Crisi dei missili di Cuba e Black Saturday

Crisi dei missili di Cuba e Black Saturday 1

Per tredici giorni Stati Uniti e Unione Sovietica si confrontarono attorno alla presenza di missili nucleari sovietici a Cuba, mentre le rispettive forze armate si preparavano alla possibilità di una guerra. La tensione raggiunse il punto più pericoloso il 27 ottobre 1962, passato alla storia come Black Saturday. Un aereo U-2 statunitense venne abbattuto sopra Cuba, un altro sconfinò accidentalmente nello spazio sovietico, un sommergibile dell’URSS dotato di un siluro nucleare fu costretto a emergere dalle unità americane e Washington ricevette da Nikita Khrushchev condizioni più difficili per raggiungere un accordo. Decisioni prese separatamente nel giro di poche ore portarono la crisi dei missili di Cuba vicino a trasformarsi in uno scontro diretto tra le due superpotenze.

I missili sovietici a novanta miglia dagli Stati Uniti

La crisi affondava le proprie radici nella rivoluzione cubana e nel rapido deterioramento dei rapporti tra Washington e il governo di Fidel Castro. Nell’aprile 1961 l’amministrazione Kennedy aveva sostenuto il fallimentare tentativo di invasione della Baia dei Porci, condotto da esuli cubani addestrati dalla CIA. Gli Stati Uniti continuarono successivamente le operazioni contro il governo cubano attraverso l’Operazione Mongoose, mentre Castro rafforzava il rapporto politico e militare con Mosca.

Nikita Khrushchev decise di installare segretamente a Cuba missili sovietici capaci di trasportare testate nucleari. L’operazione avrebbe contribuito a proteggere l’isola da una nuova invasione e avrebbe modificato l’equilibrio strategico con gli Stati Uniti, che disponevano anche di missili Jupiter schierati in Turchia, vicino al territorio sovietico. Nell’ottobre 1962 le fotografie scattate dagli U-2 statunitensi permisero a Washington di identificare i siti in costruzione sull’isola.

John Fitzgerald Kennedy venne informato il 16 ottobre. Nei giorni successivi riunì segretamente un gruppo di consiglieri, l’Executive Committee of the National Security Council, conosciuto come ExComm, per valutare le possibili risposte. Tra le opzioni discusse figuravano un attacco aereo contro i siti missilistici, un’invasione di Cuba e un blocco navale.

Kennedy scelse inizialmente quest’ultima strada, definendola però “quarantena” per evitare le implicazioni giuridiche e militari del termine blocco. Il 22 ottobre annunciò pubblicamente la scoperta dei missili e chiese all’Unione Sovietica di smantellarli. Due giorni più tardi le navi statunitensi iniziarono a controllare le imbarcazioni dirette verso Cuba. Le forze strategiche americane raggiunsero DEFCON 2, un livello di allerta immediatamente precedente alla guerra.

Una possibile soluzione

Il 26 ottobre sembrò aprirsi uno spazio per evitare lo scontro. Khrushchev inviò a Kennedy un lungo messaggio nel quale proponeva sostanzialmente il ritiro delle armi sovietiche da Cuba in cambio dell’impegno statunitense a non invadere l’isola. Il tono della lettera mostrava la consapevolezza del rischio che le due potenze stavano correndo.

Nello stesso periodo si svilupparono anche comunicazioni informali tra rappresentanti sovietici e statunitensi. La possibilità di un compromesso sembrava quindi concreta. Kennedy, pur sottoposto alle pressioni di alcuni consiglieri favorevoli a un’azione militare, continuò a concedere spazio alla soluzione diplomatica.

Quando iniziò sabato 27 ottobre, tuttavia, quella prospettiva sembrò improvvisamente allontanarsi. Una nuova comunicazione sovietica presentava condizioni più impegnative: Mosca collegava il ritiro dei propri missili da Cuba alla rimozione dei Jupiter statunitensi dalla Turchia. Il messaggio venne anche diffuso pubblicamente da Radio Mosca, rendendo più difficile per Kennedy accettare apertamente uno scambio senza apparire costretto dall’URSS.

