Mansour ritira la sua candidatura per la vicepresidenza delle Nazioni Unite.

Mansour ritira la sua candidatura per la vicepresidenza delle Nazioni Unite. 1

Riyad Mansour si ritira dalla candidatura alla vicepresidenza dell’ONU a seguito delle pressioni esercitate dagli Stati Uniti. Washington aveva minacciato di revocare i visti ai diplomatici palestinesi e di bloccare il trasferimento delle entrate fiscali destinate all’ANP. Ancora una volta emerge chiaramente il legame di dipendenza politica e diplomatica tra Ramallah e la Casa Bianca.

L’ottavo congresso di Fatah, recentemente tenutosi a Ramallah, non ha portato a nessuna novità significativa. Abu Mazen, al comando del partito da vent’anni, ha ulteriormente rafforzato la propria posizione, promuovendo figure come Majid Faraj, capo dei servizi segreti considerato vicino agli apparati di sicurezza statunitensi e israeliani, e includendo nel Comitato Centrale il figlio Yasser. Il congresso ha confermato una leadership che i sondaggi indicano ai minimi storici. Oltre due terzi dei palestinesi richiedono le dimissioni di Abbas. Marwan Barghouti, detenuto nelle carceri israeliane, è risultato il candidato più votato all’assemblea nonostante la sua prigionia e rappresenta, agli occhi di una larga parte della popolazione, l’unica alternativa credibile a una dirigenza ormai distante dal proprio popolo.

Fatah ha partecipato praticamente da sola in molte città poiché le altre fazioni hanno boicottato un voto considerato privo di reale significato democratico. La decisione è giunta pochi mesi dopo l’annullamento delle elezioni legislative e presidenziali del 2021, le prime previste dopo quindici anni. Abbas ha giustificato il rinvio con il mancato voto a Gerusalemme Est, ma la scelta è stata interpretata da gran parte della società palestinese come un tentativo di evitare una sconfitta di Fatah. L’ANP aveva imposto ai candidati il riconoscimento di Israele e degli accordi di Oslo, trasformando le urne in una sorta di test di lealtà a un sistema che la maggioranza dei palestinesi considera ormai funzionale all’occupazione piuttosto che un’alternativa ad essa.

Nel frattempo, Israele ha continuato a costruire insediamenti, demolire abitazioni e condurre raid in Cisgiordania. L’ANP risponde con dichiarazioni sulla soluzione a due stati che Tel Aviv rende ogni giorno meno praticabile. La destra israeliana al governo non avverte più la necessità di mantenere una finzione negoziale. L’Autorità è vista come un ostacolo da rimuovere, piuttosto che uno strumento utile da gestire. Per anni, Israele ha trovato conveniente mantenere in vita l’ANP come schermo di legittimità, utile a simulare una disponibilità al negoziato mentre l’espansione coloniale proseguiva. Oggi, quella convenienza è venuta meno e Tel Aviv preferisce il controllo diretto.

Riyad Mansour ha deciso di ritirarsi dalla corsa alla vicepresidenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Questa scelta è avvenuta dopo che Washington aveva minacciato di revocare i visti ai diplomatici palestinesi e di bloccare il trasferimento delle entrate fiscali trattenute da Israele, fondi che coprono il 60% del bilancio dell’Autorità Palestinese. La dipendenza economica dell’ANP da tali trasferimenti rende ogni pressione americana immediatamente politica. Washington ne è ben consapevole. La stessa amministrazione aveva già negato nel 2025 i visti ad alcuni funzionari palestinesi alla vigilia dell’Assemblea Generale ONU, trasformando l’accesso alle istituzioni internazionali in uno strumento diretto di pressione diplomatica.

Il documento interno del Dipartimento di Stato ottenuto da NPR chiarisce la motivazione ufficiale fornita dagli americani. Mansour accusa Israele di genocidio a Gaza e un ruolo di leadership all’ONU gli offrirebbe una visibilità eccessiva. Secondo il documento ottenuto da NPR, Washington temeva che Mansour potesse presiedere sessioni ONU dedicate al Medio Oriente durante la prossima Assemblea Generale. Anche una vicepresidenza priva di poteri sostanziali è ormai considerata dagli Stati Uniti uno spazio politico da sottrarre ai palestinesi. Il Libano assumerà il suo posto.

Era già accaduto a febbraio, quando Mansour aveva rinunciato alla presidenza dell’Assemblea Generale sotto simili pressioni americane. La sequenza è ormai riconoscibile. Washington richiede, Ramallah obbedisce. Ciò che cambia, di volta in volta, è solo la posta in gioco, mai la direzione del gesto.

Le radici di questa attitudine affondano nel passato. Nel 2009 l’ANP decise di affossare il Rapporto Goldstone, il documento che raccoglieva le prove dei crimini di guerra israeliani commessi durante l’operazione Piombo Fuso, in cambio della promessa americana di riprendere i negoziati di pace. Quei negoziati non portarono a nulla.

Anche nel 2011 Abbas evitò lo scontro diretto con Washington riguardo alla richiesta di pieno riconoscimento della all’ONU, rallentando il percorso al Consiglio di Sicurezza di fronte alla certezza del veto americano. L’occupazione avanzò indisturbata, gli insediamenti aumentarono, ma Abbas aveva già scelto il ruolo di interlocutore affidabile per le cancellerie occidentali, e da quella scelta non si è più discostato. Ramallah segue da decenni la stessa linea. Mostrarsi affidabile agli occhi delle potenze occidentali, anche a costo di sacrificare le aspettative della propria popolazione.

Un copione simile si è ripetuto nel 2020. Dopo aver annunciato la sospensione degli accordi di sicurezza e dei rapporti con Israele in risposta ai piani di annessione della Cisgiordania, Abbas tornò rapidamente alla cooperazione con Tel Aviv senza ottenere alcuna concessione concreta. La decisione fu giustificata con il ripristino dei rapporti con l’amministrazione americana dopo la sconfitta elettorale di Trump. Dalla cooperazione di sicurezza ai dossier diplomatici internazionali, ogni attrito con Israele finisce puntualmente per rientrare.

Washington, dal canto suo, con Trump ha smesso persino di mascherare l’obiettivo. Risolvere la questione palestinese secondo condizioni imposte dagli Stati Uniti, lasciando Ramallah senza alcuna reale capacità di influenzare il risultato. Il diktat americano di evitare qualunque internazionalizzazione delle rivendicazioni palestinesi e di perseguire esclusivamente il percorso negoziale guidato dagli Stati Uniti non ha prodotto alcun risultato tangibile per la parte palestinese, ma Abbas lo ha seguito con costanza, rinunciando a ogni strumento alternativo di pressione internazionale.

Le vie legali davanti alle corti internazionali, le candidature a cariche ONU, tutto viene sacrificato per inseguire una legittimazione debole, ormai ridotta a pura formalità diplomatica. Abbas e i suoi diplomatici continuano a cercare riconoscimento nelle cancellerie straniere, perdendo sempre più contatto con la realtà del territorio che dovrebbero rappresentare.

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