai «forti». Per il presidente americano, Russia e Cina appartengono a questa seconda categoria.

Putin avrebbe già proposto un vertice tra i tre Paesi per discutere di relazioni internazionali, compresa la questione ucraina, senza la partecipazione di Zelensky.

Un incontro fra questi tre «big» sarebbe una vittoria per Putin, anche perché la Russia verrebbe trattata come una potenza di pari rango rispetto a Stati Uniti e Cina. Il netto cambio di posizione di Trump nei confronti di Zelensky rafforza i dubbi sull’affidabilità americana degli alleati tradizionali, costretti a prendere altre misure per la propria sicurezza.

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