Era soltanto l’inizio del Black Saturday.

L’U-2 di Rudolf Anderson viene abbattuto

La mattina del 27 ottobre il maggiore dell’aviazione statunitense Rudolf Anderson Jr. decollò per una missione di ricognizione sopra Cuba. Anderson conosceva già quel tipo di operazione: era stato tra i piloti incaricati delle missioni U-2 utilizzate per verificare la presenza dei siti missilistici sovietici sull’isola.

Durante il volo il suo aereo venne individuato dalle difese antiaeree. Un missile terra-aria sovietico SA-2 colpì l’U-2, uccidendo Anderson. Fu l’unico militare statunitense a morire a causa del fuoco nemico durante la crisi.

La notizia raggiunse Washington mentre Kennedy e i suoi consiglieri stavano già discutendo la nuova richiesta di Khrushchev. L’abbattimento poteva essere interpretato come l’inizio di un cambiamento nella condotta sovietica e forniva ai sostenitori dell’intervento militare un argomento per colpire le batterie antiaeree.

Kennedy resistette alla richiesta di una risposta immediata. Ordinare un attacco contro le postazioni sovietiche avrebbe potuto innescare una catena di reazioni impossibile da controllare. La prudenza del presidente risultò particolarmente importante perché l’ordine di abbattere l’U-2 non era arrivato direttamente da Khrushchev: la decisione era stata presa sul terreno da ufficiali sovietici presenti a Cuba.

Un altro U-2 sopra l’Unione Sovietica

Quasi contemporaneamente si verificò un incidente dall’altra parte del mondo. Un altro U-2 statunitense, pilotato dal capitano Charles Maultsby e impegnato in una missione di campionamento atmosferico sopra l’Artico, perse l’orientamento e penetrò nello spazio aereo sovietico.

L’incidente avvenne mentre le forze strategiche delle due superpotenze erano già in stato di massima tensione. Caccia sovietici decollarono per intercettare l’aereo, mentre gli Stati Uniti mandarono propri velivoli a proteggerlo quando si avvicinò nuovamente allo spazio controllato dagli americani. Maultsby riuscì infine a rientrare senza che avvenisse uno scontro.

Kennedy si trovava così davanti a una situazione paradossale. Mentre Washington cercava di comprendere perché i sovietici avessero abbattuto un U-2 sopra Cuba, un altro aereo americano stava accidentalmente sorvolando il territorio dell’URSS. Nessuno dei due episodi era stato pianificato dai leader delle superpotenze come atto di guerra, eppure entrambi potevano essere interpretati in quel modo.

Il Black Saturday dimostrava quanto il controllo politico della crisi fosse fragile. Kennedy e Khrushchev potevano negoziare attraverso lettere e intermediari, mentre piloti, comandanti militari e sistemi d’arma operavano contemporaneamente in diversi punti del pianeta.

Il sommergibile B-59

L’episodio forse più pericoloso del 27 ottobre avvenne sotto la superficie dell’Atlantico e rimase sconosciuto agli Stati Uniti durante la crisi. Il sommergibile sovietico B-59 faceva parte di un gruppo inviato verso Cuba. A bordo si trovava un’arma che le unità americane impegnate nella quarantena non sapevano di avere davanti: un siluro dotato di testata nucleare.

Le condizioni all’interno del sommergibile erano diventate estremamente difficili. Il B-59, progettato per operare nelle acque fredde, si trovava nel caldo Mar dei Sargassi. Le batterie erano quasi esaurite, le comunicazioni con Mosca erano problematiche e l’equipaggio disponeva di informazioni limitate su ciò che stava accadendo all’esterno. Navi statunitensi individuarono il sommergibile e utilizzarono cariche di segnalazione per indurlo a emergere.

Per gli americani quelle esplosioni servivano a comunicare al sommergibile di salire in superficie. A bordo del B-59 la situazione appariva molto diversa. Il comandante Valentin Savitsky temette che fosse iniziato un attacco e fece preparare il siluro nucleare. Le successive testimonianze e i documenti sovietici hanno permesso di ricostruire quanto fosse grave quel momento.

