“Il fallimento dello Stato: Samanta vittima di femminicidio e di negligenza istituzionale”

“Il fallimento dello Stato: Samanta vittima di femminicidio e di negligenza istituzionale” 1

di Ferrara Transfemminista

Vittima dopo vittima, colpevole dopo colpevole, cresce la consapevolezza che il sistema giudiziario ha completamente fallito nella prevenzione e nella protezione delle donne e delle identità marginalizzate.

Un sistema punitivo, che intensifica e aggrava le pene, non mirando alla riabilitazione, alla consapevolezza o alla cura, ma piuttosto alla ghettizzazione, alla vendetta e all’alienazione degli uomini violenti.

Meloni e il suo governo, così come le amministrazioni precedenti, non hanno mai intrapreso un’azione di sensibilizzazione riguardo alla violenza di genere, né di prevenzione o di condanna della matrice che alimenta la dinamica di potere tra i generi.

Anzi, sono state eliminate o silenziate le voci che cercano di fornire una definizione più complessa e articolata della violenza di genere, che tentano di spostare la narrazione sul sistema che genera uomini violenti, piuttosto che sul singolo individuo che compie atti di violenza.

Lo Stato e la società continuano a imporci una narrazione personalistica e colpevolizzante degli omicidi (infatti il termine femminicidio è spesso considerato errato), in cui la responsabilità ricade esclusivamente sull’assassino, e talvolta anche sulla vittima, che non è riuscita a liberarsi dalla dinamica di oppressione.

Si costruiscono narrazioni che esonerano le istituzioni e gli uomini, preferendo racconti individuali di vicende che sono in realtà estremamente collettive.

Si tende a osservare da vicino la vicenda, piuttosto che fare un passo indietro per comprendere le profonde radici che alimentano un intero sistema di violenza misogina e patriarcale.

Si preferisce conoscere tutti i dettagli più cruenti e atroci sulla dinamica degli omicidi, gli scoop sulla vita privata delle vittime, vedere le foto degli abiti che indossavano, ricostruire ogni secondo delle dinamiche degli eventi, al fine di creare narrazioni sensazionalistiche adatte a soddisfare la nostra malsana curiosità.

Contribuendo così a distogliere l’attenzione da ciò che realmente ci riguarda, alimentando silenziosamente il sistema patriarcale, che continua indisturbato a generare uomini violenti, in una società costruita per il loro sostentamento e benessere.

Come possiamo considerare un problema del singolo maltrattante la sistematica esclusione, oppressione e discriminazione da parte degli uomini nei confronti di ogni altra soggettività? Come può una società che basa i propri saperi, la cura, il lavoro, le leggi e la socialità su dinamiche misogine, non assumersi la responsabilità del ruolo sociale, politico e culturale degli uomini?

Quale ruolo assumono le istituzioni in questo contesto? E gli uomini? Le risposte ci riportano con grande dolore a quanto accaduto a Barco (FE) nei giorni scorsi, anzi negli anni passati.

Una famiglia con gravi difficoltà economiche, seguita dagli assistenti sociali, le cui problematiche erano ben note e riconosciute, viene abbandonata alla sua situazione di disagio. Un disagio di cui un sistema violento si nutre, perché dove non c’è educazione, dove mancano opportunità, dove non c’è dignità, non esiste nemmeno la possibilità di cura, di rieducazione, di protezione.

Ed è proprio in questi luoghi, spesso trascurati, che il patriarcato e la misoginia si muovono. È all’interno delle mura domestiche che si riversa tutto ciò che la società ci insegna, è dove lo Stato non guarda (fingendo di dimenticarsene) che molte, moltissime donne e soggettività subiscono violenza da parte degli uomini, e invisibilizzazione da parte dello Stato.

Samanta Zironi è vittima di femminicidio, da parte di un uomo, Vladimiro Lombardi, e da parte dello Stato, che, nonostante la condizione di nota, non è stato in grado di proteggere ed educare.

Ancora una volta esperienze dimenticate, nascoste sotto un tappeto troppo ingombrante, vite lasciate a se stesse che sfociano nella violenza quotidiana.

Ancora una volta c’è un’assenza ingiustificabile, un vuoto che genera morte e dolore, a cui rispondiamo unite e con determinazione: siete tutti colpevoli.

È colpevole Lombardi, è colpevole lo Stato e sono colpevoli tutti gli uomini. Non ci lasceremo mai ingannare da una giustizia che seguirà il suo corso, perché un’altra donna è stata uccisa, e sapevamo che sarebbe accaduto di nuovo e sappiamo che succederà ancora molte volte. E lo sa lo Stato, che continua a cercare di farci credere che inasprendo le pene e allontanando le persone immigrate, risolveremo il problema secolare della violenza di genere.

Non possiamo infatti non menzionare le vergognose dichiarazioni di gioventù Ferrara di qualche giorno fa, riguardo alla violenza sessuale ai danni di una giovane ragazza a Ferrara, perpetrata da un uomo di origine maliana. Tale associazione invoca la remigrazione immediata del violentatore, scaricando la responsabilità della vicenda su uno dei più noti capri espiatori della destra: la nazionalità dell’aggressore come movente diretto per la violenza stessa.

Ignorando deliberatamente ciò di cui parlavamo prima: tutto il resto.

La strumentalizzazione della violenza di genere, oltre a non essere chiaramente utile alla causa, è un atto di vile propaganda su cui sputiamo con disprezzo.

Al collettivo Némésis, utilizzato da gioventù nazionale per legittimare la propria propaganda, vogliamo dirlo chiaramente: toglietevi dalla bocca la parola femminismo. Siete il braccio armato delle destre reazionarie, siete il veicolo del mantenimento dello status quo capitalista e patriarcale. La parità di genere non è una divisione intrinseca tra gruppi culturali: il vostro razzismo culturale non ha nulla a che vedere con un fenomeno strutturale e sistemico come il patriarcato. Il transfemminismo non è identitario ma politico, pervasivo e trasversale; il nostro nemico non è lo straniero né l’individuo, ma il sistema, e la soluzione non è certamente la normalizzazione della sorveglianza. Anziché trasformarle, vi nutrite delle strutture oppressive di questo sistema, rafforzandole. Accusate il transfemminismo di ideologia ma siete voi che, appropriandovi indebitamente del femminismo, trasformate la protezione delle donne in una frontiera ideologica, in cui il corpo femminile diventa uno strumento per legittimare l’esclusione e la militarizzazione. Non siamo madri della Nazione, non siamo sante, non siamo guerriere patriottiche né corpi belligeranti; non siamo un’unica, monolitica identità, non siamo solo femmine, non siamo solo bianche, non siamo debolezza da proteggere.

Non vogliamo sentire uomini e donne misogine parlare di violenza di genere, desideriamo persone formate, competenti, risolute e capaci di nominare con fermezza la natura delle vessazioni che come soggettività marginalizzate ci troviamo a vivere quotidianamente nelle nostre case (italiane e non), nelle nostre strade, nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro e nei contesti sociali.

Non accettiamo alcuna narrazione razzista strumentalizzante delle violenze che subiamo da secoli.

Pretendiamo educazione sessuoaffettiva sin dall’infanzia, protezione pubblica, una vita dignitosa e la responsabilizzazione degli uomini, che continuano ogni giorno a essere fautori di violenza.

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