Il ruolo di Vasily Arkhipov

A bordo si trovava anche Vasily Arkhipov, capo di stato maggiore della brigata di sommergibili. Il suo grado e la sua posizione gli attribuivano un’autorità particolare. Arkhipov comprese che le unità americane stavano cercando di segnalare al B-59 di emergere, anziché tentare di distruggerlo, e contribuì a convincere Savitsky a evitare l’impiego dell’arma nucleare. Il sommergibile salì infine in superficie senza lanciare il siluro.

La vicenda viene spesso riassunta affermando che Arkhipov “salvò il mondo”. È una formula efficace, ma eccessivamente semplice. Non è possibile sapere con certezza che cosa sarebbe accaduto dopo l’eventuale utilizzo del siluro. È però possibile affermare che un attacco nucleare contro una formazione navale statunitense nel pieno della crisi avrebbe aperto una situazione dalle conseguenze imprevedibili.

Il dettaglio più inquietante è che Washington ignorava che il B-59 fosse armato con un siluro nucleare. I comandanti americani stavano quindi esercitando pressione su un sommergibile senza conoscere la natura dell’arma che il suo equipaggio avrebbe potuto utilizzare. Il National Security Archive ha ricostruito l’episodio attraverso documentazione e testimonianze sovietiche rese disponibili molti anni dopo.

Le armi nucleari che Washington non aveva individuato

Il B-59 non era l’unico elemento della capacità nucleare sovietica che gli Stati Uniti non conoscevano pienamente. La documentazione resa disponibile dopo la Guerra fredda ha mostrato che a Cuba erano presenti anche testate nucleari tattiche delle quali l’intelligence statunitense non aveva accertato la presenza durante la crisi.

Secondo documenti sovietici analizzati dal National Security Archive, le testate erano state trasferite verso i siti missilistici e i lanciatori tattici il 26 ottobre ed erano pronte all’impiego il giorno successivo. Gli Stati Uniti stavano quindi valutando un possibile attacco e una successiva invasione senza avere una conoscenza completa delle armi che le proprie forze avrebbero potuto incontrare.

Questo elemento modifica profondamente la lettura retrospettiva del Black Saturday. Un’invasione di Cuba non avrebbe necessariamente prodotto soltanto uno scontro convenzionale con le forze cubane e sovietiche. Sul territorio erano presenti capacità nucleari che avrebbero potuto trasformare rapidamente la natura del conflitto.

La crisi non dipendeva quindi esclusivamente dalle decisioni prese alla Casa Bianca e al Cremlino. La presenza di armi nucleari distribuite tra diverse unità, insieme alla difficoltà delle comunicazioni e alla possibilità di iniziative locali, aumentava il rischio che una decisione tattica producesse conseguenze strategiche.

Kennedy decide di non rispondere con le armi

A Washington la morte di Anderson alimentò il dibattito sull’opportunità di distruggere le batterie antiaeree sovietiche. Kennedy rifiutò di reagire automaticamente. Continuò invece a cercare una soluzione diplomatica mentre i preparativi militari proseguivano e le forze americane rimanevano pronte a intervenire.

La scelta era resa ancora più difficile dalle due lettere ricevute da Khrushchev. Quella del 26 ottobre proponeva essenzialmente il ritiro dei missili sovietici in cambio della garanzia che gli Stati Uniti non avrebbero invaso Cuba. Il messaggio del giorno successivo aggiungeva invece la richiesta pubblica di ritirare i Jupiter dalla Turchia.

L’amministrazione Kennedy elaborò una risposta che separava i due piani. Pubblicamente Washington avrebbe risposto alla proposta più favorevole del 26 ottobre: ritiro verificabile dei missili sovietici e impegno americano a non invadere Cuba. Parallelamente sarebbe stato aperto un canale riservato sulla questione turca.

La soluzione permetteva a entrambe le parti di evitare che lo scambio tra Cuba e Turchia apparisse come un accordo pubblico imposto sotto la minaccia delle armi.

Robert Kennedy incontra Anatoly Dobrynin

La sera del 27 ottobre il procuratore generale Robert Kennedy, fratello del presidente, incontrò segretamente l’ambasciatore sovietico Anatoly Dobrynin. L’incontro rappresentò uno dei passaggi decisivi della crisi.

Robert Kennedy comunicò che gli Stati Uniti erano disposti a impegnarsi pubblicamente a non invadere Cuba se i missili sovietici fossero stati rimossi. Sul problema dei Jupiter in Turchia fece sapere che Washington intendeva comunque eliminarli entro un periodo relativamente breve, ma che questa parte dell’intesa non poteva diventare una condizione pubblica dell’accordo.

Il compromesso consentiva a Khrushchev di ottenere anche la successiva rimozione dei Jupiter senza costringere Kennedy a presentarla pubblicamente come il prezzo pagato per il ritiro sovietico da Cuba. I missili statunitensi sarebbero stati effettivamente rimossi dalla Turchia nell’aprile 1963.

Mentre diplomatici e leader cercavano questa via d’uscita, però, né Kennedy né Khrushchev disponevano di un controllo assoluto su tutti gli eventi militari che si stavano verificando. Era precisamente questa distanza tra decisione politica e azione sul terreno a rendere quelle ore così pericolose.

Il messaggio del 28 ottobre

La mattina successiva arrivò la risposta sovietica. Il 28 ottobre 1962 Khrushchev annunciò pubblicamente che l’Unione Sovietica avrebbe smantellato e ritirato i missili installati a Cuba. Gli Stati Uniti avrebbero garantito di non invadere l’isola, mentre l’intesa riservata avrebbe portato successivamente alla rimozione dei Jupiter dalla Turchia.

La fase più pericolosa della crisi era terminata, anche se la quarantena navale statunitense sarebbe proseguita fino al 20 novembre, quando venne raggiunto anche un accordo sulla rimozione dei bombardieri sovietici Il-28. Le due superpotenze avevano evitato uno scontro diretto senza risolvere la contrapposizione che dominava la Guerra fredda.

L’esperienza contribuì tuttavia a modificare alcuni strumenti della relazione tra Washington e Mosca. Le difficoltà incontrate nelle comunicazioni durante quei giorni favorirono l’istituzione di un collegamento diretto tra le due capitali, passato alla storia come Hotline, mentre nel 1963 Stati Uniti, Unione Sovietica e Regno Unito firmarono il Partial Nuclear Test Ban Treaty.

Perché il 27 ottobre fu il Black Saturday

La definizione Black Saturday deriva dalla concentrazione eccezionale di incidenti e decisioni potenzialmente incontrollabili avvenuti il 27 ottobre. L’U-2 di Anderson era stato abbattuto sopra Cuba. Un altro U-2 aveva attraversato accidentalmente lo spazio sovietico. Il B-59 aveva rischiato di utilizzare un siluro nucleare contro le unità americane. Le testate sovietiche presenti sull’isola erano pronte e gli Stati Uniti stavano contemporaneamente preparando le proprie forze per la possibilità di un attacco.

Nessuno di questi episodi, considerato isolatamente, dimostra che una guerra nucleare fosse inevitabile. Presi insieme, mostrano però quanto numerosi fossero i punti nei quali la crisi avrebbe potuto sfuggire al controllo politico. Errore di navigazione, interpretazione sbagliata di un’esplosione, iniziativa di un comandante locale o risposta immediata a un aereo abbattuto potevano modificare le decisioni prese a Washington e Mosca.

È questa la caratteristica che rende il Black Saturday uno dei momenti più studiati della crisi dei missili di Cuba. Il pericolo non proveniva soltanto dalla possibilità che Kennedy o Khrushchev decidessero deliberatamente di iniziare una guerra. Proveniva anche dalla possibilità che fossero gli eventi a trascinarli dentro una guerra che entrambi stavano cercando di evitare.

Il 27 ottobre 1962 terminò senza un attacco statunitense a Cuba e senza il lancio del siluro nucleare del B-59. Poche ore più tardi arrivò l’accordo che avviò il ritiro dei missili sovietici. Tra questi due momenti rimase una giornata nella quale la distanza tra deterrenza nucleare e impiego effettivo delle armi si ridusse pericolosamente.

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